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Opinioni
Elezioni politiche del 25 settembre 2022 in Italia
1 Agosto 2022
09:01

La “sinistra” che non vuole tassare i grandi patrimoni e le eredità si chiama destra

L’alzata di scudi di Calenda e dei centristi alla proposta di Enrico Letta di finanziare una dote ai 18enni con una tassa di successione sui grandi patrimoni è la prova di una distanza ideale e programmatica incolmabile. Per parlare di alleanze, forse, bisogna partire da qui.
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Parliamo un po’ di programmi, allora. Perché tra bisticci, alleanze e tattiche varie vale la pena di parlare di ciò che distingue le diverse forze politiche che concorreranno alle prossime elezioni.

Un buon punto di partenza sono le tasse. Che spiegano bene se e come si vuole redistribuire la ricchezza. Generalmente, la destra punta a lasciare i soldi a chi ce li ha, adducendo ragioni di merito, o di efficienza – non si tolgono i soldi a chi ha rischiato per guadagnarli, o a chi fa crescere l’economia. La sinistra, sempre generalmente, tende a preferire una maggior pressione fiscale sui patrimoni e sui redditi alti, adducendo ragioni di giustizia sociale e di lotta alla disuguaglianza economica – una società in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri funziona male.

Questa è la teoria tagliata a fette spesse, che tuttavia è utile per leggere le proposte elettorali, e capire dove collocare chi le porta avanti. Ad esempio, la proposta di Enrico Letta, segretario del Pd, di dare una dote ai giovani colpendo i grandi patrimoni con una tassa di successione è indubbiamente una proposta di sinistra: perché si rivolge a una categoria anagrafica indubitabilmente svantaggiata. Perché colpisce grandi patrimoni generati sovente da rendite di posizione, che nulla c’entrano con la crescita economica e con il rischio d’impresa. E che vanno a colpire un trasferimento di ricchezza – l’eredità – che col merito non ha nulla a che spartire.

In linea teorica, è una proposta che potrebbe piacere anche a destra, proprio per questi ultimi motivi, ma che di sicuro è difficile non possa piacere a chi alla destra si sente alternativo. Per questo è difficile comprendere la secca contrarietà di Carlo Calenda – che dello stesso Partito Democratico guidato da Enrico Letta è stato eurodeputato  – a una proposta di questo tipo.

Ad esempio, dice Calenda che è una proposta che non funziona, perché se minacci di tassare i grandi patrimoni, quelli scappano. E che è una proposta che evoca quella tassa patrimoniale che sovente le destre agitano come spauracchio per spaventare la classe media. In altre parole, Calenda dice che questa proposta è sbagliata perché nel mondo reale i patrimoni milionari non si possono tassare e perché evoca altro.

Motivazioni abbastanza pretestuose, queste: se vuoi tassare i grandi patrimoni, trovi il modo di farlo, così come quando si vogliono tassare le grandi multinazionali con sede legale nei paradisi fiscali (storica battaglia politica dello stesso Calenda) E se non vuoi che gli elettori capiscano male, ti spieghi meglio. Evidentemente, se queste sono le premesse, appare abbastanza evidente che Calenda voglia fare campagna elettorale contro la sinistra. E che il suo obiettivo sono i voti di centrodestra in libera uscita da Forza Italia, il partito anti tasse per eccellenza, in particolare contro le tasse sul patrimonio e sulle rendite, quello che la tassa di successione l’ha cancellata al primo consiglio dei ministri nel 2001 e che ha abolito anche l’imposta comunale sugli immobili quando ha rivinto nel 2008.

Per Enrico Letta, nel suo piccolo, è un problema in meno. Più Calenda (e Renzi) prendono le distanze dalle sue proposte, meno le proposte di Calenda e Renzi diventano concorrenziali a quella del Pd. Tuttavia, sono anche prese di posizione che allontanano la prospettiva di una coalizione di centro-sinistra in grado di combattere la destra. Perché quelle di Calenda sono prese di posizione che lo avvicinano molto più a quei Salvini e Meloni – quelli della flat tax e dei condoni edilizi e fiscali – cui il leader di Azione vorrebbe fare da argine. E che rendono estremamente complessa la nascita di un governo di centrosinistra prossimo venturo – già improbabile di suo, stando ai sondaggi – se anche di fronte al minimo sindacale proposto da Letta si ergono muri invalicabili.

Il problema sta tutto qua, in fondo, per chi ha l’onere di evitare che Giorgia Meloni giuri da presidente del consiglio al Quirinale tra un paio di mesi. Che per combattere la destra si possono agitare tutti gli spauracchi del mondo. Ma se non si riesce a immaginare e a proporre un modello alternativo di società e di economia a quello che difende la rendita e i ceti più abbienti, per paura che gli elettori scappino, la contesa diventa tra diverse sfumature di destra, non tra destra e sinistra. E forse farebbe bene Enrico Letta a dirlo chiaramente, ribaltando il tavolo: chi non ci sta alla mia proposta, è meglio che cerchi alleanze altrove

Perché se ogni volta, per non perdere, la sinistra deve travestirsi da destra, allora, forse, tanto vale che perda.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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