Lotito alla guerra del tifo: lui stoppa l’ingresso dei supporter nei club. Intanto i vip della Lazio lo sfiduciano

La battaglia aperta tra Claudio Lotito e il mondo del tifo piomba sui palazzi del potere. È uno scontro in due atti: nel suo ruolo di senatore di Forza Italia, Lotito riesce a bloccare la legge per la partecipazione popolare nelle società sportive, a un passo dall'approvazione definitiva in parlamento. Nelle stesse ore però, come patron della Lazio, deve incassare una lettera di sfratto – sottoscritta da quasi 40mila sostenitori biancocelesti – che raccoglie firme prestigiose, tra cui quella del capo ufficio stampa di palazzo Chigi e dell'emissario italiano di Elon Musk.
Ormai da tempo una fetta dei supporter della Lazio chiede a Lotito di vendere la società, dopo anni di contrapposizione tra il presidente degli Aquilotti e una parte del tifo organizzato biancoceleste. Con questa premessa, in molti erano curiosi dell'atteggiamento che avrebbe avuto il patron/senatore, al momento di votare a palazzo Madama la legge sulla partecipazione popolare nella società sportive. Detto in parole più semplici, un provvedimento che darebbe la possibilità per enti organizzati messi in piedi dai tifosi di entrare nella governance dei club del calcio e non solo. L'aspettativa non è stata tradita.
Il rinvio del voto sulla legge
Eppure le premesse erano abbastanza soft. Un po' perché la legge era già stata annacquata nel percorso parlamentare e ridotta a un provvedimento poco più che simbolico. Un po' perché il ddl era stato votato quasi all'unanimità alla Camera e aveva avuto un percorso liscio anche in in Commissione al Senato, dove era arrivato il via libera con il parere favorevole del governo. Eppure quando è stato il momento di discutere la legge in aula, Forza Italia ha chiesto e ottenuto il rinvio a tempo indeterminato dell'approvazione del testo, con il voto a favore dei partiti di governo e contrario delle opposizioni. Una decisione presa nonostante il primo firmatario del ddl fosse proprio l'esponente di un partito di maggioranza, il capogruppo della Lega a Montecitorio Riccardo Molinari.
Contattato da Fanpage.it, Lotito ha negato decisamente di essere il deus ex machina, dietro la manovra dilatoria: "Non dovete parlarne con me me perché non me ne sono occupato, non sono stato io a chiedere di rimandare il voto". In realtà, più fonti parlamentari confermano che sia stato proprio l'esponente forzista a imporre alla maggioranza il rinvio dell'approvazione del provvedimento. Il pressing avrebbe alla base una ragione tecnica: le criticità nel rendere compatibile con il diritto societario – specie per le società presenti in Borsa – l'obbligo di garantire per gli enti di partecipazione popolare una quota minima dell'un percento nel capitale delle società e un rappresentate nei Cda.
L'appello dei tifosi Vip a Lotito
È difficile però credere che siano stati questi tecnicismi ad aver bloccato tuttto, visto che in molti dei principali campionati di calcio internazionali sono previsti organismi di rappresentanza popolare nella governance dei club. Piuttosto viene in mente un altra crociata condotta da Lotito in parlamento: quella per rinviare l'introduzione della Consulta dei tifosi nelle società sportive. L'istituto doveva entrare in vigore nel 2024 ma è stato rimandato al 2027, dopo un derby interno alla maggioranza vinto da Forza Italia contro la Lega.
E qui torniamo al grande tema: il rapporto complicato tra Lotito e i tifosi, soprattutto ovviamente quelli della Lazio. Dio ci guardi dall'entrare nel merito su ragioni e torti nella diatriba circa risultati, prospettive e proprietà del club della capitale. Ci limitiamo a una cronologia dei fatti. Nelle stesse ore in cui il senatore di Forza Italia segnava un punto in Senato, le agenzie battevano un'altra notizia: una petizione lanciata dai giornalisti parlamentari Alberto Ciapparoni e Federico Marconi per chiedere al patron della Lazio di passare la mano nella proprietà della società ha raggiunto le 40mila firme.
Tra i firmatari ci sono l'ex deputato M5S Alessandro Di Battista e Gabriele Pulici, figlio di Felice, il bomber dello scudetto. Ma anche Andrea Stroppa, referente in Italia per le aziende di Elon Musk e il portavoce di palazzo Chigi Fabrizio Alfano, insieme a molti altri. Ultima coincidenza: nelle stesse ore in cui al Senato si dibatteva della legge sulla azionariato popolare nei club sportivi, alla Camera andava in scena il teatrino dei Vannacciani sul decreto armi a Kiev. Torna in mente il celebre aforisma di Winston Churchill: "Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio".