È un fenomeno sommerso, che però negli ultimi anni sta prendendo piede anche in Italia. Ma una legislazione che punisca questo reato nel nostro Paese ancora non c'è. Eppure la richiesta di riempire questo vuoto normativo è forte. Lo dimostra una petizione su Change.org che ha raccolto 100mila firme, per ottenere finalmente una legge contro il ‘revenge porn', cioè la condivisione in rete di foto o filmati intimi, senza il consenso delle vittime, allo scopo di denigrare o vendicarsi per la fine di una relazione, o semplicemente per soldi. Ad essere colpite sono per lo più le donne, ma non solo: sono coinvolti anche minori, e in alcuni casi anche gli uomini. Quando parliamo di ‘revenge porn' in realtà ci riferiamo a reati diversi: diffamazione, stalking, pedopornografia, cyberbullismo.

A Montecitorio oggi si è svolto un incontro, a cui hanno partecipato l'ex presidente della Camera Laura Boldrini, che ha fatto sua la petizione, insieme ad avvocati, psicologi, i ‘Sentinelli di Milano', gli attivisti di Bossy' e di ‘Insieme in rete', (un'associazione che si propone di favorire l'esercizio consapevole della cittadinanza digitale, attraverso il contrasto della disinformazione), che ha lanciato l'appello online. Presente anche Paolo Picchio, padre di Carolina, la ragazza 14enne che nel 2013 si tolse la vita per colpa di un video, diffuso su internet, che alcuni ragazzi più grandi avevano girato mentre la molestavano sessualmente, esponendola ad ogni tipo di insulti e derisioni. A Carolina Picchio durante la scorsa legislatura è stata dedicata la prima legge in Europa contro il cyberbullismo.

Proprio a partire da questa iniziativa è partita la stesura di una proposta di legge, che terrà insieme tre aspetti fondamentali per contrastare queste condotte: la legge si propone di essere repressiva, nei confronti degli aguzzini, ma anche di fornire un'educazione digitale e di genere; e nello stesso tempo – uno dei punti chiave del testo – la legge punta ad assicurare un'assistenza ad adolescenti e donne, la cui autostima spesso si frantuma per la cinica diffusione in rete di una foto, magari scattata e inviata in un clima di totale fiducia nei confronti del partner, il quale però, una volta interrotta la relazione, per un bieco istinto di sopraffazione, decide di far diventare virale un momento di vita privata. Il percorso da fare è ancora lungo, ma oggi sono stati mossi i primi passi. La legge partirà dal contributo non solo di LeU, ma anche di altri partiti che abbracceranno la battaglia.

"Spesso il ‘revenge porn' è anche un modo per intimidire le donne, che provano a far carriera o a emergere nella vita pubblica", ha commentato Laura Boldrini. "È un mondo feroce – ha continuato – basato sull'odio. C'è una misoginia diffusa, ma è la cifra del nostro tempo. Dove la correttezza è diventata un disvalore. Essere persone si è trasformato in essere ‘buonisti'. Difficile cercare alleati contro l'odio, contro quando l'odio va così di moda, e ci sono partiti politici che sono al potere grazie a questo clima. Ma dobbiamo chiederci: a cosa mira, che società vuole chi vive nell'odio? Abbiamo già letto questo capitolo della Storia e sappiamo già come va a finire".

Il problema è soprattutto culturale: episodi di violenza in rete avvengono più frequentemente oggi anche per via del sexting, pratica in crescita soprattutto tra gli adolescenti, anche tra le ragazze. Si tratta della condivisione via internet o tramite cellulare, di immagini e testi, più o meno espliciti, legati alla sfera sessuale. Silvia Semenzin, dottoranda a Milano, esperta in Sociologia digitale, e testimone di episodi di ‘revenge porn', ha sollevato la questione della terminologia utilizzata per parlare del fenomeno: "Sarebbe più appropriato parlare di ‘pornografia non consensuale', o meglio di ‘condivisione non consensuale di materiale intimo'. È più corretto porre l'accento su chi compie l'atto non su chi lo subisce". Silvia Semenzin ha pubblicato un'inchiesta su Wired, un'indagine fatta su chat segrete su ‘Telegram', chat composte da 10 persone o canali con più di 24mila persone, in cui ha raccolto materiale agghiacciante, scoperchiando l'universo delle aggressioni in rete. Ha trovato foto di minori, foto scattate con il consenso della vittima durante rapporti di coppia, foto di donne ignare riprese in momenti di vita quotidiana, numeri di telefono, filmati girati con microfoni e telecamere occulte, ma anche video di violenze sessuali e immagini di persone morte.

"Quello che mi ha più sorpreso è che c'è una sorta di ‘normalizzazione' di queste prassi, che vengono minimizzati e considerati alla stregua di ‘comportamenti goliardici", ha raccontato Silvia Semenzin.

Al momento le vittime non hanno molti strumenti a disposizione per difendersi. Le strutture sanitarie a cui rivolgersi sono poche, e chi subisce un attacco di questo tipo a volte non lo denuncia perché prova un senso di vergogna, e perciò si ritrova a vivere le conseguenze di quanto ha subito in assoluta solitudine. Questi sentimenti, come ci hanno dimostrato tanti casi di cronaca, possono portare l'individuo al suicidio. La prima cosa da fare è dunque limitare il più possibile le stigmatizzazioni sociali. Per esempio in altri Paesi che già si sono dotati di una normativa contro il ‘revenge porn', come la California, è previsto che in fase processuale la vittima venga tutelata con l'anonimato.

Quello che manca, soprattutto tra gli adolescenti, è la consapevolezza delle conseguenze che comportamenti di questo genere possono provocare. Secondo una recente ricerca condotta da Skuola.net, su un campione di 11mila studenti, un adolescente su cinque ammette di aver commesso atti violenti ai danni della fidanzata. "Bisognerebbe spiegare per esempio a questi giovani che tutto quello che scrivono o che postano sui social network oggi poi potrebbe un domani rovinare la loro carriera, perché le aziende controllano i profili Facebook prima di un'assunzione", ha sottolineato Paolo Picchio, che adesso è presidente onorario della Fondazione intitolata alla figlia.

"Dobbiamo anche insegnare alle adolescenti a rispondere in modo assertivo alle pressioni che ricevono da parte di un partner", ha detto Antonella Brighi, che insegna Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione all'Università di Bolzano.