A pochi giorni dal lancio di "Azione", la nuova formazione politica ideata con Carlo Calenda, abbiamo sentito Matteo Richetti, che ci ha anticipato i tratti distintivi del nuovo soggeto. "Vogliamo riscoprire parole come ‘comunitarismo', che è l’esatto contrario di sovranismo, e ‘progressismo' per chi non si arrende a tenere l’Italia ferma, fuori dall’Europa e lontana dal cambiamento", premette subito il parlamentare eletto nelle fila del Partito Democratico.

Richetti, il prossimo 21 novembre lei e Carlo Calenda lancerete il vostro nuovo partito. Può parlarci di questa nuova formazione politica?

Il partito si chiamerà “Azione” perché vuole essere una chiamata “all’azione”. Vuole dire al Paese che non possiamo più rimanere con le mani in mano dopo aver visto una legislatura che è riuscita a dare vita a due governi imbarazzanti. Con Luigi Di Maio e Matteo Salvini per giunta, due leader di due coalizioni improponibili per risolvere la complessità dei problemi del Paese.

“Azione” è l’unico spazio politico che nasce per riorganizzare chi oggi non si riconosce in questo governo, cosa che non si può dire di Italia Viva. È uno spazio politico che pur partendo da due personalità che vengono dal percorso del centro sinistra si rivolge non tanto a un “centro politico” nel quale io non credo, ma a tutti coloro che non ritengono nazionalismi e sovranismi ricette utili per questo Paese. Noi vogliamo costruire un polo solidale e progressista. Rispetto a chi dice “ognuno chiuso in casa”, “caccia allo straniero” e “prima gli italiani”, noi vogliamo un partito che dica “uniti si è più forti”, e “integrati si è più sicuri”.

Credo anche che alcune categorie, dai liberali ai social-democratici, non siano più definizioni nelle quali gli italiani si rappresentano. Se oggi qualcuno non si definisce più di destra, ma si definisce sovranista, forse noi dovremmo riscoprire termini diversi dalla sinistra o dalla socialdemocrazia, come ad esempio “comunitarismo” che è l’esatto contrario del sovranismo, e “progressismo”, per chi non si arrende a tenere l’Italia ferma, fuori dall’Europa e lontana dal cambiamento.

In Emilia-Romagna Calenda ha detto che sosterrete Bonaccini se il PD non farà accordi con i 5 Stelle. È il segno di una parziale ricucitura tra voi e il Partito Democratico?

No, il tema non è la ricucitura perché lo strappo lo ha fatto il PD rinnegando tutto quello che aveva detto, scritto e pensato. Il PD del “senza di me”, il PD di Zingaretti che dice “basta accusarmi dell’accordo con i 5 Stelle”, il PD che ha detto che Conte era il peggior presidente del Consiglio della storia repubblicana per poi sostenerlo due settimane dopo. È lì che si consuma lo strappo. Il PD non è mai stato il “nemico” né mio né di Calenda, né lo sarà di Azione. Noi stiamo aspettando una scelta del PD, che posizione intende costruire? Questa è la domanda. Vuole stare con i populisti o con i riformisti? La domanda è semplice e non accetta scorciatoie o ambiguità. Questo è lo stesso punto che poniamo in Emilia-Romagna.

Bonaccini noi lo abbiamo sostenuto per cinque anni, non cominciamo oggi. Ora lui deve decidere: vuole confermare la coalizione che ha governato in questi cinque anni o preferisce costruirne un’altra? Se si alleerà con i 5 Stelle noi non ci saremo perché non ne capiremmo le intenzioni politiche. Ma questa non è una notizia, questa è una nostra posizione da quando abbiamo assunto nei confronti del PD una linea molto chiara: “PD ripijati!” e ritrova la via riformista. Parla ai giovani, parla di lavoro, parla alle persone che vogliono garanzie dallo Stato e non guardare al giustizialismo di Bonafede. Parla ai corpi intermedi, non della democrazia diretta di Fraccaro. Io non riconosco più il Partito Democratico, ma la mia storia, il mio campo di gioco, i miei valori, non sono mai stati messi in discussione, anzi, in ragione di questi sono uscito dal PD. In ragione dei valori che mi hanno fatto condividere la nascita del PD non ho potuto seguirne il suo snaturamento. E quindi in Emilia-Romagna c’è una soluzione scontata: sosterremmo Bonaccini e faremo un fronte contro la campagna irresponsabile che Salvini sta conducendo nella Regione. Rimane aperto il nodo politico su cosa vorrà fare il Partito Democratico.

Nella maggioranza si è iniziato a discutere di legge elettorale, pensa sia il segnale dell'avvicinarsi di nuove elezioni?

Penso che le elezioni non siano molto lontane perché a questa maggioranza mancano sia un’esperienza di governo di qualità, sia una coesione tra le forze politiche. Inoltre il caso Ilva – che in parte ricorda quanto accaduto sulla Tav – dimostra che se oggi si volesse inserire lo scudo penale la maggioranza non avrebbe i numeri per farlo. Quindi credo che questo Governo non durerà e credo anche che questa maggioranza non sia in grado di proporre in Parlamento una legge elettorale. Si è parlato di qualcosa che va dal proporzionale puro a qualche residuo di maggioritario e io francamente non sono stato in grado di capire quali sono le intenzioni di questa maggioranza. Spero solo che, esattamente come si è fatto dando vita a questo governo, non si faccia una legge elettorale pensando solo a come far perdere Salvini. Vorrei che si pensasse a dare stabilità e qualità di classe dirigente a questo Paese.

E quale modello di legge elettorale sarebbe disposto a votare?

Io sono stato sul palco della Leopolda per tanti anni invocando una legge con la quale le coalizioni si formano prima e non dopo il voto e gli elettori scelgono tra le proposte di Governo più credibili. Si tratta di un modello maggioritario costruito attorno a un bipolarismo tra coalizioni. Ma è evidente che fin quando il PD non ha chiaro se l’idea di coalizione che vuole costruire è con i populisti di Di Maio o con i riformisti come noi, Calenda e la Bonino, c’è un problema di sostanza.

Come giudica la legge di bilancio del Governo? C’è qualche misura che è riuscita a convincerla?

Io ho presentato diversi emendamenti perché alcune proposte che secondo me sono meritevoli di attenzione andrebbero modificate. Mi riferisco alla riduzione di cinque miliardi del cuneo fiscale. Invece che una riduzione del cuneo generalizzata che produce benefici poco significativi in una platea molto ampia, noi proponiamo di detassare al 100% il lavoro agli under 24 e del 50% ai lavoratori under 30. Perché ci sono dati che parlano molto chiaro: le prime 35 mila pensioni erogate con Quota100 cubano un assegno medio di 1850 euro. Lo stipendio medio della metà degli under 30 in Italia è di 890 euro. C’è un’emergenza sulla solidità degli stipendi dei più giovani. Quindi cerchiamo di prendere un provvedimento del Governo e indirizzarlo verso una maggiore efficacia. Ma questo è uno dei pochi casi, perché nel complesso questa manovra è una delusione profondissima per chi prendendo sul serio le intenzioni di discontinuità del PD e di Renzi aveva pensato di non vedere gli stessi provvedimenti della manovra dell’anno precedente, cioè Reddito di Cittadinanza e Quota100. Confermando quei provvedimenti questa coalizione dimostra che di lavoro e giovani se ne occupa solo nei convegni, mentre nei provvedimenti di Governo se ne dimentica in maniera evidente. Se si trovano 20 miliardi per mandare in pensione qualche migliaio di italiani in più e non si trovano per garantire cura, lavoro e sapere allora vuol dire che c’è un problema di identità nel centro sinistra italiano.

Le responsabilità del caso Ilva pesano di più su ArcelorMittal o sul Governo?

Sul caso Ilva ci sono responsabilità precise e oggettive. Mittal ha la responsabilità dell’azione che ha fatto, cioè notificare l’abbandono del sito. Il governo ha la responsabilità di avere costruito le condizioni perché questo avvenisse. Questo non è più oggetto di contenzioso politico, ormai ci sono interpretazioni precise circa il fatto che questo balletto sullo scudo penale rappresenta un cambio di normativa con modifiche sostanziali alle condizioni a cui ArcerolMittal si trovava ad intervenire. Questo cambio di normativa – perché le cose sono avvenute con emendamenti alle leggi – ha certamente consentito ad ArcelorMittal di fare con più disinvoltura ciò che forse era nelle sue intenzioni, ma l’errore del Governo e della maggioranza è evidente e macroscopico. A maggior ragione perché in questi mesi Mittal non è rimasto fermo. Sono iniziati alcuni interventi di bonifica ambientale e ora con questo pasticcio del Governo non si ferma solo la produzione, ma anche gli interventi compensativi.