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“Tra dieci anni vi immaginate in Italia?”
Questa è la domanda che ho posto ieri a un gruppo di studenti e studentesse del liceo Mamiani durante l’occupazione. Ero lì perché mi avevano chiesto di parlare di neofascismo e repressione in Italia.
La loro risposta mi ha gelato: alcuni sono rimasti in silenzio, ma molti hanno risposto con grande serenità: “No”.
Non c’è stato neanche un sì. In qualche modo li capisco, perché fino a quel momento avevamo parlato di libertà collettive e individuali, della repressione nelle piazze. Avevamo parlato di quanto vale una vetrina e di quanto vale, invece, il futuro della loro generazione, ma anche della nostra.
La chiacchierata, il dibattito, era andato ben oltre il tema che mi avevano proposto. Il confronto è stato molto interessante, perché è emersa in maniera chiarissima la sensazione di non essere ascoltati e, soprattutto, quella di non percepire un futuro qui, a casa propria.
Il fallimento del Paese: formare i giovani per poi perderli
“Questo è il fallimento definitivo del nostro Paese”: questa è stata la mia risposta. Ho provato a fare con loro un ragionamento puramente economico, spiegando che un’istruzione pubblica di qualità, come la nostra, porta a un livello di istruzione e formazione che ha un costo importante per il Paese. Un costo che deve essere sostenuto dallo Stato per creare la nuova classe dirigente e produttiva. Ma se a un certo punto questa catena si blocca, il danno è irreparabile: se non investiamo sui giovani e a un certo punto diciamo loro “Scusate, per voi non c’è più posto, andate fuori”, non possiamo raccogliere i frutti di questi investimenti. Di fatto, tutto questo diventa solo una spesa, e il fallimento è davanti agli occhi di tutti.
A maggior ragione, ho continuato a parlare di libertà individuali e collettive: della libertà di manifestare, di dissentire, di protestare contro governi (e non solo questo) che non fanno altro che tagliare la spesa pubblica e non investono in ricerca ed economia, cioè in ciò che garantirebbe un futuro al Paese e alle prossime generazioni.
Un Paese per vecchi
L’Italia è un Paese per vecchi. Un Paese il cui dibattito politico insegue l’età pensionabile e l’innalzamento delle pensioni minime. Un Paese dove si parla di inverno demografico e della necessità di tornare a fare figli, senza capire che la precarietà del lavoro e della vita ha ucciso questa possibilità. Un Paese basato sul welfare familiare e sull’eredità delle case, perché non c’è più la possibilità di accedere ai mutui. E così quella ricchezza che era stata redistribuita negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, negli ultimi trent’anni sta tornando indietro, oggi con un’accelerazione senza precedenti.
Oggi lo sciopero generale contro il carovita
Oggi le scuole saranno in piazza insieme ai lavoratori per lo sciopero generale indetto dall’USB, l’Unione Sindacale di Base: uno sciopero contro il carovita, che racchiude molto più di questa semplice parola e parla dell’impossibilità di immaginare un futuro. Il dibattito, ancora una volta, è tutto sull’ordine pubblico e sui rischi di scontri in piazza, ignorando completamente i temi della protesta.
E allora approfitto di questo editoriale per girare a voi una domanda che mi ha fatto ieri una studentessa: “Se scendiamo in piazza pacificamente, nessuno ci ascolta. Se rompiamo una vetrina, tutti ci accusano di essere violenti. Cosa possiamo fare per farci ascoltare?”