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L’economista Florio: “Destra italiana cavalca il Pfizergate, ma in Europa aiuta le lobby farmaceutiche”

Nelle ultime settimane è riesplosa l’attenzione per l’inchiesta sui presunti scambi illeciti tra la presidente della Commissione Ue Von der Leyen e l’ad di Pfizer, nel periodo della negoziazione per l’acquisto dei vaccini anti-Covid. Una riforma che fallisce l’obiettivo di rendere più facile ed economico l’accesso ai farmaci, spiega a Fanpage.it Massimo Florio, economista.
A cura di Marco Billeci
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Nelle ultime settimane, nel dibattito europeo, è riesplosa la questione del cosiddetto Pfizergate. Si tratta dell'indagine su possibili illeciti nei negoziati per l'acquisto dei vaccini contro il Covid, in relazione a un presunto scambio di messaggi tra la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e il Ceo di Pfizer Albert Bourla, nel periodo immediatamente precedente alla chiusura del contratto tra la multinazionale farmaceutica e l'esecutivo Ue.

L'inchiesta è nata in Belgio all'inizio del 2023, ma recentemente è stata presa in mano dalla Procura europea, circostanza che ha riacceso la miccia delle polemiche, contro la presidente della Commissione. Tutto questo avviene in un periodo particolarmente delicato, non solo perché siamo alla vigilia delle elezioni Ue, con cui Von der Leyen cerca di ottenere un bis del suo mandato. Ma anche perché, proprio in queste ore, il Parlamento europeo sta votando la riforma della legislazione farmaceutica europea.

Una nuova normativa che stando gli annunci dei vertici dell'Unione dovrebbe garantire maggiore trasparenza e un più facile accesso ai farmaci, ma secondo diversi osservatori fallisce gli obiettivi. Tra i critici, c'è il professor Massimo Florio, docente di Scienza delle Finanze all'Università di Milano e membro del Forum Diseguaglianze e Diversità, coordinato dall'ex ministro Fabrizio Barca, che da anni si batte per la creazione di un infrastruttura pubblica di ricerca europea sui farmaci.

Professor Florio, partiamo dal Pfizergate. Come giudica il dibattito che si è riaperto sul tema?

In realtà io sono stato un po' sorpreso dalla rilevanza data alle notizie delle ultime settimane, perché sono delle non notizie, nel senso che l'esistenza dell'indagine era nota da mesi. La mia impressione è che il riemergere della questione sia molto legato alla ricandidatura di Von der Leyen, sia un po' un messaggio nei suoi confronti.

Dall'indagine parrebbe emergere quantomeno una mancanza di trasparenza, nelle negoziazioni tra Pfizer e Commissione Ue

La questione di fondo è che la Commissione europea – a differenza del governo degli Stati Uniti – non aveva delle istituzioni per negoziare in una fase di emergenza con le case farmaceutiche.  Quindi, l'esecutivo europeo si è trovato di fronte a due problemi. Il primo è che il mandato dei trattati in materia di salute è relativamente limitato, perciò si è dovuto un po' dovuto improvvisare.

Il secondo problema?

È una questione storica: la complessa relazione con gli Stati membri. La Commissione europea a un certo punto ha avocato a sé i negoziati con le case farmaceutiche. Il bicchiere mezzo pieno è che è riuscita a condurli, altrimenti avremmo avuto il caos, in cui ogni Stato contrattava per i fatti suoi, con conseguenze facili da immaginare. Il bicchiere mezzo vuoto è che il negoziato si è svolto sostanzialmente in preda al panico e quindi è stato accettato l'inaccettabile.

Cioè costi troppo alti per i vaccini anti-Covid?

Non è soltanto questione dei prezzi. Non sono state inserite clausole di rinegoziazione efficaci, con il  risultato che tuttora ci sono obblighi di acquisto di dosi che nessuno vuole. E in alcuni casi non è nemmeno chiaro se si possono applicare delle penali, pur di venirne fuori. Da questo punto di vista, la contrattazione è stata abbastanza catastrofica.

Inchieste giornalistiche parlano di circa 4miliardi di dosi buttate. Come si è arrivati a questo punto?

Il punto è questo: nessuno poteva sapere quanto tempo sarebbe durata la pandemia, quindi nessuno poteva fare delle previsioni su quante dosi sarebbero servite. Ma qualunque impresa che fa acquisti di questo tipo si tutela con delle clausole di salvaguardia, per disdire i contratti di fornitura, pagando una penale. C'è poi la questione dei meccanismi di consegna, anche quelli sono un po' scappati di mano.

Tornado al tema dei costi, l'Europa ha pagato troppo i vaccini?

In preda al panico, la Commissione ha accettato dei prezzi fuori mercato. Io faccio l'economista da qualche decennio, non ricordo nessun caso in cui si sono accumulati extraprofitti, così alti, in tempi così brevi, da parte di un numero così ristretto di imprese. È  stato una specie di record mondiale. Di fronte a questo, la questione degli sms della Von der Leyen è un piccolo particolare. Il problema è la mancanza di istituzioni di livello federale, per gestire le emergenze. Questa volta è stata la pandemia, domani può essere un'altra cosa.

Le case farmaceutiche hanno speculato sulla pandemia?

Le case farmaceutiche fanno il loro mestiere, puntano a massimizzare i profitti per gli azionisti.  Se hanno dei contraenti deboli e sono loro in posizione di forza portano a casa i risultati. Potremmo però imparare questa lezione.

Qual è la lezione?

Tutti gli esperti ci dicono che un'altra pandemia arriverà. E comunque sappiamo con certezza che abbiamo all'orizzonte il problema della resistenza dei batteri agli antibiotici. Questa sembra essere la sfida del futuro, che rischia di far saltare tutta la medicina moderna. Un rapporto inglese molto autorevole parla di 10 milioni di morti l'anno, a partire dal 2050, per la resistenza agli antibiotici. Ma le case farmaceutiche sugli antibiotici non spendono volentieri, perché  non hanno un grande ritorno dal punto di vista economico. Se l'antibiotico funziona, infatti, lo si prende per un tot e poi non serve più, per cui non c'è più mercato. In una logica d'impresa, è molto più interessante investire sulle cure di  patologie  croniche, tipiche dei paesi ricchi, come l'obesità.

Nell'ultimo anno, in Europa è iniziata una procedura di revisione delle leggi sui famaci, anche per correggere queste storture. Va nella direzione giusta?

La strada presa dalla proposta della Commissione europea e accettata del Parlamento dice: incentiviamo le imprese a fare ciò che non vorrebbero fare, dandogli soldi e protezioni sul mercato.

A suo giudizio, è un meccanismo che può funzionare?

No. Tutto il sistema dei brevetti non viene toccato. Anche se è stato molto criticato durante la pandemia, non c'è nulla nella legislazione farmaceutica che modifichi il sistema dei brevetti. Quindi, se io scopro un nuovo farmaco e lo brevetto, per venti anni nessuno può imitarlo. La proposta della Commissione europea invece puntava a ridurre altri due meccanismi che si chiamano esclusività di mercato e Data Protection Regulation.

Andiamo con ordine, cosa è l'esclusività di mercato?

Attualmente l'esclusività di mercato prevede che, anche al di là del brevetto, io come impresa per dieci anni ho una prerogativa sui farmaci: se qualcun altro trova qualche altra cosa che può funzionare per la stessa patologia, comunque non lo può usare. La Commissione Ue propone di ridurre l'esclusività di mercato da dieci anni a sei, ma dà alle imprese dei "premi" per cui se rispettano certe condizioni, possono arrivare anche a dodici anni di esclusività.

La Commissione in questo modo non impone obblighi, ma cerca di esercitare una moral suasion sulle aziende farmaceutiche?

Esatto. Un meccanismo analogo è quella del Data Protection Regulation,  con cui si impedisce ai concorrenti di conoscere i  dati delle sperimentazioni cliniche, che sarebbero utili ad esempio per fare confronti. Anche su questo, dopo le proteste delle lobby farmaceutiche, tutto è rimasto come prima.

Altri punti critici?

L'altro sistema proposto è quello dei voucher trasferibili,  che a me come economista piace molto poco. Sostanzialmente si dice: se tu trovi un nuovo antibiotico,  io ti premio dandoti un anno in più di esclusività di mercato, su un altro prodotto a tua scelta. In nessuna parte del mondo è stata fatta una cosa così. Le multinazionali farmaceutiche sono a favore, perché basta ricevere l'autorizzazione al mercato per un qualche cosa – anche con degli effetti trascurabili – e in cambio magari si ottiene un anno in più di esclusività, su un farmaco che vale magari un miliardo di euro l'anno.

Insomma, secondo lei la riforma non cambia granché?

Sono tutte strategie volte a incentivare l'industria, senza apparentemente tirare fuori  dei soldi. Ma in realtà poi pagheremo noi cittadini, perché si proseguono regimi monopolistici, protratti da tempo. Anzi , la norma sui voucher trasferibili forse peggiora ulteriormente il quadro. Piace molto alle grandi società farmaceutiche, che stanno sedute sui prodotti cosiddetti blockbuster. E non piace per niente alle piccole e medie imprese innovative.

Qual è la proposta alternativa del Forum Diseguaglianze e Diversità?

Una serie di studi hanno suggerito di  creare in Europa una infrastruttura pubblica di ricerca biomedica, che abbia una capacità e una autonomia paragonabile a quella che esiste negli Stati Uniti. Uno dei relatori della legislazione al Parlamento Europeo aveva inserito questa raccomandazione nella propria posizione per il negoziato. A  luglio 2023 questa ipotesi era stata accettata dalla maggioranza del parlamento europeo.

E poi cosa è successo?

Nel corso della discussione nella Commissione parlamentare, è stato approvato un testo di compromesso in cui questa proposta è caduta. Ora 50 europarlamentari di diversi schieramenti di centro e sinistra la ripresenteranno in aula e vedremo cosa accadrà

Le grandi case farmaceutiche hanno avuto un peso in questo cambio di orientamento?

L'europarlamentare danese relatrice della direttiva sulla legislazione farmaceutica  ha fatto oltre cento incontri con le lobby del settore, secondo quanto riportato nel registro ufficiale del parlamento europeo. Io considero questo dato molto più importante dello scambio di sms tra Von der Leyen e l'ad di Pfirzer, perché non impatta su un'emergenza, ma su una legislazione che inciderà sui prossimi venti o trent'anni.

I partiti euroscettici e conservatori italiani – come Lega e Fratelli d'Italia – sono tra  i maggiori accusatori dell'Unione europea, sia per il Pfizergate, sia più in generale per tutta la gestione dei negoziati sui vaccini. Ma nella pratica, durante il percorso della riforma in parlamento, come si sono comportati?

Non sono pervenuti. Ho sentito da parte loro in Parlamento europeo una serie di invettive contro Big Pharma, ma poi al momento del voto,  li ho visti votare assolutamente compatti questi testi, che fondamentalmente danno questi meccanismi di incentivo per le case farmaceutiche. Non ho sentito una sola proposta che si discosti maniera in maniera radicale. Sinceramente il livello del dibattito è stato in generale abbastanza modesto. Al di là delle faccende scandalistiche, ho visto poche proposte nel merito veramente interessanti.

Nelle scorse settimane, c'è stato anche il caso della ricerca di alcuni studiosi, scomparsa e poi riapparsa sul sito del parlamento europeo. Era uno studio che criticava le proposte della Commissione e sosteneva la necessità di una infrastruttura pubblica europea per i farmaci

Sì, lo studio in questione ha  un po' eccitato gli animi di chi per mestiere fa la lobby a Bruxelles. Però le posso dire una cosa, io nel corso di questi anni ho intervistato decine di top manager dell'industria farmaceutica, sotto vincolo di anonimato. Non c'è ne è uno che mi ha detto sarebbe un'idea sbagliata per l'Europa, dotarsi di infrastruttura di questo genere . Questo perché il rafforzamento di un ecosistema europeo alla fine può anche funzionare anche per loro.

Ma cosa cambierebbe, nella pratica, se si creasse un'industria pubblica europea dei farmaci?

Le faccio il paragone con gli Stati Uniti. I National Institutes of Health sono campus, dove ci sono 27 istituti, con un bilancio annuo di 50 miliardi di dollari. Hanno un fortissimo meccanismo di incentivo alla ricerca: si è calcolato che per ogni nuovo principio attivo degli ultimi 15 anni, mediamente il governo degli Stati Uniti messo a disposizione un miliardo di dollari a fondo perduto. Non solo, all'interno del programma c'è uno dei più grandi ospedali di ricerca più importanti del mondo.  Questo modello andrebbe replicato creando una rete di campus in Europa, che ragiona in termini europei, con un'agenda di priorità in un orizzonte di almeno venti anni.

Una struttura di questo tipo riequilibrerebbe i rapporti con le aziende private?

Questo organismo avrebbe delle proprie priorità di ricerca e si terrebbe la proprietà. Dopodiché se le singole imprese vogliono contribuire e collaborare, si negozia l'eventuale partnership, ma non come qualcuno che sta regalando dei soldi ad un altro. E in quest'ottica, perché dovremo essere catturati sempre dai soliti noti, quando invece potremmo costruire una anche una politica industriale, con altri soggetti che ci sono in Europa, anche in campi innovativi, come quello dell'intelligenza artificiale per la ricerca dei farmaci? Potremmo fare delle grandi cose.

Per farle però servono tanti soldi. Avete calcolato quanti e avete pensato dove trovarli?

La scala che abbiamo immaginato è di circa 7 miliardi l'anno. Come vengono fuori questi soldi? In parte riconcentrando risorse che attualmente disperdiamo a livello nazionale. Inoltre, ci sarebbe un enorme miglioramento dei bilanci sanitari dei singoli Stati. Oggi il 15/20 percento dei bilanci pubblici della sanità sono destinati all'acquisto di farmici ed è una voce che sta esplodendo, proprio a causa di questi meccanismi oligopolistici. Con la nostra proposta, si metterebbe uno stop a una dinamica di prezzo, che attualmente destabilizza il funzionamento dei sistemi pubblici. Quindi i soldi vengono da quello che posso risparmiare da una parte perché useremmo meglio le risorse che già sta spendendo. E dall'altra parte perché spenderemmo di meno di quello che spendiamo, consegnandoci mani e piedi a dei soggetti che hanno degli obiettivi di guadagno molto più forti, di quelli che avrebbe un'infrastruttura pubblica.

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