Israele alla vigilia del voto: i colloqui riservati tra Trump e Netanyahu e l’ipotesi di un raid congiunto sull’Iran
Un nuovo raid su vasta scala contro l'Iran, pianificato nei dettagli tecnici ma tenuto in sospeso lungo il crinale dei tempi e dei calcoli della politica interna americana. Sarebbe questo il retroscena dei colloqui riservati intercorsi nelle ultime due settimane tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. A svelare l'esistenza di questo canale diretto è un'inchiesta della testata statunitense Axios, costruita sulle testimonianze concordi di due funzionari statunitensi, una fonte governativa israeliana e un quarto dirigente a conoscenza del dossier. Sul tavolo non ci sarebbe una semplice consultazione diplomatica, ma la valutazione concreta di un'azione militare coordinata per colpire le infrastrutture strategiche e i siti atomici della Repubblica Islamica.
Il dossier nucleare e il nodo del sito di Pickaxe Mountain
A spingere con maggiore insistenza per un intervento immediato, in un quadro regionale già segnato dal ciclo di attacchi e ritorsioni dirette tra i due Paesi, sarebbe il capo del governo di Tel Aviv. Durante le telefonate con la Casa Bianca, Netanyahu avrebbe infatti illustrato le ultime informative dell'intelligence israeliana, secondo cui Teheran starebbe sfruttando l'attuale stato di conflitto latente per compiere progressi allarmanti verso la soglia atomica. L'attenzione degli analisti si concentrerebbe su un obiettivo geografico preciso: il complesso montuoso di Pickaxe Mountain, una struttura sotterranea fortificata situata nell'area di Natanz. I timori dei vertici militari israeliani riguardano l'eventualità che il regime utilizzi queste gallerie blindate per installare centrifughe avanzate e spingere l'arricchimento dell'uranio fino al livello bellico del novanta per cento, al riparo da occhi indiscreti. Il precedente tecnico che allarma Tel Aviv è quello del sito di Fordow, scavato in profondità per resistere ai bombardamenti aerei convenzionali: se l'Iran rendesse pienamente operativo e inaccessibile anche il perimetro di Pickaxe Mountain, la possibilità di neutralizzare dall'aria la sua corsa verso l'atomica verrebbe compromessa per sempre. Per Netanyahu, dunque, la finestra temporale per un'azione militare decisiva si starebbe chiudendo in fretta.
La cautela elettorale e i piani per un "blitz" di tre giorni
Il dialogo tra Washington e Tel Aviv mette però in luce una grande scollatura tra la narrativa pubblica e la realtà sul campo. Ufficialmente, la Casa Bianca ha tirato il freno a mano: Trump ha fatto sapere di voler escludere operazioni belliche su vasta scala prima delle imminenti elezioni di metà mandato. Il calcolo dell'amministrazione è puramente pragmatico. Un attacco diretto all'Iran innescherebbe contraccolpi immediati a ridosso dell'apertura delle urne: da un'inevitabile fiammata dei prezzi del petrolio sui mercati globali, fino al rischio di spaventare l'elettorato americano agitando lo spettro di un nuovo, logorante pantano militare in Medio Oriente.
Dietro le rassicurazioni diplomatiche, tuttavia, la macchina bellica alleata viaggia a ritmi serrati. Le forze armate israeliane e il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) non solo mantengono lo stato di massima allerta, ma avrebbero già ultimato l'intera impalcatura logistica. Per aggirare i timori politici di Washington, gli stati maggiori avrebbero infatti strutturato un piano operativo "a tempo": non una guerra prolungata, ma l'opzione di una campagna aerea ad altissima intensità concentrata in una rigida finestra di settantadue ore.
Si tratterebbe di un blitz chirurgico e massiccio, progettato per decapitare in soli tre giorni i centri di comando dei Guardiani della Rivoluzione, annientare le principali rampe di lancio missilistiche e paralizzare i poli di sviluppo atomico. I dossier operativi, completi di coordinate e target, risulterebbero già chiusi nei cassetti dei comandi congiunti. In altre parole, l'infrastruttura dell'attacco è pronta: attende soltanto che il presidente decida, se e quando, di firmare l'ordine esecutivo.
Falchi contro consiglieri: la spaccatura interna all'amministrazione Usa
A frenare il via libera immediato sarebbe un duro confronto all'interno della stessa cerchia presidenziale, divisa tra la risposta militare e il proseguimento della guerra economica. Da una parte si collocano i vertici della difesa (o della "guerra"), guidati dal segretario Pete Hegseth e dai generali del Centcom. Questa corrente sostiene che soltanto una prova di forza cinetica possa ristabilire una reale deterrenza nei confronti dell'Iran, impedendo a Teheran di sfruttare i mesi di stallo per completare la costruzione delle proprie centrifughe avanzate.
Dall'altra parte, la maggioranza dei consiglieri politici ed economici di Trump invita a proseguire con il regime di sanzioni e con la pressione diplomatica. Secondo questa linea, la stretta finanziaria primaria e secondaria starebbe già erodendo la tenuta interna dell'economia iraniana, piegata da un'inflazione record e dal crollo della moneta, senza esporre le basi americane dislocate in Iraq, Siria e nelle acque del Golfo al pericolo di ritorsioni missilistiche o di attacchi con sciami di droni da parte delle milizie filo-iraniane.
Tra la fretta strategica di Netanyahu, le spinte interventiste del Pentagono e la prudenza imposta dal calendario elettorale, il patto resta sospeso: i piani d'attacco sarebbero pronti e condivisi, ma la decisione finale rimane vincolata agli equilibri politici della Casa Bianca.