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16 Aprile 2020
14:26

Gli uomini hanno dominato anche la pandemia: nella Fase 2 c’è bisogno delle donne

Il ministero per le Pari opportunità ha istituito una task force di sole donne con il compito di programmare la Fase 2 dell’emergenza coronavirus, garantendo centralità alle questioni di genere. Tuttavia, finora, la partecipazione femminile alla gestione della pandemia è stata marginale. Nel comitato tecnico-scientifico del governo non è presente nemmeno una donna, e nel team di esperti per la ripresa queste sono solo 4 contro 13 colleghi maschi.
A cura di Annalisa Girardi
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Per rispondere all'emergenza coronavirus c'è bisogno di donne: per questa ragione la ministra per le Pari Opportunità ha deciso di istituire una task-force tutta al femminile che si occuperà di mitigare l'impatto sociale ed economico della pandemia. Un team di esperte, chiamato "Donne per un nuovo Rinascimento" che dovrà mettere in campo le giuste equazioni volte a garantire la ripresa una volta terminato il lockdown. Un compito sostanzialmente equivalente a quello affidato al Comitato di esperti formato dal governo, responsabile della Fase 2. Ma questa nuova task force in rosa, si legge nel documento con cui viene istituita, risponde alla necessità più specifica di allargare la partecipazione femminile nella ricostruzione di una normalità post-emergenza. Un obiettivo, quello di promuovere una maggiore presenza delle donne nei processi decisionali, che l'Italia ha sottoscritto più volte. Tuttavia, viene da chiedersi se l'istituzione di cellule parallele, che non vanno però ad intaccare la composizione degli organismi ufficiali, sia la risposta di empowerment femminile che stiamo cercando.

Nel Comitato di esperti che si sta occupando di programmare la Fase 2, su 17 membri solo 4 sono donne. La partecipazione femminile c'è, ma è marginale: saranno gli uomini ad avere la prerogativa di pianificare la realtà post-Covid. Alle donne, d'altro canto, non è stato lasciato alcuno spazio nella gestione dell'emergenza. Infatti, se tra gli esperti per la Fase 2 figurano pochissime donne, nella cabina di regia della risposta alla pandemia non se ne conta nemmeno una. Nel Comitato tecnico-scientifico che ha affiancato il governo dall'inizio di febbraio, consigliando i politici in tutte le decisioni principali tra cui l'adozione delle misure restrittive e dei divieti agli spostamenti, non è presente neanche una donna. Una gestione mono-genere dell'epidemia e del suo impatto sulla popolazione che non ha coinvolto minimamente e donne, sicuramente più sensibili a problematiche che nel lockdown si stanno rivelando ancora più tragiche, come l'aumento della violenza domestica.

Perennemente seconde

Istituire adesso una task force di sole donne, quando dall'inizio dell'emergenza queste vengono sostanzialmente escluse dai processi decisionali, rischia di passare per l'ennesima opera di pinkwashing. Una sorta di illusione ottica che traveste un premio di consolazione da azione di empowerment femminile. Sia chiaro: il solo fatto che sia stato creato un team di esperte che pretende di porre la questione di genere al centro della ripresa è una buona notizia. Ma non deve offuscare la realtà: cioè che, ancora una volta, la prospettiva femminile è marginale e troppo spesso parallela, piuttosto che integrata, a quella dei vertici rigorosamente maschili.

L'équipe "Donne per un nuovo Rinascimento" cita la Dichiarazione di Pechino e la Quarta conferenza mondiale sulla donna tra gli elementi che hanno reso necessaria la sua nascita: in queste si è definito come obiettivo mondiale "l’empowerment femminile attraverso la presenza più visibile delle donne in posizioni di potere e di una loro piena partecipazione ai processi decisionali". Una piena partecipazione, tuttavia, non può risolversi nella creazione di organismi che fungono da ombra di quelli ufficiali, senza che le donne pretendano il proprio spazio in questi. Bisogna esigere l'inclusione femminile a quei tavoli istituzionali dove vengono prese le decisioni: creare una task force parallela da un segnale importante, ma non concretizzerà il cambiamento. Il glass ceiling, in altre parole, non viene infranto.

La normalità post-pandemia delle donne

La metafora del soffitto di cristallo rimane attuale quando si parla di presenza delle donne in politica nel nostro Paese. Se è sicuramente vero che la partecipazione femminile è aumentata negli ultimi anni, sia a livello di governo nazionale che territoriale, la quantità non è però diventata sinonimo di rilevanza. E la crisi da coronavirus lo ha dimostrato: nonostante le donne siano in prima linea nella lotta alla pandemia (i due terzi dei lavoratori nel sistema sanitario sono donne), rimangono nelle retrovie al momento di prendere decisioni importanti.

Ma l‘opportunità di cambiare le cose partendo proprio dall'emergenza non è passata inosservata: come cento anni fa la Grande Guerra fu un terremoto sociale che fece entrare per la prima volta le donne nelle fabbriche, oggi la risposta alla crisi sanitaria non può prescindere dal rivendicare la posizione della donna tanto nella famiglia, ricordando il compito prezioso di moltissime madri che stanno assistendo i loro figli nella didattica a distanza, quanto nel lavoro, tenendo a mente il contributo delle tre ricercatrici dello Spallanzani che per prime in Europa hanno isolato il coronavirus.

Per questo il movimento Se non ora quando – Libere ha lanciato una petizione rivolta ai leader europei, in cui si rivendica la centralità che la questione di genere deve assumere nella nuova normalità che si originerà dalla pandemia. "Ma al contrario del dopoguerra, questa volta noi ci siamo, siamo nella società in parità e vogliamo che la ricostruzione questa volta avvenga tenendo conto di esigenze e valori che sono incisi nella nostra Storia ed esperienze di donne e che sono stati troppo a lungo trascurati. L’epidemia ha rimesso al centro delle nostre vite i corpi delle persone, la famiglia, le relazioni, la solitudine, la salute, il rapporto tra le generazioni, l’economia e l’umano. Se l’Europa reggerà l’urto di questo assalto sarà anche per quei valori che, spesso definiti come “privati”, sono diventati nel corso dei giorni valori pubblici, hanno contrastato il diffondersi della malattia e l’hanno – speriamo – vinta. L’Europa deve rifondarsi su questi valori, sulla forza e le competenze delle donne deve dare vita a un grande piano comune che tenga conto di queste priorità. Nelle case le donne, separate tra loro, sono unite da questa volontà comune".

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