L’inflazione consuma i risparmi delle famiglie e la pressione fiscale sale ancora: lo dice l’Istat

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A cura di Luca Pons
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Il reddito a disposizione delle famiglie cresce, ma i prezzi corrono di più. E così scende il potere d’acquisto, e gli italiani riescono a mettere meno soldi da parte. Nel frattempo, la pressione fiscale – che ha già toccato i livelli più alti da dieci anni – continua a salire. È ciò che emerge dall’ultimo rapporto di Istat sull’economia. Ed è facile immaginare che, nei prossimi mesi, la situazione non migliorerà.

Salgono i prezzi e sale la pressione fiscale, che tocca il 43,5%. Così il potere d'acquisto scende e si riesce a risparmiare meno. Questa è la situazione che si trovano ad affrontare oggi le famiglie italiane, fotografata dall'ultimo rapporto Istat sul reddito e risparmio dei cittadini.

Il documento fa riferimento al secondo trimestre del 2026, cioè il periodo da aprile a giugno. Inutile ricordare che, nel corso dell'estate e con l'inizio dell'autunno, la situazione è stata ulteriormente peggiorata dalla crisi energetica, con il caro bollette e il caro benzina.

I prezzi salgono, si spende di più per fare la spesa e non restano soldi da mettere da parte

Va detto che le famiglie, tra aprile e giugno, hanno incassato di più rispetto ai primi mesi dell'anno: un aumento dello 0,4% nel reddito disponibile. Che fine hanno fatto questi soldi? In molti casi non sono stati messi da parte, perché sono serviti (e non sono bastati) e fare fronte all'inflazione che saliva. Infatti i consumi – cioè i soldi impiegati per acquistare prodotti e servizi, ad esempio fare la spesa – sono cresciuti ben più in fretta: un +1,7%. La differenza è ancora più evidente se si confronta il periodo aprile-giugno 2026 con gli stessi mesi del 2025. Rispetto ad allora, il reddito disponibile è aumentato del 2,5%, ma i consumi sono cresciuti del 4%.

In linea generale, è spesso considerato positivo che i consumi aumentino. Se le famiglie fanno acquisti, l'economia ‘gira'. Il problema è che in questo caso, come spiega l'Istat, "il reddito disponibile delle famiglie ha segnato un aumento inferiore a quello della spesa per consumi finali": insomma, gli italiani hanno speso di più non perché avessero più soldi, ma perché i prezzi erano saliti.

E infatti hanno potuto mettere da parte una frazione più bassa dello stipendio, della pensione o comunque del proprio reddito. La propensione al risparmio, cioè la percentuale di reddito che viene inserita appunto tra i risparmi, è scesa dell'1,2% rispetto a inizio anno e dell'1,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, al 6,7%. In termini pratici, per ogni mille euro lordi in busta paga lo scorso anno se ne riuscivano a risparmiare 81 (sempre lordi), quest'anno 67. Può sembrare una differenza minima, ma bisogna ricordare che è una media nazionale che riguarda tutte le famiglie italiane: in alcuni casi il dato sarà più lieve, in altri più significativo.

Scende il potere d'acquisto delle famiglie

A confermare che il motivo di questo aumenta della spesa è l'incremento dei prezzi è un altro dato, quello sul potere d'acquisto. È vero che negli ultimi anni, dal 2022 in avanti, il potere d'acquisto delle famiglie ha visto una leggera ripresa dopo lo shock economico della pandemia. Ma è vero anche che, dopo un picco a metà 2025, il dato è tornato a scendere gradualmente.

E ad aprile-giugno del 2026 ha registrato un -0,9% rispetto all'inizio dell'anno, o -0,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La tendenza di più lungo periodo è ancora positiva, ma resta da vedere che effetto avrà il caro energia, che in estate ha continuato a far sentire i suoi effetti.

La pressione fiscale sale ancora al 43,5%

In questa situazione, resta la pressione fiscale. Nel 2025 ha toccato il livello più alto da dieci anni a questa parte, il 42,9%. E, nonostante le giustificazioni del governo e della presidente del Consiglio Meloni, il motivo principale è che c'è un aumento delle tasse (legato principalmente all'incremento dell'occupazione e all'inflazione) che colpisce principalmente pensionati e dipendenti. Nel secondo trimestre del 2026, la pressione fiscale ha raggiungo il 43,5%, ancora in crescita (+0,5% rispetto a inizio anno, +0,4% rispetto allo stesso periodo del 2025).

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