Schillaci sminuisce (ancora) il problema delle liste d’attesa: “Cure negate? Dati basati su autopercezione”
Il ministro della Salute Orazio Schillaci, per la seconda volta quest'anno, minimizza il problema delle lunghe liste d'attesa nella sanità. L'occasione viene offerta al ministro dal question time alla Camera, durante il quale il ministro mette in dubbio i numeri reali sui ritardi del Sistema Sanitario Nazionale, rispondendo a un'interrogazione del deputato Iv Davide Faraone.
"Il dato che colpisce maggiormente è sicuramente quello dei 5,8 milioni di persone che rinuncerebbero alle cure. Sarebbe però bastato chiedersi che cosa misuri davvero quel numero. Si tratta di una stima ottenuta applicando all'intera popolazione il 9,9% rilevato da un campione Istat, sulla base dell'autopercezione degli intervistati. Non è una fotografia, ma un collage che mette insieme cause molto diverse tra loro", ha detto rispondendo a un'interrogazione alla Camera su iniziative per incrementare le risorse del Servizio sanitario nazionale e per migliorare le condizioni retributive e di lavoro per medici e infermieri, anche al fine di ridurre le liste d'attesa.
"Non lo dico per negare che le liste d'attesa siano un problema reale. Su questo fronte continuiamo a intervenire e chiediamo, insieme alle Regioni, di aumentare l'impegno" ha aggiunto.
Già la scorsa estate, incalzato sullo stesso tema da Avs a partire dagli ultimi dati Istat, il ministro aveva provato a ridimensionare il numero di cittadini che rinuncia alle cure mediche, spiegando che quella quota, circa sei milioni di persone, "deriva da un'indagine basata sulle dichiarazioni degli intervistati: misura una percezione autodichiarata, non certifica una prescrizione medica negata né una prestazione rifiutata dal Servizio sanitario nazionale".
I numeri citati dal ministro sono stati riportati anche dall'ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, secondo cui sulle lunghe liste d'attesa pesa anche la riduzione del personale sanitario: un medico su quattro secondo il rapporto sceglie il privato. Dei 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato a curarsi nel 2024, pari quasi al 10% della popolazione, 4 milioni dicono di averlo fatto a causa dei lunghi tempi d'attesa, 3,1 milioni per i costi elevati (gli intervistati potevano indicare entrambe le cause). E questi dati risultano in crescita, rispetto al 7,6% della popolazione che aveva rinunciato a curarsi del 2023. Per quanto riguarda invece le risorse sulla Sanità, anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil.
Entrando nel dettaglio, nel periodo 2023-2026, il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese vediamo che nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l'eccezione del 6,14% del 2026. Questo si traduce in una perdita per la sanità pari a 18,8 miliardi.
"Il finanziamento nominale è certamente aumentato, ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn", ha spiegato il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta. "È il fenomeno dei ‘tagli invisibili': non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil del 2022". Poi ci si è messa anche l'inflazione, che ha di fatto annullato la crescita nominale di 37,5 miliardi del Fondo sanitario tra il 2010 e il 2026.