Il 2 novembre si avvicina, e così anche il rinnovo automatico degli accordi Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori dal Nord Africa. Ong Sea Watch, Mediterranea, Open Arms, Sea Eye in un comunicato congiunto si scagliano contro il mancato blocco del memorandum d'intesa Italia-Libia siglato il 2 febbraio 2017 dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti. Ieri il ministro degli Esteri Di Maio ha evidenziato la necessità di fare alcune modifiche all'accordo "in particolare nella parte riguardante le condizioni dei Centri di detenzione". Ma il governo non è comunque intenzionato a sospenderlo, per cui il memorandum sarà valido per altri 3 anni a partire da sabato. Oggi il presidente del Consiglio Conte ha dichiarato che un accordo "che ha permesso di gestire meglio i flussi migratori non può essere gettato a mare, ma sicuramente ci sono ampi spazi per rimediare a qualche aspetto che non si è rivelato soddisfacente". 

"Riteniamo grave l'intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico", scrivono le organizzazioni umanitarie.

"Abbiamo più volte sottoposto all'attenzione dell'opinione pubblica le gravi violazioni dei Trattati internazionali di cui siamo stati testimoni diretti durante le nostre missioni in mare e abbiamo altresì ribadito come la riduzione del numero degli sbarchi sia stata direttamente proporzionale alle morti o alla detenzione illegittima nei centri, veri e propri lager, presenti in quel Paese", continuano. Per poi ribadire: "Ecco perché, anche in questa occasione vogliamo ribadire quelli che per noi rimangono punti inderogabili: gli arrivi in Italia sono diminuiti a scapito della protezione delle persone che, catturate dalla cosiddetta guardia costiera libica, sono state riportate in un Paese in cui subiscono reiterate violenze e torture finalizzate alla riscossione di denaro; l'interlocutore libico del governo italiano non è in grado di rappresentare un'autorità statuale vera e propria, ma trattandosi di un Paese in guerra, si fanno accordi con fazioni che hanno il controllo solo su determinate zone del territorio".

Per Sea Watch, Mediterranea, Open Arms e Sea Eye, inoltre, "il governo libico è stato riconosciuto a livello internazionale ma è di fatto composto da una serie di milizie armate che ne compromettono l'operato; l'equazione meno partenze uguale meno morti, abusata negli ultimi mesi è in realtà fuorviante: come dimostrano i dati dell'Unhcr e dell'Oim, il rapporto tra persone partite e persone decedute nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6. Per noi – rimarcano infine -, le soluzioni restano altre, ad esempio l'introduzione di soluzioni alternative alle partenze via mare (corridoi umanitari) e la costituzione di una task force politica e istituzionale in grado di garantire la tutela dei diritti umani di chi si trova in Libia. Chiediamo dunque con forza che si approfitti di questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo e per ribadire che un governo democratico, qual è il nostro, non può stringere patti con Paesi senza pretendere garanzie e tutele che rispettino prima di tutto la nostra Costituzione, ma anche la dignità e la vita delle persone".