Liste d’attesa negli ospedali, ritardi e poco personale: per la Corte dei Conti la riforma Schillaci va a rilento

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In un rapporto i magistrati contabili descrivono le liste d’attesa come una “criticità strutturale” della sanità italiana che non dipende solo dalle conseguenze della pandemia, ma soprattutto da problemi organizzativi. Secondo la Corte dei Conti il decreto Schillaci può portare a dei miglioramenti, però a due anni dall’entrata in vigore molte previsioni non sono ancora state attuate.

Le liste d'attesa negli ospedali sono una "criticità strutturale" della sanità italiana che, come denuncia la Corte dei Conti, non deriva solamente dagli "effetti della pandemia", ma soprattutto da problemi organizzativi e di programmazione.

Secondo la magistratura contabile le leggi ci sono ma non vengono applicate: manca il personale, esistono pesanti disparità tra le Regioni e "l'incremento dei finanziamenti non ha sempre prodotto risultati proporzionati in termini di prestazioni erogate e riduzione dei tempi di attesa".

La scorsa settimana il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva ridimensionato la portata degli ultimi dati Istat sulle persone costrette a rinunciare alle cure: 5,8 milioni di italiani solo nel 2024 (l'unico motivo non sono i tempi di attesa). L'ex rettore dell'Università di Tor Vergata di Roma ha sostenuto che si tratterebbe "di una stima ottenuta applicando all'intera popolazione il 9,9% rilevato da un campione Istat, sulla base dell'auto-percezione degli intervistati. Non è una fotografia, ma un collage che mette insieme cause molto diverse tra loro".

Però poco dopo il ministro, nello stesso intervento, ha riconosciuto che i tempi d'attesa sono comunque un "problema reale". 

Liste d'attesa, cosa dice la Corte dei conti sui finanziamenti alla sanità

Oggi la Corte dei conti ha pubblicato una relazione dal titolo "L'attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste di attesa". Il documento è stato approvato il 13 ottobre dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato, con la deliberazione numero 54/2026/G. I magistrati hanno esaminato sia gli interventi adottati negli ultimi anni per ridurre i tempi d'attesa che le modalità di utilizzo dei finanziamenti pubblici destinati a questo obiettivo.

Tra il 2022 e il 2028 sono stati previsti 3,71 miliardi di euro; nel periodo 2022-2025, in base ai dati del ministero della Salute, lo Stato ha assegnato a questa voce circa 1,845 miliardi. Tuttavia, ne sono stati usati 1,58; in pratica, circa 265 milioni sono rimasti fermi. Comunque si tratta di dati parziali perché alcune amministrazioni hanno inviato rendicontazioni incomplete.

Inoltre, stanziare nuovi fondi non è sufficiente, perché c'è carenza di lavoratori (soprattutto di medici specialisti): anche se un ospedale ha ricevuto più risorse non può aumentare il numero di visite ed esami se non ha abbastanza professionisti per effettuarle. Il decreto del 2024 ha previsto il superamento dei precedenti limiti alla spesa per il personale e un nuovo metodo per stabilire quanti professionisti servano nelle strutture. Però i provvedimenti necessari per definire questa metodologia (e dare attuazione al testo) non sono stati ancora adottati.

Peraltro, nota la magistratura contabile, le Regioni non condividono sempre informazioni complete e raccolte con gli stessi criteri; in questa situazione diventa ancora più complicato stabilire con precisione come siano stati utilizzati i finanziamenti e quali risultati siano stati ottenuti localmente, di territorio in territorio.

Cosa non funziona nel decreto Schillaci sulle liste d'attesa

La relazione prende in esame anche il decreto sulle liste d'attesa del governo Meloni, voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci e approvato nel 2024. La legge ha introdotto nuovi strumenti per monitorare tempistiche e ritardi nelle prenotazioni sanitarie, raccogliere informazioni dalle Regioni e individuare le strutture che non riescono a garantire visite ed esami entro i termini previsti.

Secondo la Corte dei conti, queste misure potrebbero migliorare il funzionamento della sanità pubblica; il problema è che la riforma non è stata ancora pienamente attuata, dunque non è possibile valutarne completamente i risultati. Il decreto dispone la creazione di una Piattaforma nazionale delle liste d'attesa, che serve ad accorpare e confrontare i dati regionali: l'obiettivo è capire quanto tempo debbano aspettare i cittadini prima di ottenere una prestazione sanitaria e verificare dove si registrano i ritardi maggiori, per poter intervenire. La Corte dei Conti però segnala quattro criticità:

  • L'utilizzo della classe di priorità P, assegnata alle prestazioni programmate, per le quali è previsto un tempo massimo di attesa di 120 giorni. Per le visite più urgenti i tempi devono essere molto più brevi: ad esempio, una visita classificata come "differibile" deve essere garantita entro 30 giorni. La Corte rileva problemi perché ci sono forti differenze tra i territori nell'attribuzione di questa priorità: in alcune Regioni, oltre l'85% delle prescrizioni viene classificato come programmabile, mentre in altre la percentuale scende sotto l'8%.
  • La differenza tra le date proposte per una visita e quelle effettivamente accettate dai pazienti. Ad esempio, una struttura potrebbe offrire un appuntamento dopo dieci giorni, ma il cittadino potrebbe accettarne uno successivo perché non può presentarsi nella prima data disponibile. Per capire quanto siano efficienti i servizi sanitari bisogna quindi distinguere i tempi di attesa imposti dal sistema dalle scelte dei pazienti.
  • Il tempo che passa tra la prescrizione medica e il primo contatto con il centro di prenotazione, comunemente chiamato CUP. Se il medico prescrive una visita il primo marzo, ma il cittadino riesce a contattare il CUP soltanto il 15 marzo, sono già trascorse due settimane prima ancora di sapere quando potrà ottenere un appuntamento. Questo intervallo tra la prescrizione e la visita può dipendere da diversi fattori, incluse eventuali difficoltà nel contattare il CUP, e le statistiche dovrebbero tenerne conto se si vogliono ricostruire correttamente gli effettivi tempi d'attesa per il paziente.
  • La differenza tra il numero di prescrizioni emesse dai medici e quello delle prenotazioni registrate. Significa che non tutte le richieste di visite ed esami risultano trasformate in appuntamenti. I motivi possono essere diversi: alcuni cittadini potrebbero aver rinunciato, altri essersi rivolti alla sanità privata, altri ancora non essere riusciti a prenotare. Secondo la relazione soltanto il 50,3% delle prescrizioni per prime visite e il 54,4% di quelle per esami diagnostici si trasforma in una prenotazione registrata. Questo non significa necessariamente che quasi metà dei pazienti abbia rinunciato alle cure: il sistema non consente di ricostruire con certezza che cosa sia successo a tutte le prescrizioni senza una prenotazione corrispondente.

Cosa chiede la Corte dei conti per ridurre le liste d'attesa

Per affrontare questi problemi, la Corte dei conti chiede di accelerare sull'applicazione del decreto Schillaci e completare i collegamenti informatici tra la piattaforma nazionale e i sistemi delle Regioni: le banche dati devono poter comunicare adeguatamente. In questo modo sarebbe possibile raccogliere informazioni più complete e confrontabili, verificando con maggiore precisione i tempi di attesa e l'efficacia degli interventi.

I magistrati chiedono anche di intervenire sulla carenza di personale sanitario e completare la riforma dell'assistenza territoriale prevista dal Pnrr.

Infine, la Corte sottolinea la necessità di rafforzare i controlli sulle amministrazioni responsabili dei ritardi. Occorre accertare tempestivamente le inadempienze, applicare le sanzioni previste e, quando ricorrono le condizioni stabilite dalla normativa, permettere alle autorità competenti di intervenire al posto delle amministrazioni inadempienti, esercitando poteri sostitutivi.

Nel 2026 la situazione è migliorata, ma restano 1,44 milioni di visite e 760mila esami prenotati in ritardo

Secondo l'ultimo bollettino dell'Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, nel primo semestre del 2026 i tempi d'attesa sono lievemente migliorati rispetto allo stesso periodo del 2025: le prime visite garantite entro i tempi previsti sono passate dal 76,4% al 78,5%, mentre per gli esami diagnostici la percentuale è salita dall'82,8% all'84,6%.

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L'Agenas individua anche un problema nell'attribuzione delle priorità: in Campania e Basilicata, oltre l'80% delle prime visite viene classificato come programmabile, cioè da effettuare entro 120 giorni. Questo può rendere più facile rispettare le scadenze: ad esempio, una visita fissata dopo 60 giorni rispetta i tempi previsti se è classificata come programmabile, ma è in ritardo se doveva essere effettuata entro 30 giorni.

Il rischio è che i dati facciano apparire le attese più contenute, anche quando i pazienti devono aspettare diversi mesi. Questo non dimostra che le priorità vengano assegnate scorrettamente, ma rende necessario verificare se corrispondano alle reali esigenze dei pazienti.

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