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A Donald Trump è stata fatta una domanda precisa: il cessate il fuoco con l’Iran è ancora in vigore? Domanda legittima, visto che da ieri arrivano notizie di attacchi reciproci alle navi in quelle acque, così come le immagini di un impianto petrolifero negli Emirati arabi in fiamme dopo essere stato colpito da droni e missili iraniani. Trump però, ospite in un programma radiofonico statunitense, ha detto di non poter dire se la tregua sia ancora in vigore o meno, perché se lo dicesse “direste che quest’uomo non è abbastanza intelligente per essere presidente”.
In realtà la maggior parte dei cittadini statunitensi – il 62% secondo un sondaggio pubblicato sul Washington Post – boccia Trump come presidente al di là della sua risposta a questa domanda, ma evidentemente lui non ha compreso (o non gli interessa) fino in fondo quanto sia impopolare la sua guerra nel Golfo.
Il fuoco incrociato nello stretto di Hormuz
E mentre i tentativi di rimettere in piedi i negoziati arrancano, Trump lancia il Project Freedom. Una missione per scortare le navi bloccate fuori dallo stretto di Hormuz. Se l’intento è quello di ripristinare la libertà di navigazione, il risultato potrebbe però essere molto diverso. Da ore infatti arrivano notizie di fuoco incrociato nello stretto di Hormuz, un'alternanza di denunce e di attacchi smentiti. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno annunciato di aver affondato un'imbarcazione iraniana che aveva provato a interferire con il Project Freedom, ma Teheran ha smentito, dicendo che sono stati attaccati dei barchini civili e che in quell’attacco sono rimaste uccise cinque persone, un crimine – dicono gli Ayatollah – per cui Washington dovrà pagare.
Da parte sua l’Iran ha detto che la missione statunitense per sfidare la chiusura dello stretto è un fallimento, che le navi non passano fino a quando non lo decidono i Pasdaran. Un modo per dire che Hormuz rimane sotto il controllo iraniano. Anche in questo caso però è una gara di annunci e smentite. Ricapitolando: la Marina statunitense dice di aver lanciato questa missione per garantire il passaggio sicuro per le navi cargo nello stretto, gli Ayatollah dicono che non è vero e che gestiscono loro quella rotta, e poi arriva anche il capo del Pentagono – Pete Hegseth – che dice che l’Iran non controlla affatto lo stretto di Hormuz.
La guerra sta per ricominciare?
Un esempio concreto di questo delirio comunicativo è la nave Alliance Fairfax, una nave battente bandiera statunitense, ma gestita dal colosso danese della logistica Maersk. Secondo l’US Central Command ieri sarebbe uscita dal Golfo, scortata dalle forze statunitensi. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim nessuna imbarcazione avrebbe navigato in quelle acque.
In questo caos l’unica cosa certa è la tensione e la paura. Paura che la guerra possa ricominciare da un momento all’altro su larga scala. Già i missili hanno ricominciato a cadere. E sono caduti pure sugli Emirati Arabi Uniti, incendiando una raffineria. L’Iran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, dicendo che quanto accaduto non è colpa dei Pasdaran che hanno sparato, ma è la conseguenza dell’avventurismo militare statunitense. E il presidente del parlamento iraninao, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che nello stretto di Hormuz non hanno nemmeno cominciato. Insomma, da una parte e dall’altra la corda viene tirata, sempre di più.
Secondo la CNN gli Stati Uniti si starebbero già coordinando con Israele per un potenziale attacco all’Iran, un blitz mirato agli impianti energetici e ai vertici dei Pasdaran con l’obiettivo di fare pressione su Teheran, costringendo gli iraniani a presentarsi al tavolo in posizione indebolita. Una posizione più aperta alle concessioni. Ma già una volta la Casa Bianca ha sottovalutato la capacità di risposta dell’Iran, ha pensato di poter condurre delle operazioni militari lampo per piegare Teheran alla sua volontà, per poi trovarsi impantanata in una guerra da cui non si sa come uscire. Una guerra che nel frattempo sta mettendo in ginocchio l’economia globale.
Il fattore Cina
È chiaro che l’operazione Project Freedom sia la carta che Trump sta tentando di giocarsi mentre i consensi nei suoi confronti sono al minimo storico, mentre i prezzi del carburante non fanno che aumentare e non si vede ancora alcuna via d’uscita da questa guerra, con i negoziati in stallo. Ma non è solo una questione di minacce militari e di prove di forza. Per gli Stati Uniti rompere l’assedio di Hormuz e togliere il controllo di questa rotta all’Iran significa anche prosciugare la sua principale fonte di finanziamento, che in questo momento è rappresentata dalle esportazioni di petrolio verso la Cina.
Nei giorni scorsi Pechino ha dato istruzioni alle proprie imprese di non rispettare le sanzioni statunitensi e di continuare ad acquistare il greggio da Teheran. E proprio oggi ospiterà il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che è anche il negoziatore capo, atteso nella capitale cinese per discutere con il suo omologo della situazione regionale.
Gli interessi in campo sono tanti. Per Teheran è fondamentale continuare a esportare petrolio in Cina per finanziare la sua macchina bellica e continuare a mantenere il proprio vantaggio sullo stretto di Hormuz senza soffrire a propria volta per le conseguenze della chiusura. Per Pechino invece la posta in gioco tocca un fronte più ampio, quello della guerra commerciale con Washington e dell’indipendenza delle proprie imprese dalle sanzioni unilaterali statunitensi.
Per Trump, invece, la partita non è chiarissima. Ma come non sono mai state chiare le ragioni specifiche di questa guerra, se non assecondare Israele.
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