Nell’anno di grazia 2021, su alcuni moduli medici l’omosessualità sanitari è ancora considerata una “malattia” da curare. E questo accade in un Paese, dove si verificano fatti come quello vissuto da Malika, la 22enne allontanata da casa perché lesbica. Per lei la raccolta fondi è stato un successo, ma il problema non è cancellato. C’è quindi una questione culturale, ma anche burocratica e medica. In un manuale diagnostico ufficiale, infatti, l’omosessualità è ancora considerata una patologia da sottoporre a terapie riparative. Il documento sembra riesumato dal Medioevo. Eppure è tuttora reperibile sul sito del Ministero della Salute. Certo, c’è una nota, del 2012, diffusa dal Ministero in cui viene spiegato che in Italia la completa depatologizzazione è stata adottata dall’ottobre 2013. Una novità legata all’adozione di un nuovo manuale, più moderno. Il vecchio testo è finito in totale disuso per alcune categorie professionali, come gli psicologi. Il problema è questo passaggio in realtà non è avvenuto per i medici che possono ancora seguirlo. E non è una questione di tecnicismi, ma di terapie spesso tentate sui più giovani.

Insomma, per quanto sia stato superato e aggiornato (ci sono state due successive pubblicazioni), può restare un punto di riferimento in determinati casi. “C’è un grande mondo sommerso intorno a queste pratiche, che esistono anche nel nostro Paese seppur non se ne parli”, denuncia Gianmarco Capogna, portavoce della campagna Possibile Lgbti+. La vicenda è stata portata in Parlamento da un’interrogazione della deputata, eletta con Leu e ora nel gruppo Misto, Michela Rostan. “Il manuale Icd IX (il nome ufficiale, ndr) prevede l’omosessualità ego-distonica come patologia da curare, anche senza specificarla in cartella”, si legge nel testo in cui si chiede un chiarimento al ministro della Salute, Roberto Speranza. “A differenza degli psicologi, che da cinque anni si sono dati un codice deontologico preciso – prosegue l’atto depositato alla Camera – i medici seguono ancora il dettato dell'Icd IX benché l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) abbia ormai pubblicato nuove classificazioni internazionali delle malattie (Icd-11) che operano molte modifiche al capitolo dedicato alla salute sessuale”.

E nell'elenco "Indice Alfabetico delle malattie e dei traumatismi" compare:

L’Icd è infatti il manuale-base per identificare le tendenze e le statistiche sanitarie in tutto il mondo e contiene circa 55mila codici univoci per lesioni, malattie e cause di morte. Serve quindi a fornire un linguaggio comune che consente agli operatori sanitari di condividere informazioni sanitarie in tutto il mondo. Ed è indicativo che parli di terapie riparative. La realtà racconta altro: i dati scientifici dimostrano che l'omosessualità e la bisessualità non sono malattie. E quindi non si richiede alcuna terapia: il risultato di queste “cure” è un danno. Provocano gravi stati d’ansia e depressione. “Ho presentato l’interrogazione su sollecitazione dell’associazione Amigay, che si sta battendo su alcuni temi relativi ai diritti Lgbti. In particolare si segnala come negli ambienti sanitari si faccia ancora riferimento, in qualche caso, a un vecchio manuale diagnostico, che prevede l’omosessualità come patologia, in particolare come disturbo dell’io”, dice Rostan a Fanpage.it. “Appare superfluo ricordare – aggiunge la parlamentare – che la scienza è concorde nel non prendere nemmeno in considerazione l’idea che omosessualità, transessualità e bisessualità siano malattie, tanto meno tra gli adolescenti”. Ma per Rostan non è affatto “superfluo segnalare che troppo spesso si segnalano ancora tentazioni di alcuni ambienti medici di somministrare pseudo terapie riparative, soprattutto ai minori che manifestano il loro orientamento omosessuale”.

La questione riguarda i diritti fondamentali. Capogna sottolinea: “Le terapie di conversione sono delle pratiche barbare. A livello internazionale sono oggetto di una messa in discussione totale. E anche le Nazioni Unite ne hanno chiesto una moratoria globale che speriamo porti sempre più Paesi a vietarle”. “L’idea della repressione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – aggiunge – è qualcosa che davvero rappresenta una violazione dei diritti umani delle persone Lgbti+ specialmente delle persone minori che allarga il tema anche alla formazione e alla sensibilizzazione delle famiglie”. La battaglia politica in Italia comincia dalla necessità di aggiornare i moduli, mettendo fuori legge manuali discriminatori e antiscientifici. “Le terapie riparative sono da mettere al bando”, insiste Rostan. E c’è di più: l’impegno alla tutela dei minori Lgbti, “visto che l’orientamento sessuale si forma in età precoce e deve trovare nel sistema sanitario un’accoglienza e non un ostracismo, una comprensione e un riconoscimento e non una battaglia”, sottolinea la parlamentare. Lo sguardo viene così proiettato ancora in avanti. “Ma bisogna anche adeguare il sistema informatico del Ssn con domande su orientamento sessuale e identità di genere”.

Gli esempi validi a disposizione non mancano: durante lo scorso anno la Germania ha vietato per legge le terapie di conversione, mentre in Italia non c’è alcuna norma sul tema. Nella precedente legislatura è stata depositata una proposta di legge dell’allora parlamentare dem, Sergio Lo Giudice. “Proprio a fronte del risultato della Germania – racconta Capogna – abbiamo lanciato, tramite All Out, una petizione lanciata insieme a tantissime associazioni e realtà Lgbti+. Abbiamo raggiunto oltre 17mila sottoscrizioni, a testimonianza che la sensibilità sul tema esiste. Quello che manca, spesso, è il coraggio della  classe politica”.