Da venerdì la Puglia ha anticipato le nuove misure restrittive del governo per contrastare l’emergenza sanitaria. Il presidente Michele Emiliano, utilizzando le prerogative che il governo ha lasciato alle Regioni con gli ultimi decreti, ha emanato un’ordinanza con cui ha chiuso tutte le scuole, permettendo la frequenza in presenza di alunni con bisogni educativi speciali, per gruppi non superiori al 25% della composizione originaria di ogni singola classe. Anche il ministro della Salute Speranza ha detto che la scuola in questo momento non è più “intangibile”, perché la curva epidemiologica va piegata a tutti i costi, oppure il sistema sanitario andrebbe in affanno. Potrebbe non bastare insomma la misura presa con l’ultimo dpcm, che prevede almeno il 75% delle attività a distanza per le scuole superiori.

Dopo le polemiche scoppiate in Puglia, e il braccio di ferro con il ministero dell’Istruzione e con il governo, abbiamo chiesto all’epidemiologo e assessore regionale alla Sanità Pier Luigi Lopalco perché è stata presa una decisione così drastica come la sospensione della didattica in presenza per tutti i ragazzi, e cosa ci si attende per i prossimi giorni. Ieri l’esperto ha dichiarato che "se le condizioni epidemiologiche non peggiorano" le scuole potrebbero riaprire nei prossimi giorni a partire dalle elementari.

Professor Lopalco ci conferma che la prossima settimana potrebbero riaprire in Puglia le scuole elementari? Avete fatto una parziale marcia indietro?

No, la mia dichiarazione era diversa. Ho detto che noi stiamo lavorando per far ripartire progressivamente la didattica in presenza. Ovviamente questa ripartenza progressiva non può che partire dalle elementari. Non ho detto che la prossima settimana riapriranno con certezza le scuole. Per riaprire devono esserci determinate condizioni, come un riordino del lavoro dei pediatri e un impegno da parte degli istituti scolastici a non chiedere certificati inutili. Nel frattempo stiamo aspettando che venga completata la distribuzione delle macchine per i tamponi rapidi.

Avete ascoltato le lamentele dei sindacati?

No, era scritto nell'ordinanza. È una decisione temporanea che serve a vedere se si rallentano i casi e la circolazione del virus in questo settore. E poi questa chiusura ci è stata sollecitata profondamente e con forza dal mondo della pediatria, perché gli studi dei medici erano intasati per la richiesta di certificati e tamponi. Quindi abbiamo ritenuto necessario fermare le scuole, rimettere il sistema in ordine. Poi vedremo se le condizioni epidemiologiche e le condizioni di funzionamento del servizio di supporto sanitario alla scuola ci permetteranno di ripartire.

Il fatto che dalla prossima settimana ci sarà la possibilità per i medici di base e per i pediatri di effettuare tamponi rapidi  potrebbe diminuire la pressione sul sistema sanitario?

Questo è sicuramente un miglioramento.

Tra le motivazioni che hanno spinto la Puglia a chiudere c’è anche il fatto, da lei sottolineato, che sono aumentati i casi positivi nella fascia 6-18 anni. Complessivamente però, fanno notare i sindacati, i casi positivi nel mondo della scuola sono al di sotto dello 0,1% del totale.

Non so da dove abbiano preso questo dato. Probabilmente si riferiscono a quei casi che L’Istituto superiore di sanità etichetta come contagi avvenuti nelle classi. A noi da un punto di vista epidemiologico che il contagio avvenga in classe o che avvenga fuori dal cancello della scuola, ci interessa molto poco. A me, come epidemiologo, interessa il fatto che tutto il movimento di persone e i contatti sociali che intervengono per il fatto che le scuole sono aperte in presenza determinano indubbiamente un aumento nella circolazione del virus.

Con l’ultimo dpcm che ha portato a una diminuzione della didattica in presenza, con almeno il 75% dell’attività in Dad per le superiori, si è pensato soprattutto ai mezzi pubblici affollati. Anche lo stesso Emiliano pochi giorni fa ha detto che il problema principale è rappresentato dal trasporto pubblico locale, utilizzato principalmente dai ragazzi più grandi. Perché allora chiudere le elementari?

Perché l’affollamento sui mezzi pubblici è solo parte del problema. E questo è il motivo per cui se riprenderemo con la didattica in presenza inizieremo proprio con la primaria, perché è quella che impatta di meno sui mezzi, ed è quella che crea più disagio sociale, perché ovviamente un bambino piccolo non può rimanere solo a casa.

Lei già ad agosto aveva espresso preoccupazione sulla riapertura delle scuole, sottolineando l’importanza di collocare i termoscanner all’ingresso degli istituti, e la necessità di fare una campagna di screening preventivo prima di far tornare i ragazzi in classe. Non si è fatto abbastanza?

Lo screening prima del rientro lo avevamo anche previsto, poi in pratica non è stato possibile farlo perché nello stesso momento si è creato tutto il problema degli ingressi dall’estero, per i rientri dalle vacanze. Quindi abbiamo dovuto sospendere quel progetto per poterci concentrare su altro. Se avessimo le risorse per far tutto è chiaro che avremmo potuto farlo, ma le risorse sono finite. Purtroppo le persone che possono andare in giro a fare i tamponi sono quelle. E non sono quelle perché non le abbiamo assunte, sono quelle perché non ce ne sono, noi cerchiamo di assumere infermieri ma non ne troviamo, tutti quelli che potevamo assumere li abbiamo assunti. Io spero che il mondo della comunicazione cominci a fare i conti con quella che è la realtà, e con i veri problemi. Non è vero che il mondo della Sanità non si è attrezzato in tempo. Abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare con gli strumenti a nostra disposizione. Esiste un limite, che è incontrovertibile, che è la presenza di medici e infermieri esperti, e che abbiano un minimo di esperienza per far bene il loro lavoro. Per questo noi dobbiamo riuscire a fermare la corsa del virus fuori dal mondo della sanità.

Perché in Francia si riescono a tenere le scuole aperte, nonostante ci sia un lockdown?

La Francia non la prendiamo come modello di controllo dell’epidemia. Perché la Francia ha deciso di fare un mezzo lockdown, tenendo le scuole aperte, quando ormai la situazione era fuori controllo. Non si gestisce così l’epidemia. Le decisioni bisogna prenderle prima che gli ospedali vadano al collasso. Il modello che abbiamo utilizzato in Puglia è un modello di prevenzione.

Secondo l’analisi dell’Ispi la mortalità aumenterebbe solo del 18% isolando gli over 70 e appena del 7% con l’isolamento degli over 60. Perché un lockdown generazionale non è una soluzione?

Vorrei capire nella pratica come hanno intenzione di isolare gli anziani. Lo studio epidemiologico è chiaro, non c’è bisogno di uno scienziato per capire che se io chiudo in un castello tutti gli over 75 abbatto enormemente la mortalità. E queste persone poi che cosa fanno? Rimarranno chiusi là dentro? Non avranno alcun contatto con l’esterno? Chi darà loro da mangiare? Per implementare una misura di sanità pubblica bisogna pensare anche a come realizzarla. Non si possono prendere tutti i nonni, toglierli alle famiglie e metterli nelle case di riposo. Abbiamo visto quello che succede nelle Rsa. Isolare queste strutture è complicatissimo, il personale dovrebbe dormire all’interno delle Rsa e non uscire nemmeno per fare la spesa, per poter salvaguardare la salute degli anziani. In Italia ci sono anche tre o quattro generazioni che convivono all’interno dello stesso appartamento. Attenzione quindi, quando si fanno certi proclami bisogna anche dire come si intende mettere in pratica una misura.

Per esempio Salvini ha detto che l’isolamento degli anziani potrebbe essere utile, ma solo su base volontaria. Ha senso quest’affermazione?

Ancora una volta mi chiedo dove li isoliamo? A casa di Salvini? Ci vogliono mezzi, risorse, personale per l’assistenza.

Lei dice insomma che non possiamo tenere gli anziani chiusi in casa fino al vaccino.

È possibile che il vaccino arrivi a dicembre, come inizio produzione. Poi però per la distribuzione a tutta la popolazione dovremo aspettare dei mesi. Pensare a una somministrazione in primavera è già troppo ottimistico.

Perché pensa che un lockdown come marzo-aprile non sarebbe neanche utile adesso?

A marzo-aprile noi abbiamo dovuto fare quel tipo di lockdown perché quella era la situazione in cui noi ci verremo a trovare tra un mese se non facessimo nulla. L’Italia si è trovata in una situazione di emergenza in cui nei mesi precedenti il virus aveva circolato in maniera indisturbata. Perché non lo conoscevamo, non lo vedevamo. E allora abbiamo dovuto fare un lockdown totale. Adesso il virus lo stiamo osservando da mesi, ne stiamo osservando la diffusione. Per cui penso che ci siano le condizioni per non arrivare al lockdown totale. Quello serviva a non far incontrare le persone per strada, perché in quel periodo non c’erano nemmeno le mascherine e il gel disinfettante. Oggi è diverso con tutti gli accorgimenti possiamo gestire meglio una situazione di circolazione controllata delle persone. Nel fatto che oggi le persone vadano a farsi una passeggiata in riva al mare oggi non ci vedo nulla di male. A marzo c’erano i droni che inseguivano la gente per strada, lo ricordiamo. Sono sicuro che quelle scene non le rivedremo.

Secondo lei paghiamo oggi un’apertura eccessiva di quest’estate, con gli incentivi a viaggiare, i bonus vacanze?

Dal punto di vista epidemiologico tutto quello che è successo quest’estate non ha alcun effetto su quello che sta succedendo ora, è lontano. Quello che abbiamo fatto in estate ce lo potevamo permettere, quando arrivava qualche positivo lo intercettavamo. Poi in quella stagione si sta all’aperto, certi virus circolano di meno. Del resto non c’erano alternative, in una pandemia non ci possiamo chiudere in casa. Bisogna adattare le misure alla situazione del momento. Qualunque cosa avessimo fatto a luglio e agosto oggi ci troveremmo nella medesima situazione perché la dinamica del virus è questa.

Non pensa che ci sia un’eccessiva criminalizzazione della movida? A sentire certe dichiarazioni sembra venga identificata come l’ambito in cui sono presenti le maggiori criticità.

La ‘colpa’ di tutto questo è molto chiara e facilmente identificabile: si chiama coronavirus. Un virus a trasmissione pandemica. E le pandemie funzionano così, come stiamo osservando. È come quando arriva uno tsunami: possiamo mettere in piedi la tecnologia più avanzata, ma lo tsunami passa. Quello che bisogna fare in questo momento è un’operazione di mitigazione. Non è solo colpa dei trasporti, non è solo colpa della scuola, non è solo colpa dei ristoratori. Il virus però si trasmette sui trasporti, nelle scuole e nei ristoranti. Bisogna quindi tagliare in ognuno di questi settori progressivamente man mano che abbiamo evidenza di una circolazione forte e veloce del virus che ci induce a intervenire. Poi è normale che ognuno faccia il gioco delle parti e difenda il proprio settore. In Puglia per esempio c’è stata l’enorme discussione sull’apertura delle discoteche e sull’arrivo dei turisti. Nel nostro territorio il turismo legato alle grandi discoteche si concentra principalmente nel Salento. Ebbene in questo momento il Salento è la zona della Puglia meno colpita dal virus, proprio a conferma di quanto dicevo. Non è il semplice fatto di tenere 1000 persone in una discoteca che crea il rischio. Se io so che la probabilità di trovare tra quelle 1000 persone un positivo è molto bassa, la discoteca la lascio aperta. Se invece la probabilità di trovare due-tre persone positive in quell’ambiente in cui la circolazione sarebbe sicura, la discoteca la chiudo. Per questo le misure devono sempre essere fatte in maniera preventiva, e vanno adottate quando si comincia a capire che in un certo setting, in cui c’è vicinanza tra le persone per quattro-cinque ore di seguito, c’è la probabilità elevata di trovare un positivo.