AGGIORNAMENTO: Il prossimo 2 febbraio partiranno i nuovi accordi dell'Italia con la Libia, che furono sottoscritti il 2 febbraio del 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo di Tripoli Al Sarraj. Il patto è stato rinnovato automaticamente, nonostante gli appelli, politici e della società civile, che chiedevano una revisione, o almeno una sospensione, del memorandum che ha dato avvio a una collaborazione con il Paese nordafricano per contenere le partenze dei migranti. Dopo il silenzio del Parlamento l'accordo è stato prolungato per altri tre anni. E il negoziato Roma-Tripoli, nonostante le rassicurazioni del governo, non è mai iniziato.

Come è stato denunciato più volte, non è possibile verificare come la Libia impieghi, e abbia impiegato, le risorse economiche che arrivano dall'Italia. Il nostro Paese continua quindi a foraggiare con milioni di euro la cosiddetta Guardia Costiera libica, e contribuisce a tenere in vita i centri di detenzione, dove sistematicamente vengono violati i diritti umani. Stando agli ultimi dati, più della metà dei migranti scappati dalla Libia negli ultimi tre anni sono stati intercettati e riportati indietro: si parla di 40mila persone. Oltre 1000 solo nei primi giorni del 2020.

E nel frattempo la Libia è precipitata in una situazione di totale instabilità: dopo lo scoppio della guerra, dal 4 aprile scorso, in un Paese di 5 milioni di abitanti, ci sono stati quasi 350mila sfollati. Secondo l'ultimo rapporto dell'Onu si sono registrati almeno 287 morti tra civili e 370 feriti, con un 60% delle vittime causate da raid aerei. Si contano 8.500 persone distribuite in 28 prigioni sotto il controllo del ministero della Giustizia e altre migliaia si trovano in quelle dirette dai ministeri dell'Interno, della Difesa o in mano ai gruppi armati. I più vulnerabili sono i rifugiati e i migranti presenti nel Paese nordafricano: circa 3200 rifugiati e migranti si trovano nei centri di detenzioni gestiti dal Dipartimento per il contrasto all'immigrazione illegale (ministero dell'Interno) e dalle milizie. Tra loro circa 2mila si trovano in aree esposte ai combattimenti (soprattutto a Tripoli e nei dintorni).

Questo bollettino aggrava un quadro già drammatico. Il patto Italia-Libia è stato stipulato in violazione dell'articolo 80 della Costituzione: il Parlamento, che in teoria deve autorizzare la ratifica dei trattati internazionali che hanno natura politica e che determinano degli oneri finanziari sul bilancio dello Stato, è stato esautorato dal suo ruolo. Il memorandum è ovviamente di natura politica, visto che la Libia è un partner strategico nel Mediterraneo in materia di immigrazione.

La vice ministra degli Esteri Marina Sereni, in un'intervista ad Avvenire, ha assicurato oggi che ci sarà presto un intervento del governo per accelerare la revisione dell'accordo: "Non è vero che dopo il 2 febbraio non ci saranno margini di manovra. C'è invece la possibilità e la volontà di rivedere il memorandum e potremo farlo anche dopo quella data. Qualsiasi ragionamento, però, non può prescindere dalla situazione sul terreno".

"Purtroppo gli impegni presi alla Conferenza di Berlino non sono stati rispettati", ha spiegato Sereni. "Senza una tregua e un cessate il fuoco durevole – violato dai bombardamenti del generale Haftar e dalle interferenze di Paesi come la Turchia che riforniscono di armi e uomini il fronte del premier al-Sarraj – non è facile avviare un percorso verso la stabilizzazione. Per noi – ha sottolineato la vice ministra – è essenziale la radicale riforma delle modalità di trattamento dei migranti. Conosciamo le denunce dell'Onu e tutte le accuse riferite a innumerevoli violazioni dei diritti umani, sia nei centri di detenzione illegali che in quelli ufficiali. Certo non abbiamo ‘competenza' sulle prigioni clandestine, ma sulle strutture ufficiali proporremo una serie di questioni che riguardano le condizioni di vita".

La protesta di Radicali italiani

Domenica 2 febbraio i Radicali Italiani saranno in piazza, a Montecitorio, alle 15.30, per chiedere la sospensione immediata del memorandum Italia-Libia, e continuare così la campagna che avevano iniziato con la lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio MattarellaNella lettera, oltre a chiedere al governo di recepire i rilievi sollevati sui due decreti Sicurezza, avevano denunciato il caos il Libia: "L'Italia e l'Unione europea continuano a supportare alcuni corpi militari libici affinché impediscano ai migranti di raggiungere le nostre coste per poi essere nuovamente rinchiusi in condizioni inaccettabili in piena violazione degli obblighi internazionali, a partire dalla Convenzione di Ginevra e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che, ancora, della nostra Costituzione. Per tali ragioni crediamo che si debba sospendere il memorandum del 2017 con la Libia, prima della scadenza del prossimo febbraio". Ma su questo fronte il governo si è distinto per una totale inazione.

"Troviamo paradossale che, in attesa di un ritorno della Libia a una maggiore stabilità, il memorandum sia lasciato così com'è. Se non può essere modificato, può essere invece sospeso. Siamo consapevoli che equilibri e relazioni internazionali non sono materia facile, specie in un momento in cui il Medio Oriente è estremamente fragile, ma le manovre della geopolitica non possono ignorare che qui in ballo ci sono i diritti umani, alla cui violazione stiamo contribuendo ampiamente. Lo facciamo in modo indiretto, continuando a consentire che queste avvengano. Torneremo di fronte a Montecitorio, il 2 febbraio, per  chiedere ai presidenti delle Camere e al Parlamento di portare al più presto il memorandum in aula e di determinarne la sospensione immediata. Al contrario di quanto stabilito dall'articolo 80 della Costituzione, questo accordo non è neppure mai stato discusso né deliberato in Parlamento", hanno detto a Fanpage Massimiliano IervolinoGiulia Crivellini e Igor Boni, Segretario, Tesoriera e Presidente di Radicali Italiani.
"Il memorandum – hanno proseguito – col nostro enorme supporto finanziario alla Libia, ci rende complici dei crimini perpetrati nel Paese. La Corte penale internazionale, nell'ambito dell'indagine aperta sulla Libia dal 2011, continua a monitorare i ‘crimini contro i migranti', come la corte stessa li definisce: nel 2019 ha denunciato proprio l'incremento nel numero di persone intercettate a bordo dei barconi e riportate indietro dalla Guardia costiera libica, esposte al rischio di detenzione arbitraria, torture, maltrattamenti. Inoltre l'Aia rileva che le accuse raccolte riguardano anche i centri che, almeno formalmente, sono diretti da autorità statali. Tutto questo si ripete, giorno dopo giorno, anche a causa di questo accordo. Un accordo, appunto, criminale".

L'appello di Emergency

Anche Emergency ha lanciato l'allarme per il rinnovo automatico degli accordi con la Libia, prorogati, fino ad ora, alle stesse identiche condizioni: "L'Italia dice di aver fatto la sua parte, ma non è così. Non ha mantenuto la promessa di modificare il memorandum rendendo il nostro Paese complice – se non il committente – delle innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia. Emergency condanna il rinnovo di questo vergognoso accordo con la Libia e chiede all'Italia e all'Europa di dare risposte serie e credibili per affrontare ciò che avviene ogni giorno nei luoghi di detenzione libici e nel Mediterraneo. È necessario ripensare le politiche sull’immigrazione in Italia e in Europa, che non possono essere più delegate a Paesi che violano i diritti umani su mandato. Se vogliamo veramente parlare di cambiamento di rotta, è imprescindibile fare scelte civili forti, per le quali non possiamo più aspettare".

UNHCR sospende attività in struttura a Tripoli

Intanto l'Unhcr ha annunciato oggi che sospenderà le sue operazioni presso la Struttura di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility / Gdf) a Tripoli. Il Gdf rientra nella giurisdizione del Ministero dell'Interno libico. La decisione, fa sapere in un comunicato l'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto libico.

"Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione dell'Unjcr in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto. L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri.

L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gathering and Departure Facility lo scorso novembre, dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli.

"Altri aspetti importanti del nostro lavoro in Libia continuano a pieno ritmo e speriamo di poter riprendere le nostre operazioni al Gdf non appena la situazione di sicurezza lo consentirà", ha detto Cavalieri. Il 2 gennaio, l'Unhcr ha espresso serie preoccupazioni dopo che tre colpi di mortaio sono caduti vicino al Gdf e frammenti sono atterrati vicino a un magazzino all'interno del complesso. Il Gdf è stato istituito come centro di transito per ospitare i rifugiati per i quali era già stata identificata una soluzione fuori dalla Libia, in attesa della loro evacuazione. A partire da dicembre 2018, quasi 1.700 rifugiati precedentemente detenuti sono stati evacuati dalla Libia attraverso il Gdf. A seguito dell'ingresso spontaneo di circa 900 persone a partire da luglio 2019, la struttura è diventata gravemente sovraffollata e non sta più funzionando come centro di transito. L'Unhcr continua a esortare tutte le parti in conflitto in Libia a proteggere i civili e le infrastrutture civili.