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Trump e le elezioni di midterm: esiste ancora la democrazia americana?

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Esiste ancora una democrazia negli Stati Uniti d'America? 

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Per scoprirlo bisogna misurare quanto sia avanzato il piano di Trump di smantellarla pezzo dopo pezzo, soprattutto attraverso la riforma del cosiddetto Deep State e attraverso una propaganda costante che ogni giorno alza un po' di più l'asticella di quello che pensavamo non potesse essere pensato e, soprattutto, detto.

Perché Trump sta cambiando profondamente gli Stati Uniti, che sono comunque una democrazia imperfetta, se la guardiamo dal nostro punto di vista: un mandato presidenziale con poteri molto importanti, una delega bilanciata storicamente dal Senato e dalla Camera, oltre che dalla Corte Suprema, la quale però è composta da giudici nominati dai presidenti, tre dei nove attuali dallo stesso Trump. Uno stato federale dove i singoli stati hanno importanti poteri decisionali e legislativi, ma dove, lo abbiamo visto, se Trump decide di intervenire con l'ICE mette sotto assedio intere città: Los Angeles, Chicago, Minneapolis.

Trump golpista lo è nell'animo: basti ricordare l'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, o la telefonata al segretario di stato della Georgia a cui chiedeva di "trovare" 11.780 voti, quelli che servivano per ribaltare l'esito delle presidenziali in quello stato.

Lo è fuori dal suo paese, in quello che considera il giardino di casa: in Venezuela, con il rapimento di Maduro e della moglie nel blitz del 3 gennaio a Caracas; e a Cuba, dove una settimana dopo ha rilanciato il post di un utente che indicava Rubio come prossimo presidente dell'isola, commentando che per lui suonava benissimo. Come se Cuba fosse di sua proprietà.

Martedì si vota

Tutto questo arriva a un appuntamento preciso. Martedì 3 novembre gli americani votano per le elezioni di metà mandato. I sondaggi danno i democratici avanti di quasi otto punti nel voto generico per il Congresso, e il gradimento del presidente oscilla tra il 33 e il 36 per cento, secondo le rilevazioni di ottobre di Washington Post, NBC e Fox News. Pesano il costo della vita, l'inflazione, la guerra con l'Iran.

In un'altra epoca sarebbe una notizia ordinaria: il presidente in carica perde le elezioni di metà mandato, succede quasi sempre. Il problema è che oggi nessuno dà per scontato che una sconfitta venga accettata.

Sembra che siamo assuefatti allo smantellamento degli Stati Uniti da non accorgerci più di niente, oppure stiamo sottovalutando quello che ci aspetta dietro l'angolo.
Perché tutti sanno che, se perdesse, Trump non riconoscerebbe il risultato. E pochi provano a immaginare cosa succederebbe dopo, dentro e fuori dagli Stati Uniti.

La guerra civile di Bannon

A dare la misura del clima ci pensa Steve Bannon, l'ideologo del movimento Maga. In un'intervista al Financial Times ha annunciato che il giorno dopo il voto dentro il Partito repubblicano scoppierà una "guerra civile". I donatori, gli apparati, i notabili degli stati vogliono riprendersi il partito e considerano Trump un temporale estivo, destinato a passare. Se i repubblicani tenessero la Camera, dice Bannon, sarebbe un miracolo; se la perdessero, la Casa Bianca diventerebbe Fort Apache.

Si potrebbe archiviare tutto come una faida interna alla destra. Ma Bannon è lo stesso che a febbraio annunciava agli spettatori del suo War Room che a novembre l'ICE avrebbe "circondato i seggi". Lo stesso che un anno fa, davanti a una platea di fedelissimi, giurava che se avessero perso le midterm e poi il 2028 qualcuno in quella sala sarebbe finito in prigione, lui compreso.

È qui che le due cose si saldano. La parola "guerra civile" non è più un'iperbole da talk show, è entrata nel lessico ordinario di chi sta al potere. Ed è esattamente quello che fa la propaganda: sposta un passo alla volta il confine del dicibile, finché quello che ieri sembrava impensabile diventa una previsione, e poi un'opzione.

Basta guardare la campagna di queste settimane. In Michigan Trump ha attaccato il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed dandogli del jihadista pronto a portare la sharia negli Stati Uniti. Non un militante anonimo sui social: il presidente. Oggi una frase così scivola via in un giorno, sommersa da quella successiva. È il metodo: inondare il campo, saturare l'attenzione, abituare. E chi si abitua alle parole, prima o poi si abitua anche ai fatti.

Il Deep State come bersaglio

Per capire perché il giorno dopo il voto è più importante del voto stesso bisogna tornare al Deep State. Dietro questa etichetta, per Trump, c'è tutto ciò che non risponde direttamente a lui: i funzionari di carriera, gli ispettori generali, i procuratori, l'FBI, chi conta i voti e chi li certifica. Il secondo mandato è cominciato proprio da lì, con licenziamenti di massa, epurazioni, la trasformazione di migliaia di dipendenti pubblici in personale rimovibile a piacimento. Nei primi giorni sono stati licenziati in blocco gli ispettori generali di molte agenzie federali, i guardiani interni che dovrebbero vigilare su abusi e sprechi.

Nel 2020 la democrazia americana ha retto perché, in Georgia come altrove, c'erano funzionari, anche repubblicani, che hanno detto di no. Che hanno contato i voti e si sono rifiutati di inventarne altri. Il senso della guerra al Deep State è proprio questo: fare in modo che, la prossima volta, dall'altra parte del telefono ci sia qualcuno disposto a dire di sì.

Il laboratorio dell'Alaska

Se si vuole vedere come potrebbe funzionare, basta guardare all'Alaska. Lì la sfida per il Senato tra il repubblicano uscente Dan Sullivan e la democratica Mary Peltola può decidere la maggioranza. Sulla scheda c'è anche un terzo candidato, un insegnante in pensione che si chiama, anche lui, Daniel Sullivan. Secondo il New York Times la sua corsa sarebbe stata incoraggiata da ambienti democratici per confondere gli elettori; la campagna di Peltola nega questa pratica.

Il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa allo stato prima ancora che si votasse: chiede di bloccare la certificazione se Sullivan dovesse perdere con uno scarto inferiore ai voti presi dall'omonimo. Una causa preventiva, senza precedenti, che non spiega come si potrebbe stabilire chi ha sbagliato Sullivan senza violare il segreto del voto. Trump ha chiesto che Peltola venga cancellata dalla scheda e perseguita. Il ministro della Giustizia Todd Blanche assicura che non c'è intenzione di interferire con il voto, ma non esclude che possa diventare necessario. Il ricorso contro il risultato è pronto prima del risultato. 

Il giorno dopo

Allora, esiste ancora la democrazia statunitense? Esiste nelle forme: si vota, i giornali scrivono, i tribunali emettono sentenze, i governatori fanno ricorso. Ma una democrazia non si misura il giorno delle elezioni. Si misura il giorno dopo, quando chi ha perso deve riconoscerlo.

I precedenti ci dicono che con Trump la direzione che potrebbero prendere queste elezioni è quella di una prova generale di un colpo di Stato.

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Il podcast daily di Valerio Nicolosi per Fanpage.it: ogni mattina alle 7, una finestra sul mondo per capire cosa davvero sta accadendo. Politica estera, conflitti internazionali, migrazioni, politica interna e tematiche sociali raccontate dal giornalista con chiarezza e approfondimento. Con la voce di esperti e reportage direttamente dal campo - Palestina, Ucraina, Mediterraneo, Africa, Stati Uniti, America Latina e molto altro - SCANNER porta le storie dove accadono, per offrirti ogni giorno un’informazione completa, immediata e dal vivo.

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