Orfini (Pd): “Su Milano governo in stato confusionale, Crosetto spieghi in Aula le parole sulla guerra ibrida”

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A cura di Luca Pons
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Dopo gli scontri di Milano il governo Meloni è andato in confusione: invio di militari, poteri di polizia, nuovi reati. Per Matteo Orfini, deputato del Pd intervistato da Fanpage.it, la risposta deve andare più in profondità, alla radice dei disagi. E il ministro Crosetto, se parla di “guerra ibrida”, deve chiarire al Parlamento cosa sa.
Intervista a Matteo Orfini
Deputato Pd

Gli scontri avvenuti in piazza a Milano nel fine settimana sono diventati l'ennesimo caso di cronaca che ha spinto il governo Meloni ad adottare un nuovo decreto Sicurezza, con misure rivolte soprattutto a punire i minorenni e chi manifesta. Fanpage.it ha intervistato Matteo Orfini, deputato del Partito democratico, per chiarire cosa non abbia funzionato a Milano, ma anche e soprattutto nella risposta politica agli scontri; e quale sia l'alternativa che propone il centrosinistra.

Il ministro Piantedosi ha detto che a Milano non c'è stato un problema di numero di agenti, e il ministro Ciriani che non c'è stata nessuna sottovalutazione del rischio. Il Cdm, però, ha deciso di inviare 500 militari in più a Milano nell'ambito di Strade sicure. Dall'altra parte, il ministro della Difesa Crosetto ha detto che gli scontri sono il "punto di arrivo di una guerra ibrida", mentre Salvini ha smentito e Piantedosi, in sostanza, anche. Il governo procede in ordine sparso?

Più che in ordine sparso mi paiono in stato confusionale. Fanno fatica a capire ciò che è accaduto e ad ammettere il fallimento della loro strategia da tutti i punti di vista. Piantedosi non può dire che tutto ha funzionato, perché è ovvio che nulla ha funzionato nella gestione della piazza e dell'ordine pubblico.

È vero che abbiamo visto qualcosa di nuovo, a Milano, rispetto al passato?

Questo sì, nella storia anche recente del nostro Paese c'è sempre stato un codice, un filo di dialogo tra forze dell'ordine e manifestanti, anche quando gli scontri erano prodotti da frange antagoniste molto dure. Qui non c'era nessuno che guidava la piazza, non c'era nemmeno un obiettivo politico. Probabilmente le forze dell'ordine si sono trovate impreparate, ma questa impreparazione è anche figlia del fatto che non ci si è accorti di cosa stava per accadere.

In questo stato confusionale del governo, però, ci sono cose che meritano quantomeno di essere approfondite.

Quali?

Se Crosetto parla di "guerra ibrida" che arriva qui attraverso gli scontri di piazza, ha il dovere di dire qualcosa di più preciso. A cosa si riferisce? Che elementi ha? Non si possono fare affermazioni del genere senza dimostrarle. Deve chiarire al Parlamento, spiegare cosa intende.

Lei cosa pensa dell'ipotesi di un'influenza esterna?

Non penso si possa sostenere che Paesi stranieri abbiano organizzato gli scontri, questa è una sciocchezza e spero che Crosetto non intendesse questo. Non so se ci sia stato un "innesco", una "manina" che ha favorito il diffondersi di alcuni messaggi. È accaduto in altre occasioni: penso alla vicenda di Ceuta. Ma anche in questo caso, bisognava accorgersene prima. Resta, quindi, una gestione fallimentare.

Si è molto parlato dei 500 militari mandati a Milano. Lunedì, Crosetto ha detto pubblicamente che inviarli avrebbe avuto "senso" solo se avessero avuto poteri di polizia giudiziaria. Poi però questi poteri, dopo l'intervento del Quirinale, non sono arrivati. Ma i soldati sono lo stesso stati inviati, e il ministro della Difesa ha detto che saranno utili. Un altro cortociruito?

Crosetto ha sbagliato due volte. La prima nel chiedere per l'esercito poteri di pubblica sicurezza, che è una cosa gravissima anche dal punto di vista concettuale: in una democrazia liberale una cosa del genere non può esistere. La seconda, nel fare una cosa che aveva ritenuto inutile fino a un minuto prima. Siamo veramente di fronte a una banda di dilettati allo sbaraglio.

Quello varato martedì è l'ottavo intervento legislativo del governo in materia di "sicurezza". Il ministro Piantedosi, rispondendo a Fanpage.it, ha detto che ne hanno fatti così tanti semplicemente perché sono il governo più longevo della storia repubblicana, e ha aggiunto che comunque riguardano tutti argomenti diversi, quindi non è il sintomo di un fallimento. È d'accordo?

È una tesi bislacca. Per prima cosa, non è vero che i decreti riguardano argomenti diversi. Ma soprattutto, nella migliore delle ipotesi sono inutili, nella peggiore dannosi. Anche il nuovo decreto aggiunge reati, cambiando il nome a reati che già esistono: un approccio securitario e panpenalista che non ha alcun effetto concreto. Gli eventi dimostrano che nulla di questa strategia ha funzionato.

Le nuove misure si concentrano soprattutto sui minorenni: fermo preventivo per le zone di movida, imputabilità dai 14 anni e così via. Che effetto pensa che avranno?

Criminalizzare un'intera generazione. Il fermo preventivo per i minorenni in qualunque luogo dove ci siano assembramenti è la criminalizzazione preventiva dei giovani: davvero pensano che tutte le volte che si vedono vadano a fare scontri? Siamo fuori da ogni logica. Sono misure di propaganda. E così non si coglie il disagio che c'è dietro a quello che è accaduto.

Come si fa a coglierlo?

Il punto che la politica dovrebbe porsi è: se hai ragazzi giovani e giovanissimi per i quali l'unico modo di essere visti dalle istituzioni è la violenza, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Evidentemente per un pezzo dei ragazzi di questo Paese c'è un disagio di vita, di senso e di ansia del futuro che è talmente insopportabile, unito alla totale assenza di risposta dalle istituzioni e al senso di abbandono, che l'unica idea per mutare le cose è sfasciare tutto, o comunque sfasciare simbolicamente il sistema che li opprime.

È chiaro che la violenza non è mai la soluzione, ma forse bisogna interrogarsi sulle ragioni profonde per cui ragazzini, in alcuni casi anche delle scuole medie, vivono una situazione di disagio di questo tipo.

Cosa ha sbagliato la politica, in questi anni? Come mai non c'è nessun partito che è in grado di parlare con quelle piazze, di rappresentarle?

Sono d'accordo: sbaglia chi pensa che in quella piazza ci sia l'avanguardia rivoluzionaria. C'è la manifestazione drammatica di un'assenza storica della politica e di quanto la fatica di vivere nelle società occidentali – soprattutto per i più giovani, ma non solo – sia arrivata a un livello insopportabile.

Quando non hai alcuni diritti essenziali come il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, ma anche alla socialità; quando la cultura è diventata qualcosa che solo qualcuno si può permettere, e se vuoi fare sport devi pagare; allora siamo in un meccanismo che esclude sistematicamente una parte larga della popolazione, soprattutto più giovane. È un meccanismo di vita opprimente anche per chi economicamente sta un po' meglio: i tempi liberi non esistono più, ormai si vive per lavorare e non ce la si fa mai. Passare il tempo con i figli sembra un lusso. Ci sono indicatori economici che ci dicono che stiamo meglio di trent'anni fa, ma nella vita quotidiana delle persone non è così.

In una società così, un ragazzo che vive ai margini ed è oggetto di campagne razziste, dove può aver incontrato partiti, movimenti o realtà in grado di incanalare quella frustrazione e rabbia in una battaglia politica collettiva? Semplicemente non li ha mai trovati.

Ci siete anche voi, tra quei partiti.

Sì, probabilmente le forze politiche, compresa la nostra, non hanno mai trovato parole e strumenti per organizzare quella rabbia prima che diventasse violenza.

Ciò che è successo è stato un evento ampio: non siamo di fronte a "cento delinquenti", come ha detto qualcuno, o i soliti black block che sfasciano le vetrine. È un fenomeno molto più simile a quanto accaduto quindici anni fa nelle banlieue parigine. Un ribellismo che si auto-rappresenta solo attraverso la violenza. Vogliamo parlare di questo e delle radici di quel disagio, o vogliamo solo usare quei fatti strumentalmente per la campagna elettorale, come fanno Meloni e il suo governo?

È una condizione che, se non trova risposte, diventa pericolosa. Ovviamente questo non significa giustificare. Però non ci si può fermare a vedere solo quello. Il punto non è mitigare il danno, ma offrire soluzioni radicali che evitino che il progresso produca questa sofferenza.

Se fatti come quelli avvenuti a Milano si verificassero mentre in carica c'è un governo di centrosinistra, come dovrebbe muoversi? Qual è l'alternativa ai decreti securitari, quali sono le soluzioni radicali?

La mia speranza è che un governo di centrosinistra abbia finalmente la radicalità e la consapevolezza di offrire risposte prima che ci siano gli scontri. Poi puoi gestire meglio l'ordine pubblico, accorgertene prima, tutto ciò che il governo Meloni non è riuscito a fare, ma quando arrivi a quel tipo di piazza, hai già perso.

Quando noi parliamo di diritto alla casa, al lavoro, anche diritto ai tempi di vita e a spazi dove fare cultura e sport senza doversi impegnare la casa; quando parliamo di riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e di almeno due giorni di smart working obbligatori per i dipendenti pubblici; è perché abbiamo bisogno di ricostruire il tessuto di una comunità. Vogliamo restituire alle persone la speranza di una vita felice.

Oggi questo è un Paese infelice. So che è una parola che in politica non si usa spesso, ma non basta puntare sul rilancio economico e la crescita, che pure sono giusti: fin qui la crescita, quando c'è stata (e ormai non c'è più neanche quella) ha prodotto solo diseguaglianze e ingiustizie. Nel frattempo si ignorano dati agghiaccianti sulla salute mentale dei ragazzi e dei bambini di questo Paese, a fianco a quelli sulle dipendenze da psicofarmaci, droghe eccetera. Un Paese in cui i giovani stanno così male è un Paese morto.

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