La proposta di rinegoziazione del memorandum Italia-Libia, che il governo italiano ha presentato al governo libico, è insufficiente per il segretario di Radicali ItalianiMassimiliano Iervolino, intervistato da Fanpage.it. Dallo scorso 2 febbraio gli accordi tra Roma e Tripoli, siglati nel 2017, sono stati rinnovati automaticamente per altri tre anni, e senza le modifiche promesse nei mesi scorsi dal governo giallo-verde. Il quotidiano ‘Avvenire' ha pubblicato in esclusiva la bozza integrale della proposta di rinegoziazione, che contiene però solo alcuni deboli migliorie, come la "progressiva" – e non "immediata" – "chiusura dei centri non ufficiali in cui sono trattenuti i migranti irregolari". L'Italia ancora una volta non ha puntato al superamento del memorandum, come invece era stato chiesto dai Radicali italiani, e negli stessi giorni in cui l'Unhcr abbandonava una missione in una struttura di Tripoli per motivi sicurezza, visto anche l'aggravarsi del conflitto libico, il patto per il contenimento dei flussi migratori è stato tacitamente prolungato.

Iervolino, come giudica la bozza della proposta di rinegoziazione del memorandum con la Libia? Si poteva fare di più? 

Il nodo centrale è che non sussistono al momento le condizioni per poter mantenere un accordo con la Libia che abbia come obiettivo il controllo dei flussi migratori, perché non c'è alcuna seria garanzia di tutela dei diritti umani di migranti e rifugiati che, col nostro supporto, vengono intercettati in mare mentre tentano di raggiungere l'Europa e riportati indietro dalla Guardia costiera libica. Oggi, a causa del conflitto che, dal suo inizio, ha generato 150mila sfollati, i rischi sono molteplici: agli abusi e ai maltrattamenti di ogni genere e ai lavori forzati, si sommano la violenza generalizzata e il pericolo di essere costretti a combattere in prima linea, come veri scudi umani. Il memorandum va sospeso, non vi sono alternative possibili.

Considerata la forte instabilità che la Libia sta attraversando è pensabile che l’Italia possa sfilarsi e non scendere a patti con il governo di Tripoli?

Lo scenario geopolitico è estremamente delicato, è vero. Ma lo è altrettanto la materia di cui parliamo: la tutela dei diritti umani, alla cui violazione stiamo assistendo. Non solo, vi acconsentiamo nella misura in cui finanziamo le attività attraverso le quali l’accordo si realizza. Sospendere il memorandum ci porrebbe in una situazione ancora più complessa rispetto al rapporto con la Libia? Sicuramente, come complessa è sempre, d'altronde, la diplomazia internazionale. Anche su questo si misura la capacità di chi governa. In gioco ci sono i diritti inviolabili di ogni individuo, l'Italia non può continuare a girarsi dall'altra parte.

Se confrontiamo questa nuova bozza di accordo con i dossier dell’Onu si capisce come la scelta dei toni e delle parole serva a descrivere una realtà meno grave di quella che è. Per esempio non si fa riferimento alle torture che avvengono nelle prigioni libiche. Perché secondo lei?

Siamo conniventi. Mettere nero su bianco cosa avviene nei centri dove sono raccolti i migranti – chiamati solo nel memorandum “centri” e non centri di detenzione, come invece sono definiti dalle Nazioni unite – significherebbe riconoscere questa connivenza. Nel memorandum si tiene molto alla forma; l'immigrazione non è più definita clandestina o illegale, bensì irregolare, come a voler dire: il nostro approccio, la nostra visione, sono altri. Ma non funziona. A cambiare deve essere la sostanza, perché a essere violata è la vita delle persone.

L'Italia chiede il rispetto dei trattati internazionali sui diritti umani. Come si concilia questo con il fatto che la Libia non ha mai firmato la Convenzione sui diritti dell’uomo?

Non ha mai ratificato neppure la Convenzione di Ginevra del 1951, sullo status di rifugiato, eppure nel memorandum la Libia si impegna a favorire un sistema di strutture per i migranti nel rispetto di questo trattato internazionale. Si impegna, altresì, a fare questo basandosi sullo Stato di diritto. Stato di diritto che, attualmente, in Libia, non c'è.

Ma che garanzie abbiamo che con il contributo italiano la cosiddetta Guardia costiera libica sia davvero in grado di gestire i soccorsi senza mettere in pericolo la vita dei migranti?

Nessuna. Contribuiamo alla formazione della Guardia costiera libica e la supportiamo con mezzi navali, ma i fatti finora ci hanno dimostrato che non vi è alcuna garanzia. Al contrario, nei tre anni di vita del memorandum si sono verificati diversi incidenti e i testimoni riportano di gravi abusi. Talvolta è rimasta persino incerta l'identità di coloro che si presentavano come Guardia costiera libica, tale è il livello di instabilità nel paese e il rischio che le milizie sfruttino questa confusione a loro vantaggio.

Quindi, delegando ancora una volta ai libici i salvataggi, l’Italia continuerà di fatto ad effettuare respingimenti collettivi?

L'Italia continuerà a contribuire, finanziariamente, a far sì che persone vulnerabili e in fuga da un paese dove, in alcuni casi, hanno già subito torture e stupri, vengano portate indietro ed esposte per una seconda volta al rischio di vivere o – rivivere – tutto ciò. Solo negli ultimi giorni, 81 persone, tra cui 18 donne e 4 bambini, sono state ricondotte a Tripoli, area in cui imperversa la guerra. Il rischio di subirne le conseguenze è così alto da aver spinto l'Unhcr a ritirarsi dal centro di raccolta per rifugiati e migranti della città. Quelle 81 persone, a causa dell'accordo che l'Italia ha sottoscritto, potrebbero andare incontro a un destino orribile.

Emma Bonino ha paragonato gli accordi con la Libia alla trattativa tra lo Stato e la mafia. Un accostamento forte. Cosa significa?

Nutro forti dubbi sulla trattativa, sul rapporto perverso tra Italia e Libia molti meno.