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Il mondo prima del 3 novembre: perché Xi, Putin e Trump giocano con lo stesso calendario

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La geopolitica di oggi è una coperta sempre più corta: mentre Mosca allarga la guerra sotto soglia verso il Mediterrraneo, gli USA si dividono tra Europa, Iran e Pacifico. Xi arriva da Trump poco prima delle midterm, con una tregua commerciale appena prorogata oltre il voto e l’Iran parte dei colloqui. Il punto non è solo cosa si diranno, ma quanto vale per Washington la pace in questi 40 giorni. Perché Xi, Putin e Teheran non devono conoscere il risultato delle elezioni americane: devono solo saper leggere il calendario.

La geopolitica del 2026 assomiglia a un letto a tre piazze con una coperta matrimoniale. Se Washington la tira verso Hormuz, scopre Taiwan; se la sposta sul Pacifico, lascia al freddo l’Europa. E mentre gli USA cercano di coprire tutto, Mosca sembra aver capito che per allargare un fronte non serve invadere un altro Paese: basta spostare la guerra sotto la soglia della guerra.

È dentro questa immagine che va letto ciò che accade tra Washington, Europa e Medio Oriente. Xi Jinping è negli USA per incontrare Trump, ma per capire il senso della visita bisogna prima seguire il filo che lega Russia, Europa e midterm. Berlino ha attribuito a Mosca il tentato attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia del 4 agosto; nelle stesse ore El Mundo ha riferito di possibili operazioni russe con droni lanciati dal mare verso Italia, Francia e Spagna. Roma ha però chiarito di non aver ricevuto alcuna allerta operativa. Non sappiamo quindi se quel piano esista davvero, ma il metodo descritto non nasce oggi.

Tra agosto 2024 e febbraio 2026, l’International Institute for Strategic Studies ha censito 144 episodi legati a droni in 13 Paesi europei, quasi la metà contro installazioni militari e molti altri contro aeroporti e infrastrutture critiche. L’IISS ritiene “altamente probabile” una regia russa almeno per una campagna coordinata e considera plausibile l’uso di navi della shadow fleet come piattaforme mobili. Ma l’attribuzione dei singoli episodi resta spesso impossibile: ed è proprio questa ambiguità a renderli strategicamente utili.

La coercizione sotto soglia

Per capire il problema bisogna smettere di immaginare la guerra come nei libri di storia. Un drone con pochi chili di esplosivo non conquista Roma, ma può bloccare un aeroporto, incendiare un deposito o colpire un radar. Soprattutto apre una domanda a cui la NATO non ha una risposta automatica: quanto deve essere grave un attacco perché diventi davvero un attacco?

È quella che Markus Iven e gli studiosi dell’HCSS chiamano “coercizione sotto soglia”: sabotaggi, intrusioni e attacchi alle infrastrutture che restano abbastanza ambigui da non provocare una risposta automatica. Mosca può scegliere tempi e obiettivi; l’Europa deve difendere tutto insieme. E il vero bersaglio, scrivono, non sono solo piste o centrali, ma i decisori europei, aumentando il costo politico del sostegno all’Ucraina.

Ed è qui che il Mediterraneo diventa centrale: non è solo il mare delle flotte, ma quello in cui passano energia, merci, dati e Internet. Spostare questa pressione dal Baltico verso sud significherebbe allargare enormemente lo spazio che l’Europa deve difendere e, insieme, accorciare ancora la coperta americana.

Il nuovo fronte è negli abissi

C’è poi un’infrastruttura che usiamo ogni giorno senza quasi sapere dove sia. Immaginiamo Internet arrivare dal cielo, ma oltre il 99% del traffico internazionale di dati viaggia nei cavi sottomarini, insieme a servizi cloud, comunicazioni governative e transazioni finanziarie. Un singolo cavo non basta a spegnere la rete, ma la stessa ITU indica che un attacco coordinato potrebbe produrre effetti a cascata su banche, sanità, industria, energia, trasporti e servizi pubblici.

E non è più solo uno scenario teorico. A settembre Reuters ha rivelato che USA, Regno Unito e Norvegia hanno sventato alle Svalbard un’operazione russa che, secondo fonti occidentali, serviva a testare capacità contro i cavi sottomarini. ACLED considera inoltre la shadow fleet una possibile infrastruttura della guerra ibrida, pur ricordando quanto sia difficile attribuire responsabilità alle singole navi. Alcune intelligence occidentali temono così che proprio i fondali possano diventare uno dei luoghi in cui testare la tenuta della NATO.

Attacchi, non casus belli

A quel punto la domanda è persino più inquietante di quella posta dai droni: se nessun missile cade su una città, ma milioni di persone non accedono ai propri soldi, le imprese si fermano e pezzi dello Stato perdono le connessioni, siamo ancora in pace? La NATO ammette che attacchi cyber o ibridi particolarmente gravi possano, caso per caso, raggiungere la soglia dell’“attacco armato” e quindi dell’Articolo 5. È questa la forza della guerra sotto soglia: produrre danni da guerra senza offrire un casus belli inequivocabile.

Il Pentagono sta intanto riesaminando la distribuzione dei circa 80 mila militari USA presenti in Europa. La revisione annunciata da Pete Hegseth punta a spingere gli europei a sostenere una quota maggiore della propria difesa, liberando al tempo stesso risorse per gli altri impegni globali. Non significa un ritiro americano: Washington ha appena confermato nuove rotazioni in Lituania e Trump parla di una presenza permanente in Polonia. Significa però una cosa più semplice: anche le risorse militari americane hanno un limite.

Stabilità con caratteristiche cinesi

Ed è qui che Xi Jinping entra nella storia. La sua visita negli USA, iniziata il 23 settembre e destinata a concludersi il 25, ha già prodotto alcuni segnali coerenti con questa ricerca di stabilità.

A maggio è stato lo stesso Xi a proporre una nuova formula per definire i rapporti tra le due superpotenze: “stabilità strategica costruttiva”. Da allora alcuni dei principali studiosi cinesi stanno cercando di riempire quella formula di contenuto. Da Wei della Tsinghua University, l’ha descritta come il nuovo quadro per le due potenze. Wu Xinbo della Fudan University, sostiene che dopo il vertice di Pechino, i due paesi siano passati da una fragile “stabilità tattica” a una competizione gestita per evitare che degeneri.

Non è amicizia. È amministrazione del conflitto. Xiao Bin, della Chinese Academy of Social Sciences, usa una formula ancora più esplicita: “time management”. Le grandi potenze, scrive, non stanno cercando di risolvere le proprie contraddizioni, ma di regolare il ritmo della rivalità per conservare spazio di manovra. E osserva che il conflitto iraniano sta assorbendo risorse strategiche americane, creando indirettamente spazio per Mosca.

Lo stallo strategico

Vista da Washington, però, la stessa fotografia è meno rassicurante. Rush Doshi del Council on Foreign Relations, sostiene che Pechino consideri la competizione con gli USA entrata in una fase di “stallo strategico”, nella quale la Cina continua ad accumulare forza relativa. Secondo Doshi, a Pechino conviene quindi mantenere la calma ancora per qualche anno, consolidare la propria posizione e ridurre progressivamente la capacità americana di esercitare pressione.

Taiwan è il punto in cui questi tre teatri possono incontrarsi. Trump ha già definito le forniture militari a Taipei una possibile leva negoziale. Doshi osserva che l’amministrazione ha rinviato un pacchetto di armi per Taiwan mantenendo una linea relativamente prudente sull’appoggio cinese all’Iran, mentre Pechino chiede di ridurre ulteriormente il sostegno americano all’isola. Non significa che Washington abbia deciso di “scambiare Taiwan con l’Iran”, ma pone una domanda concreta: quanto può essere dura contemporaneamente con Russia, Iran e Cina una potenza che deve distribuire uomini, missili, difese aeree, intelligence e capitale politico su tre continenti?

Meno 40

Ed è qui che compare una data che apparentemente non c’entra nulla con Taiwan, con i droni russi nel Mediterraneo o con l’Iran: 3 novembre 2026.

Quel giorno gli americani rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato. Trump resterà presidente comunque, ma il voto deciderà con quale Congresso dovrà governare nei suoi ultimi due anni. Se gli attuali equilibri cambiassero, dal 3 gennaio 2027 cambierebbero anche i vincoli sulla politica estera: perché il presidente guida diplomazia e forze armate, ma è il Congresso a votare i fondi, condizionare aiuti e sanzioni e controllare l’azione dell’esecutivo. Un Congresso più ostile potrebbe inoltre aumentare l'incentivo di Trump a ricorrere alle “emergenze” e alla “sicurezza nazionale” per rafforzare l'autorità presidenziale, una tendenza osservata in questi giorni anche da Reuters.

Ma il punto più importante viene prima: il Congresso potrebbe cambiare a gennaio, il prezzo politico delle decisioni di Trump cambia già la notte del 3 novembre. Fino ad allora ogni crisi internazionale passa anche attraverso la campagna elettorale. Trump arriva alle midterm con il 32% di approvazione nell’ultimo Reuters/Ipsos e appena il 17% sulla gestione del costo della vita; nello stesso sondaggio i Democratici hanno otto punti di vantaggio nel voto congressuale generico. Non è una previsione sui seggi, ma fotografa bene la pressione politica sulla Casa Bianca.

Saper leggere il calendario

Ed è qui che Iran, Russia e Cina smettono di essere tre capitoli separati. Se la guerra con l’Iran fa salire benzina e diesel, il costo arriva direttamente agli elettori: alcuni candidati repubblicani al Senato hanno già preso le distanze dalla prosecuzione del conflitto citando proprio il prezzo dei carburanti. Se invece una nuova escalation con Pechino colpisce prezzi, filiere e agricoltori, o Mosca costringe Washington a investire nuove risorse nella difesa NATO, il conto politico arriva comunque prima del voto.

Xi, Putin e Teheran non hanno bisogno di conoscere il risultato delle midterm: devono solo saper leggere il calendario. Ed è questo che rende il vertice Xi-Trump molto più di una trattativa sui dazi. A Pechino le midterm sono già considerate una variabile della relazione con Washington: fino al 3 novembre la Casa Bianca ha un forte incentivo a evitare insieme nuove tensioni commerciali, crisi militari e aumenti dei prezzi, mentre Trump ha interesse a ottenere dalla Cina risultati immediatamente spendibili – acquisti, stabilità dei mercati, accesso alle terre rare – senza apparire debole su Taiwan.

Non è soltanto un calcolo teorico: alla vigilia del vertice le due potenze hanno prorogato fino al 10 gennaio la tregua commerciale che sarebbe scaduta il 10 novembre, mettendo di fatto il rischio di una nuova guerra tariffaria oltre le midterm.

Taipei e Teheran non sono interscambiabili

La domanda, quindi, non è se Trump abbia deciso di “barattare Taiwan con l’Iran”: non ci sono elementi per sostenerlo. È piuttosto quanto aumenti il valore di una tregua con Pechino mentre Washington deve già spendere enormi risorse in Medio Oriente e, nello stesso tempo, impedire che Mosca allarghi la pressione dal Baltico al Mediterraneo.

Per Pechino, però, non vale semplicemente l’equazione “più l’America è impegnata in Iran, meglio è”: un’America sovraestesa offre spazio strategico alla Cina, ma un Medio Oriente fuori controllo minaccia petrolio, rotte commerciali e la stessa economia cinese. Infatti, l'Iran è entrato direttamente nel vertice: Xi ha chiesto a Washington e Teheran di tornare al negoziato e ha sostenuto il ripristino dell'intesa di Islamabad.

Il prezzo del tempo

Da qui al 3 novembre corre un primo orologio: quello elettorale. Ogni aumento della benzina, scossa dei mercati, nuova guerra o concessione percepita ha un costo immediato. Dal 3 gennaio può partire il secondo: quello istituzionale, con un Congresso capace di rendere più semplice o più difficile finanziare guerre, sostenere l’Ucraina, armare Taiwan o limitare l’azione presidenziale. Sono quaranta giorni, ma tutti sanno quando finiscono. E dopo cambierà il prezzo politico di ogni escalation, concessione o nuovo fronte.

Forse è questo il punto più importante delle prossime settimane. Le grandi potenze non sembrano voler arrivare a una guerra mondiale, ma stanno costruendo strumenti per avvicinarsi al confine senza oltrepassarlo: Mosca con sabotaggi, droni e ambiguità; Pechino normalizzando la pressione militare su Taiwan; USA e Cina usando dazi, terre rare, semiconduttori e accordi temporanei. Tutti, intanto, dispongono di tecnologie che accorciano il tempo necessario per capire se un incidente resterà tale o diventerà qualcosa di più grande.

L’IA come nuovo spettro nucleare

Persino sull’IA, due giorni prima del vertice , studiosi di Tsinghua, Fudan e Tongji discutevano della necessità di creare un meccanismo sino-americano di comunicazione delle crisi, tra cyberattacchi, infrastrutture critiche e perdita di controllo dei modelli. È significativo: il concetto di “stabilità strategica”, nato nella Guerra fredda per evitare l’escalation nucleare, viene ora applicato anche agli algoritmi.

Quando una guerra diventa guerra oggi?

Ed eccoci di nuovo alla coperta troppo corta. Non è fatta solo di portaerei, Patriot, soldati e missili, ma anche di denaro, consenso, prezzi della benzina, maggioranze al Congresso e tempo politico. Washington deve tenerne un lembo sull’Europa, uno sul Medio Oriente e uno sull’Indo-Pacifico. Ma mentre Mosca allarga la pressione, l’Iran assorbe risorse e Pechino misura quanto gli USA siano davvero disposti a spendere per Taiwan.

Per anni abbiamo immaginato la Terza guerra mondiale come la Seconda, soltanto con armi più sofisticate. Forse il problema del mondo che sta nascendo è l’opposto: non capire quando una guerra è già iniziata perché nessuno dei protagonisti ha ancora interesse a chiamarla così. E scoprire che, a furia di tirare, prima o poi qualcosa di molto importante dovrà restare inevitabilmente scoperto.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
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