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Il governo vuole costruire un centro a Bengasi per il controllo e l’intercettazione dei migranti in mare

Il governo italiano, con il sostegno finanziario dell’Unione europea, sarebbe pronto a realizzare un nuovo centro di coordinamento marittimo a Bengasi, nella Libia orientale controllata da Khalifa Haftar. Un’infrastruttura che estenderebbe cosi anche alla Cirenaica il sistema dei respingimenti e della cooperazione con milizie già ampiamente  accusate di gravi violazioni dei diritti umani.
A cura di Francesca Moriero
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Roma e Bruxelles tornano a guardare alla Libia come perno della strategia migratoria nel Mediterraneo, questa volta spingendosi oltre Tripoli e aprendo un canale diretto con la Cirenaica controllata dal generale Khalifa Haftar. Secondo informazioni raccolte nelle ultime settimane, il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione europea, sarebbe infatti pronto a realizzare un nuovo Centro di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC/RCC) a Bengasi. Un'infrastruttura che ricalcherebbe il modello del centro operativo attivo a Tripoli dal 2017, costruito anch'esso dall'Italia con fondi europei.

Non soccorso ma intercettazioni in mare

Dietro l'etichetta formale di "soccorso", però, si ripropone un meccanismo ormai collaudato. Più che un presidio dedicato alla ricerca e al salvataggio in mare, il centro di Bengasi sarebbe una sala operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti.

I fondi UE e il ruolo dell'Italia

A ricostruire i dettagli dell'operazione è stato il giornalista tedesco Matthias Monroy, del quotidiano Neues Deutschland. Secondo la sua ricostruzione, l'iniziativa nascerebbe su impulso italiano all'interno della missione militare europea Irini e verrebbe finanziata in una prima fase con circa 3 milioni di euro provenienti dallo European Peace Facility, il fondo dell'Unione europea destinato alle spese per la sicurezza e la difesa. L'Italia si farebbe poi carico di una parte rilevante dei costi operativi e infrastrutturali, dalla costruzione di una torre radar a Tobruk alla fornitura di tecnologie per la sorveglianza marittima.

Il meccanismo dei ‘pullback' e l'aggiramento della CEDU

L'estensione del sistema alla Libia orientale rafforzerebbe poi il meccanismo dei cosiddetti pullback: le imbarcazioni vengono individuate grazie a informazioni e assetti europei, in particolare di Frontex, e poi intercettate dalle forze libiche, formalmente responsabili dell'area Sar. Le persone fermate vengono quindi riportate sulla terraferma libica, in una prassi che di fatto aggira la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012, che ha vietato i respingimenti verso la Libia. E a rendere poi questo schema ancora più problematico non è solo il suo impianto giuridico, ma anche l'identità degli attori a cui verrebbe affidato il controllo operativo in mare. Bengasi è infatti sotto il controllo di apparati militari accusati di crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani. Tra questi figura la brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa; lo stesso Saddam Haftar ricevuto ufficialmente a Roma dal ministro Matteo Piantedosi l'11 giugno scorso, come ricorda Mediterranea Saving Humans. Si tratta di una milizia che è attiva anche in mare e che il 12 ottobre 2025 è stata coinvolta in una sparatoria contro un' imbarcazione di migranti.  Nonostante questi precedenti, la cooperazione con le autorità della Cirenaica non solo non si è interrotta, ma si avvierebbe insomma ora a essere ulteriormente rafforzata.

Più partenze, più naufragi, nessun cambio di strategia

Questa scelta arriva in un momento segnato tra le altre cose da un aumento delle partenze dalla Libia orientale e dei naufragi lungo la rotta verso Malta, l'Italia e soprattutto la Grecia; invece di potenziare le attività di ricerca e soccorso, anche attraverso l'impiego diretto dei mezzi navali militari della missione Irini, l'Unione europea e il governo italiano "continuano a investire in nuove infrastrutture di esternalizzazione delle frontiere", dice ancora Mediterranea. Un modello che produce detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e nuove morti in mare.

Mediterranea denuncia così l'operazione come l'ennesimo passo verso la normalizzazione dei rapporti con milizie responsabili di violenze sistematiche: "Non si tratta di salvare vite ma di rendere più efficienti e meno visibili le catture e i respingimenti dal mare. Con il centro di Bengasi, l'Italia esporta il modello Tripoli anche nei territori di Haftar, rafforzando attori armati accusati di gravi crimini. Resta aperta una domanda fondamentale: è legittimo che tutto questo avvenga con l'impiego di ingenti risorse pubbliche italiane ed europee?".

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