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Le geografie degli uomini se ne fregano dei confini: la lezione sulle migrazioni che dobbiamo imparare dalla Storia del Mediterraneo

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Per secoli il Mediterraneo è stato unito dal Sabir, una lingua d’uso nata per permettere a popoli diversi di capirsi senza barriere. Oggi l’Europa tenta invece di arginare le migrazioni con decreti, controlli e burocrazia, dimenticando che nessuna norma potrà mai fermare chi rischia la vita per sopravvivere o cercare un futuro.

Per secoli il Mediterraneo ha avuto una lingua senza patria. Si chiamava Sabir: una sintassi scheletrica, italiana nell'intelaiatura, innestata di vocaboli arabi, spagnoli, greci, turchi. Non l'avevano codificata i linguisti né l'avevano decretata i re; l'avevano impastata sui moli i pescatori, i mercanti, i corsari e gli schiavi. Era una lingua d'uso, dura, priva di ornamenti, nata da un'evidenza geografica che allora nessuno si sognava di smentire: sul mare le culture si urtano, le merci circolano e gli uomini si incontrano. Per sopravvivere alla navigazione non serviva mostrare un'appartenenza, serviva capirsi.

Di quella saggezza pragmatica e ruvida, oggi non è rimasto quasi nulla. A guardare il modo in cui le cancellerie europee gestiscono i confini si misura tutto il regresso della nostra intelligenza geografica. Abbiamo sostituito la pragmatica del mare con la finzione burocratica della terraferma. Crediamo davvero che una spinta demografica ed esistenziale, antica quanto la specie, si possa arginare con un cavillo di cancelleria, con la sospensione temporanea di Schengen o con il ripristino dei controlli ai gate degli aeroporti. L'illusione tutta occidentale di poter addomesticare la storia applicandole il diritto amministrativo.

Non abbiamo ancora capito che, dalle rotte dello Stretto di Gibilterra fino al Canale di Sicilia, chi decide di prendere il mare non sta consultando un bando di concorso né sta valutando il quadro normativo dell'Unione. Una madre che stringe a sé un bambino al buio, sul bordo di un gommone sgonfio o di uno scafo di fortuna, mentre le onde schiaffeggiano la chiglia e l'orizzonte non offre certezze, non sta compiendo un atto di calcolo ma l'unico gesto che rimane quando la terraferma smette di offrire la vita. Così come non è un calcolo geopolitico quello di un ragazzo di vent'anni che nuota per ore tra le onde per cercare le stesse cose che cerchiamo noi, un lavoro, una possibilità, un pezzo di futuro, spinto dalla medesima ostinazione che ha sempre mosso chiunque abbia vent'anni in qualsiasi parte del mondo. E non lo è nemmeno per un uomo di quarant'anni che decide di ricominciare da capo, spezzandosi le mani per ricostruire una dignità per sé e per chi è rimasto a casa, sfidando l'idea assurda che a un certo punto della vita non si abbia più il diritto di desiderare un domani diverso. Nessun deterrente normativo, nessuna minaccia di respingimento o cavillo di sicurezza ha mai fermato chi ha già contemplato l'ipotesi di non arrivare a domani.

Il corto circuito della politica sta tutto qui, nell'incapacità di riconoscere la pura casualità della nascita: la differenza arbitraria tra chi ha la fortuna di nascere con il passaporto giusto in tasca e chi, per avere gli stessi diritti, deve scommettere la vita sul mare o via terra. Ci siamo arroccati nell'ossessione di tracciare confini e barriere sulla carta laddove la natura ha messo soltanto acqua, trasformando le note investigative in diplomazia da prima pagina per alimentare contese elettorali d'immediato respiro. Ma le rotte continuano a tracciarsi da sole, insensibili alle retoriche e sorde ai telegiornali. Che si tratti delle braccia di mare tra la Libia e Lampedusa, del canale tra il Maghreb e l'Andalusia, dei sentieri di fango o neve della rotta balcanica, o ancora più lontano, delle giungle impervie del Darién e dei deserti che separano le Americhe: la geografia dell'esistenza trova sempre una strada.

Il Sabir è tramontato quando abbiamo creduto che le mappe valessero più delle correnti e che i confini potessero recintare l'acqua. Ma la storia non ha mai chiesto il permesso alle burocrazie: continuerà a scorrere, esattamente come il mare, travolgendo chi si ostina a pensare di poterla governare con un timbro.

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Genovese trapiantata a Roma. Ho lavorato per Class Editori e Radio3 e ho frequentato la scuola di giornalismo Lelio Basso. Per molti anni, come freelance, mi sono occupata di politica nazionale e internazionale, realizzando reportage sul campo in Paesi come Turchia, Siria, Albania, Bosnia. Ho collaborato con Domani, Internazionale, il manifesto, Lifegate e Tpi. Oggi a Fanpage scrivo di politica e tematiche sociali. 
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