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A febbraio dello scorso anno il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva promesso un accelerata su alcune leggi. Tra queste c'erano il ddl sulle unioni civili – passato al Senato due mesi fa – e la riforma della cittadinanza per i figli degli immigrati. Su questi provvedimenti si sarebbe andati più spediti perché argomenti "in cima al programma dei millegiorni". A distanza di più di un anno da quell'affermazione, la legge che dovrebbe allargare la platea di quanti possono diventare cittadini italiani risulta bloccata al Senato, impantanata tra ostruzionismi, lungaggini e lo spettro di migliaia di emendamenti farsa in agguato.

A ottobre 2015 la Camera dei Deputati ha approvato con 310 sì, 66 no e 83 astenuti il disegno di legge "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza". A favore si erano espressi il Partito democratico, Area Popolare (Ncd -Udc), Per l'Italia – Centro Democratico, Scelta Civica e Sinistra Ecologia Libertà; contro Lega Nord e Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle, invece, si era astenuto. Dopo più di sei mesi dal passaggio alla Camera, il testo si trova adesso al Senato, dove risulta "In corso di esame in commissione" – nello specifico quella Affari costituzionali, che ha proseguito per mesi con le audizioni di esperti e organizzazioni di settore. Nonostante secondo la relatrice della legge a Palazzo Madama, la senatrice del Pd Doris Lo Moro, sia solo un problema di tempistica e di accumulo di altri provvedimenti perché "c’è la volontà di mandare avanti la riforma", tutta questa attesa ha creato preoccupazione e dubbi in associazioni e onlus. Anche perché il tempo passa senza che siano fornite informazioni su quanto sta accadendo a Palazzo Madama. Isaac Tesfaye della Rete G2 Seconde generazioni – auditi da Affari costituzionali – ha detto un mese fa a Repubblica di aver chiesto "alla Commissione di calendarizzare il voto. La presidente Finocchiaro ci ha detto che la riforma avanza insieme ad altri provvedimenti importanti; c’è il rischio che finisca in coda, temiamo continui rinvii".

Ma non ci sono solo i tempi lunghi e le attese a preoccupare. Il sito StranieriInItalia denuncia che nel "mega fascicolo" di emendamenti formatosi la scorsa settimana dopo il termine per la presentazione (ma non ancora reso noto), ci sarebbero oltre settemila proposte di modifica.

"I più spropositatamente prolifici (settemila emendamenti) sono stati i senatori della Lega Nord. Con rodata tecnica ostruzionista, hanno ripetuto un esercizio già visto in passato, spostando  virgole e parole o trovando sinonimi per moltiplicare magicamente gli stessi testi. Pochissimi, invece, quelli del Partito Democratico che si tiene stretto l’impianto già approvato alla Camera dei Deputati. Tra questi estremi si collocano gli altri gruppi, con una vistosissima eccezione. A Stranieriinitalia.it risulta infatti che il Movimento 5 Stelle non ha presentato alcun emendamento. Un silenzio in linea con quello tenuto durante la discussione generale in Commissione,  che non ha visto interventi grillini".

Il fatto che gli esponenti del M5s non abbiano proposto modifiche secondo il sito stride con le dichiarazioni rilasciate tempo fa da Vito Crimi e Luigi Di Maio, che avevano detto che il Movimento "avrebbe fatto la sua parte". Il nodo emendamenti, tra l'altro, è parecchio rilevante per le associazioni perché il testo licenziato dalla Camera è in realtà un accordo al ribasso rispetto a quanto previsto inzialmente. Una specie di soluzione a metà per le istanze di chi sperava nella riforma.

Cosa prevede la riforma

La proposta in esame al Senato è una sintesi di oltre venti disegni di legge, tra cui una di iniziativa popolare presentata dalla campagna "L'Italia sono anch'io" – i cui esponenti sono stati più volte auditi in commissione. Il testo venuto fuori e approvato dalla Camera, però, presenta diverse perplessità. Si tratta di un ddl composto da quattro articoli, che dovrebbero consentire a chi nasce e a chi frequenta le scuole in Italia di ricevere la cittadinanza italiana.

La riforma introdurrebbe uno "ius soli temperato": rispetto all'istituto classico secondo cui diventerebbe italiano chi nasce sul suolo italiano, la versione proposta dal ddl prevede che acquista la cittadinanza "chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del permesso di soggiorno" – o che ne abbia fatto richiesta prima della nascita del figlio. Per ottenere la cittadinanza c'è bisogno di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore (o da chi ne fa le veci) all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età. Se non viene fatta, può rilasciarla anche il ragazzo stesso, entro due anni dal raggiungimento dei diciotto anni.

Nella prima stesura approvata dalla commissione Affari costituzionali della Camera, invece, la cittadinanza italiana veniva riconosciuta a chi è "nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita" – senza, quindi, specificare documenti.

La versione finale della previsione ha ricevuto diverse critiche, ed è stata definita discriminatoria, perché realizzerebbe uno ius soli "per censo". Il permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo, infatti, è un documento che richiede dei requisiti ben precisi e piuttosto stringenti per l'ottenimento, soprattutto in termini economici: un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, la disponibilità di un alloggio idoneo e, il superamento di un test di lingua italiana. A chi è figlio di disoccupati, ad esempio, il diritto verrebbe negato. Come scrive l'Asgi in un report sulla riforma, bisognerebbe

sostituire il requisito del possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodoc on quello del soggiorno regolare del genitore da almeno cinque anni: si eviterebbe così di introdurre una definizione di cittadinanza "per censo", secondo cui i bambini nati in Italia verrebbero distinti, con riferimento al fondamentale diritto di acquistare la cittadinanza italiana alla nascita, in base alla capacità economica delle loro famiglie, con l’esclusione ditutti i figli di cittadini stranieri che, pur residenti legalmente in Italia da molti anni o addirittura nati nel nostro Paese, non riescono a soddisfare il requisito di reddito e/o di alloggio richiesto per l’ottenimento di tale titolo di soggiorno.

Il secondo tipo di acquisto della cittadinanza contenuto nella riforma è il cosiddetto "ius culturae". Coloro che sono nati in Italia ma i cui genitori non possiedano il tipo di permesso di soggiorno richiesto e i minori arrivati entro i dodici anni potranno ottenere la cittadinanza dimostrando di aver frequentato regolarmente per almeno un quinquennio di scuole nel nostro paese – o percorsi di istruzione professionale per ottenere una qualifica. Nel caso della scuola primaria, devono aver completato il ciclo. Chi arriva oltre i dodici anni, invece, può chiedere la cittadinanza dopo sei anni di residenza legale e un ciclo scolastico concluso con successo. Se ci sono bocciature, bisogna aspettare. Anche qui  "la richiesta deve essere inoltrata dal genitore, a cui è richiesta la residenza legale, oppure dall'interessato entro due anni dal raggiungimento della maggiore età". La legge avrà valore retroattivo e si applica alle seconde generazioni adulte ancora non italiane che rientrino in uno dei due punti precedenti.

Secondo Giulia Perin di Asgi, quanto previsto è "sicuramente un cambiamento significativo". Ma c'è un punto da non sottovalutare: la nuova legge "si occupa solo dei minori. Un adulto che a 30 anni arriva in Italia non sarà interessato direttamente da questa legge. Noi chiedevamo che venisse fatta una riforma globale che si occupasse anche degli adulti". In generale, secondo l'Associazione, il ddl non coglie "l’occasione per modificare anche gli altri requisiti e le procedure per la naturalizzazione degli adulti, rispetto ai quali l’Italia appare oggi significativamente arretrata a livello europeo". Anche la rete G2 ha espresso critiche e perplessità. Secondo il portavoce Mohamed Tailmoun, "si deve partire dal presupposto che se stiamo parlando di minori, l’atto di cittadinanza è il punto di partenza su cui ragionare per il suo futuro da cittadino. Non può essere una valutazione fatta solo sul percorso dei genitori". Il possesso della carta di soggiorno nello ius soli temperato e la residenza legale dei genitori nello ius culturae, tra l'altro, "non sono criteri chiari e univoci sul grado di integrazione di una famigli, mettono solo un ostacolo in più nel riconoscimento di un diritto".

La speranza delle associazioni è che, quindi, a Palazzo Madama si possano rivedere queste criticità. Seppur con qualche preoccupazione. Secondo Filippo Miraglia, vicepresidente dell'Arci, "i numeri e gli equilibri in Senato non sono favorevoli alla riforma. Temiamo che questa possa essere peggiorata, se non addirittura affossata. Nella discussione generale sul testo approvato dalla Camera è stato confermato che il centrodestra fa muro e il Movimento 5 Stelle continua a non avere una posizione chiara". Il dubbio è che si voglia "restringere ulteriormente la platea dei destinatari" o "perdere ulteriormente tempo per poi andare a finire su un binario morto".