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Oggi praticamente tutti i principali giornali parlano dell’hantavirus e chiamano a commentare virologi ed esperti. Da ogni intervista ne esce un messaggio sostanzialmente identico: non siamo alla vigilia di una nuova pandemia, di una rincorsa di contagi come era accaduto durante il Covid. Non siamo all’alba di nuovi lockdown e misure restrittive. Il rischio che questo virus si diffonda a livello globale è basso, ma questo non significa che non si possano fare alcune domande. Soprattutto sulla nostra capacità di reazione alle emergenze sanitarie, dopo averne vissuta una devastante appena una manciata di anni fa.
Prima di fare un salto nel tempo di anni, basterà guardarsi indietro di appena qualche settimana. A fine aprile l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato un’esercitazione congiunta per testare a livello globale la gestione di future pandemie. È stata simulata una nuova ondata di contagi, con un batterio che si diffondeva a livello mondiale, e poi si è andati a guardare come le varie strutture statali avrebbero reagito: i tempi di risposta, le procedure, la cooperazione tra i governi. Un’esercitazione molto utile, anche visto quello che stava succedendo nell’Atlantico, con un focolaio di contagi da hantavirus a bordo della nave da crociera Hondius.
Le simulazioni di pandemia e il piano dell'OMS
L’Italia, comunque, non ha partecipato. E il motivo risale all’anno prima. Più o meno in questo periodo l’Oms aveva presentato il nuovo piano pandemico globale, un protocollo per aiutare il mondo ad affrontare al meglio le nuove pandemie ed emergenze sanitarie. Era stato un accordo storico, ma l’Italia, in sede alle Nazioni Unite, si era astenuta su questo voto. Ragion per cui, più o meno 365 giorni più tardi, non ha partecipato alle esercitazioni. Quella scelta era stata molto criticata, non solo dalle opposizioni politiche al governo, ma anche da una grossa fetta della comunità medica e scientifica che sottolineava come fosse impensabile anche solo immaginare di affrontare nuove pandemie da soli, come singolo Paese.
Il coordinamento, in casi di contagi potenzialmente pericolosi per la salute globale, è un tassello fondamentale della risposta alle emergenze. Lo stiamo vedendo anche con l’hantavirus – per quanto, vada ripetuto, non siamo nel contesto di una pandemia o di rischio elevato – con i passeggeri della nave Hondius che, una volta sbarcati a Tenerife, stanno prendendo diversi aerei per fare rientro ai propri Paesi di origine, dove verranno messi in quarantena e dove partiranno anche i programmi per il monitoraggio dei sintomi e il tracciamento dei contatti.
Il caso Hondius e i contagi da hantavirus
Tutto è iniziato a metà aprile, quando sulla nave da crociera Hondius, che viaggiava nel sud dell’Atlantico con 150 passeggeri a bordo, un uomo di 70 anni, originario dei Paesi Bassi, è morto a causa di problemi respiratori. Il suo corpo è stato trasportato in aereo fino a Johannesburg, in Sudafrica, insieme alla moglie, che però due giorni dopo è morta anche lei in ospedale. Verso la fine di aprile una terza persona è stata evacuata dalla nave: è stata trasportata sempre in ospedale a Johannesburg e lì è arrivata la diagnosi: infezione da hantavirus. E così ha cominciato a diffondersi il sospetto che ci potesse essere un focolaio a bordo.
Prima di imbarcarsi a Ushuaia i coniugi olandesi avevano partecipato ad alcune sessioni di birdwatching in Argentina, in una zona dove sono presenti molti roditori che trasportano il virus Andes, cioè il tipo di hantavirus che sarebbe poi circolato nella nave. Quello potrebbe essere stato l’inizio di tutto.
Dalla morte del paziente zero alcuni passeggeri sono poi sbarcati in diversi Paesi, nelle tappe intermedie della crociera. Il 7 maggio un’assistente di volo che era entrata in contatto in Sudafrica con la donna olandese, era stata ricoverata ad Amsterdam per una sospetta infezione da hantavirus. Qualche giorno prima, il 2 maggio, una terza persona era deceduta sulla nave, che a quel punto era arrivata a Capo Verde.
Qual è la situazione attuale
Al momento sono una decina le persone con sintomi respiratori e una possibile infezione da hantavirus. Tutti i passeggeri della nave sono stati fatti sbarcare alle Canarie, dove è stato organizzato un piano di rientro ai Paesi di origine. In Italia sono arrivate quattro persone, al momento sotto osservazione o in quarantena. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, (che in questi giorni si è recato a Tenerife per rassicurare la popolazione locale, spaventata dall’arrivo della nave) ha rassicurato tutti sull'attuale livello di rischio basso. Non siamo di fronte a una pandemia, insomma.
Cosa dicono i virologi
Boris Pavlin, capo del team di epidemiologi dell’Oms, ha rassicurato sul fatto che si tratti di un virus conosciuto da decenni. Proprio in Argentina alcuni anni prima del Covid, c’erano stati diversi contagi da hantavirus e tanti purtroppo avevano avuto un esito mortale. Ma, appunto, non si era sfociati in una pandemia, in un’emergenza sanitaria globale. Al Corriere Pavlin ha spiegato che, a differenza del coronavirus, questo virus non si trasmette facilmente da persona a persona. E anche Maria Rosaria Campitiello, capo del dipartimento Prevenzione ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, allo stesso giornale, ha ribadito che la contagiosità è bassa e che al momento non si rischia alcuna pandemia. Il ministero sta lavorando a un documento in cui dovrebbe si ribadirà che il rischio rimane basso e che, per quanto il trauma del Covid sia ancora forte, non siamo di fronte a una situazione di quel tipo. Certo però che, anche senza creare alcun tipo di allarmismo, forse continuare a disinvestire in salute globale e a destabilizzare le istituzioni che se ne occupano, non è la strada giusta. Siamo in una fase in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Oms, hanno tagliato i fondi alla ricerca sulle epidemie. Dovremmo provare a invertire la rotta, invece siamo quel Paese che si è astenuto sul piano pandemico globale.
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