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Opinioni
31 Luglio 2016
09:51

L’elefante nella stanza di Matteo Renzi: in Italia esiste ancora il problema lavoro

I dati che non coincidono con la narrazione del governo vengono bocciati come: “balle”. Ma la realtà è più complessa, sul lavoro c’è ancora molto da fare. E così facendo si cancellano anche gli effetti positivi ottenuti.
A cura di Michele Azzu
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“Sono balle”. Così Matteo Renzi ha commentato i dati sul lavoro riportati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps la scorsa settimana. Dati che mostravano come nei primi tre mesi del 2016 ci fosse stato un rallentamento importante nella crescita dei contratti indeterminati – le assunzioni vere e proprie – con un -78% di riduzione sul 2015, a fronte di una crescita del +43% dei precarissimi voucher (questi nei primi 5 mesi del 2016). Questi dati sono stati commentati così dal premier: “Chi dice che abbiamo una crisi dell’occupazione dice clamorose balle”.

Altri dati, quelli sul lavoro appena pubblicati dal rapporto mensile dell’Istat, hanno trovato da parte del governo riflessioni più compiaciute: “Fatti, non parole. Da febbraio 2014 a oggi, Istat certifica più 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il ‪Jobs Act”, ha commentato Matteo Renzi sul suo profilo Twitter. Il rapporto, infatti, rileva una crescita del tasso di occupati dello 0.1% (al 57.3%) e una diminuzione dello 0.3% del tasso di disoccupati giovani (al 36.5%), il livello più basso rilevato da ottobre 2012 (ma anche il tasso di disoccupazione aumenta dello 0.1% attestandosi all’11.6%).

Non siamo di fronte a qualcosa di nuovo. Dopotutto, da ormai due anni assistiamo alla rincorsa di dati che evidenziano i problemi del lavoro in Italia subito affiancati da altri che mettono nero su bianco la crescita dell’occupazione. Così se una settimana c’è l’allarme della crescita incontrollata dei buoni voucher, quella dopo si certificano 150mila indeterminati in più, e se poi l’Istat dice che la maggioranza dell’occupazione va agli over 50 ecco che subito dopo si registra un calo degli inattivi che fa ben sperare.

È diventato praticamente impossibile, e per molte persone inutile, cercare di capire dove stia la verità. Da una parte, milioni di italiani vivono il dramma povertà, disoccupazione, la precarietà e il fenomeno “Neet” dei giovani che non studiano e non cercano lavoro. Dall’altra parte, il governo non manca di farci sapere ogni decimale e “zero virgola” in aumento dell’occupazione, e di fatto la somma finale dei dati Istat certifica 71mila occupati in più nel mese di giugno, e anche al netto del calo registrato rispetto alla crescita del 2015 il saldo dei contratti indeterminati rimane positivo (di 51.000 avviamenti).

Questi dati non sono in conflitto fra loro. Semplicemente, fanno riferimento a cose diverse che stanno accadendo allo stesso momento. La realtà del lavoro di oggi è frammentata, flessibile, di brevissima durata e in particolare i numerosi tipi di contratto presenti nel nostro paese hanno creato una realtà molto complessa. Ad esempio, è possibile che nel momento in cui c’è un aumento degli occupati ci sia anche un aumento del tasso di disoccupati. O che mentre aumentano i contratti fissi possano aumentare anche quelli precari, come i voucher.

Quindi, dove sta la verità? Ha ragione Matteo Renzi a dire che non c’è una crisi dell’occupazione, o hanno ragione tutti quelli che pensano si tratti solo dell’ennesima grancassa mediatica del governo? Per rispondere a questa domanda si può, ad esempio, confrontare i dati attuali con quelli dell’Italia pre-crisi: fare un salto dal 2016 al 2008. L’occupazione giovanile, ad esempio da allora ha recuperato circa l’1% del lavoro perso, mentre la Germania ha recuperato il 2.7% e il Regno Unito il 4.2% (dati Eurostat). Secondo la CGIA di Mestre dal 2008 ad oggi abbiamo perso 625.000 posti di lavoro.

Il nostro tasso di disoccupazione, all’11.6%, è oltre il doppio quello della Germania e del Regno Unito. E secondo l’OCSE il nostro tasso di occupati, al 57.3% è lontano dalla media europea del 66% della popolazione. I dati dell’Income Study Database del Lussemburgo, inoltre, spiegano con grafici e numeri come l’Italia sia “Il paese peggiore dove vivere se sei giovane”, e indica grosse perdite di reddito dei giovani rispetto alle generazioni precedenti, anche solo tornando indietro al 1986.

Il confronto con le medie dell’UE e coi nostri vicini industrializzati, insomma, è spesso deludente per l’Italia. In generale, in questi dati sull’occupazione facciamo meglio solo di Grecia, Cipro e (a volte) la Spagna. A guardare tutti i rapporti sulla povertà, poi, fra Istat, Eurostat, Svimez e altri ancora, non si può non vedere quanto il problema lavoro in Italia abbia inciso sull’impoverimento del ceto medio e dei giovani: siamo il paese dell’UE con più poveri, con un milione e mezzo di famiglie indigenti, con un italiano su 4 a rischio povertà o esclusione.

Se la domanda, dunque, è: “Esiste o no un problema lavoro in Italia?”, la risposta non può che essere: sì. Del resto, anche i dati positivi dell’occupazione negli ultimi mesi variano sempre nell’ordine dello “zero virgola”: difficile parlare di rivoluzione con queste oscillazioni. D’altra parte, però, è un fatto che a seguito degli sgravi fiscali per le nuove assunzioni introdotte dal governo, c’è stato un incremento degli avviamenti lavorativi, e una crescita dei contratti indeterminati. Insomma, anche se forse è poco, i dati positivi ci sono stati.

Il punto, credo, non è dire quali dati sono falsi e quali veri. Il problema (politico) è un altro: il rifiuto quasi assoluto da parte di Matteo Renzi del fatto che in Italia esista (ancora) un grande problema lavoro. Per il premier e il suo governo, pare, ogni giorno di più, che questa sia una problematica che è stata risolta e da cui bisogna voltare pagina. Per questo ogni dato, ogni critica, ogni realtà che non rientra nella visione del premier del grande successo del Jobs Act, viene scartata a priori come “balla”, e attaccata duramente.

Eppure il governo sa che le riforme fatte a fronte di enormi risorse hanno prodotto poco. Che il numero dei nuovi avviamenti lavorativi, che è positivo, ha fatto leva anche sulle diseguaglianze sociali, cresciute dopo la crisi economica e mai toccate dal governo, ma anzi inasprite fra voucher e contratti a tempo lunghi 3 anni. Fra i neo-assunti e gli schiavi legalizzati che lavorano a voucher, c’è un abisso dentro cui un ceto medio non esiste più per i giovani, con buona pace del welfare, dei diritti, e dei danni sul reddito che si traducono in zero risparmi.

È la posizione di Matteo Renzi a creare il problema che oggi stiamo vivendo: la confusione nel capire la verità, la rabbia di chi fa fatica a campare e si trova ogni giorno titoli di giornale e TV che celebrano il successo totale sul lavoro del governo. Quando i risultati, anche postivi, del governo vengono chiusi ermeticamente dentro questa narrazione mediatica ed elettorale… tutto ciò di buono che è stato fatto diventa improvvisamente misero.

Perché tutti i dati di cui disponiamo, piacciano o no, dovrebbero servire al governo, ai ministeri e alle imprese per capire dove intervenire. Perché i posti di lavoro in più dovrebbero essere un punto di partenza per fare meglio, e magari iniziare a intervenire sulle diseguaglianze della società. Perché i miliardi spesi per gli sgravi fiscali alle imprese non dovrebbero essere un regalo in cambio di 150mila posti in più, ma un investimento per cambiare il mercato del lavoro nel lungo periodo.

Invece no, per il governo, sempre più pare che tutto questo debba essere preso come punto d’arrivo, come un traguardo raggiunto. Tutto il resto lo si nasconde sotto il tappeto, probabilmente perché ora le priorità sono altre, come il prossimo referendum di ottobre. Ma alla fine i nodi vengono sempre al pettine. E l’elefante del lavoro, nella stanza di Matteo Renzi, è ogni giorno più difficile da ignorare.

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Michele Azzu è un giornalista freelance che si occupa principalmente di lavoro, società e cultura. Scrive per L'Espresso e Fanpage.it. Ha collaborato per il Guardian. Nel 2010 ha fondato, assieme a Marco Nurra, il sito L'isola dei cassintegrati di cui è direttore. Nel 2011 ha vinto il premio di Google "Eretici Digitali" al Festival Internazionale del Giornalismo, nel 2012 il "Premio dello Zuccherificio" per il giornalismo d'inchiesta. Ha pubblicato Asinara Revolution (Bompiani, 2011), scritto insieme a Marco Nurra.
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