L’Italia ha davvero concesso l’uso delle basi militari agli Usa per la guerra in Iran?

È bastata una frase pronunciata da Mark Rutte per innescare un nuovo scontro tra governo e opposizioni. Intervenendo a Fox News per rivendicare il sostegno fornito dagli alleati europei agli Stati Uniti durante la guerra in Iran, il segretario generale della Nato ha sostenuto che centinaia di aerei americani sarebbero decollati dalle basi presenti in Italia per supportare l'operazione militare statunitense. Parole che sono state immediatamente interpretate dalle opposizioni come una possibile smentita delle rassicurazioni fornite nelle scorse settimane dall'esecutivo. Da qui le richieste di chiarimento rivolte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri competenti, con l'accusa di non aver illustrato fino in fondo quale sia stato il ruolo svolto dall'Italia durante la crisi.
La questione, però, sarebbe più complessa di quanto possa apparire a prima vista. Per capire se le dichiarazioni di Rutte rappresentino davvero una contraddizione rispetto alla linea del governo occorre infatti distinguere tra l'utilizzo ordinario delle basi americane sul territorio italiano e l’autorizzazione a operazioni di carattere offensivo.
Cosa prevedono gli accordi sulle basi Usa
La presenza militare statunitense in Italia è regolata da una serie di accordi bilaterali che disciplinano l'utilizzo delle installazioni e le attività consentite. Secondo la ricostruzione fornita in queste ore dal Ministero della Difesa, le basi possono essere impiegate per attività logistiche, di trasporto, supporto tecnico, sorveglianza o missioni previste nell’ambito della cooperazione militare tra i due Paesi. Diverso sarebbe invece il caso di operazioni direttamente riconducibili ad azioni di combattimento. Sarebbe proprio questa distinzione a rappresentare il punto centrale della controversia. Il governo sostiene infatti che nessuna autorizzazione sia stata concessa per missioni offensive legate all'attacco contro l'Iran e che tutte le attività svolte abbiano rispettato il quadro previsto dagli accordi esistenti. Una posizione che il Ministero della Difesa ha ribadito con forza, sottolineando come siano state autorizzate "esclusivamente attività di natura tecnica e logistica" e non operazioni definite "cinetiche", cioè direttamente connesse all'impiego della forza militare.
Quali velivoli sarebbero partiti dalle basi italiane
Nelle ultime ore sono poi emersi dettagli sui mezzi che avrebbero operato dalle installazioni statunitensi presenti in Italia durante la crisi. Tra questi ci sarebbero aerei da pattugliamento e sorveglianza, velivoli destinati al trasporto di uomini e materiali, aerei radar, droni per attività di ricognizione e raccolta informazioni e aerocisterne utilizzate per il rifornimento in volo. Si tratta di assetti che, almeno secondo la versione fornita dalle autorità italiane e successivamente precisata anche da fonti Nato, avrebbero svolto funzioni di supporto e non missioni di attacco diretto contro obiettivi iraniani. Un elemento che il governo italiano considera "decisivo" per escludere appunto qualsiasi coinvolgimento diretto dell'Italia nelle operazioni militari statunitensi.
Il precedente di Sigonella
È in questo contesto che si inserisce il precedente sollevato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, utilizzato dal governo come scudo politico e prova di coerenza.
Nei mesi scorsi, nel picco della crisi, gli Stati Uniti avevano chiesto l'autorizzazione per far scalo nella base siciliana di Sigonella con bombardieri pesanti d'attacco. L'Italia ha detto di no, ricordano dall'esecutivo. L'Aeronautica militare ha bloccato la richiesta perché quel tipo di velivoli e la natura della missione "superavano i limiti del trattato del 1954", configurando un coinvolgimento bellico diretto. Per la maggioranza, questo diniego è la dimostrazione empirica della propria fermezza: se il governo avesse voluto co-partecipare in segreto alla guerra degli Stati Uniti, non avrebbe avuto alcun motivo di opporsi a Washington su Sigonella, rischiando una frizione diplomatica con l'alleato più importante.
Dove passa il confine tra supporto e coinvolgimento
La precisazione arrivata successivamente dalla Nato sembra in parte ridimensionare la portata politica delle dichiarazioni iniziali di Rutte. Fonti dell'Alleanza hanno infatti spiegato che il riferimento del segretario generale riguardava il supporto logistico e l’assistenza tecnica garantiti dagli alleati nel rispetto degli accordi esistenti sulle basi e sui sorvoli. Ma è proprio questo chiarimento ad alimentare il vero interrogativo politico della vicenda. Per il governo, supporto logistico e partecipazione a una guerra sono due piani distinti. Per le opposizioni, invece, il fatto che basi e infrastrutture presenti sul territorio italiano abbiano contribuito al funzionamento dell'apparato militare americano impone una discussione politica ben più ampia e una piena informazione del Parlamento.
La questione resta aperta
Alla domanda se l'Italia abbia concesso l’uso delle proprie basi per la guerra contro l'Iran, la risposta dipende insomma in larga misura dal significato attribuito a quella concessione. Se per utilizzo delle basi si intende il decollo o il transito di velivoli impiegati in attività di supporto, sorveglianza, trasporto o rifornimento, il governo non nega che tali operazioni siano avvenute nell’ambito degli accordi esistenti. Se invece si parla di autorizzazione a missioni offensive direttamente collegate agli attacchi contro l'Iran, l'esecutivo sostiene che ciò non sia mai avvenuto.
È proprio su questo confine, più giuridico e politico che militare, che nelle prossime settimane potrebbe concentrarsi il confronto tra maggioranza e opposizioni. Perché al di là delle parole di Rutte, il vero tema riguarda il grado di coinvolgimento che un Paese alleato può avere in un conflitto senza considerarsi parte della guerra.