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Quando le navi della Global Sumud Flotilla sono state abbordate, mentre erano in acque internazionali vicino alle coste greche, centinaia di attivisti sono stati costretti a sbarcare a Creta. E da lì sono stati fatti rientrare ai rispettivi Paesi. Tutti tranne due. Thiago Avila e Saif Abukeshek sono rimasti su una nave della Marina militare israeliana e hanno continuano a viaggiare. Hanno viaggiato fino ad Ashkelon, dove sono stati rinchiusi nel centro di detenzione della città. Sono lì da giorni, senza accuse formali.
Adalah, che è un’organizzazione israeliana che difende i diritti umani e che ha anche degli avvocati che si stanno occupando di questo caso, ha fatto sapere che non ci sono accuse formali contro i due attivisti, che sono quindi detenuti illegalmente con il solo scopo di interrogarli. Quello che si teme è che gli inquirenti israeliani stiano cercando il modo di accusarli di far parte di un’organizzazione terroristica. E questo sarebbe drammatico soprattutto per Saif.
Ieri Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, a Scanner Live, ha detto:
La situazione di Thiago e Saif è drammatica, sono detenuti illegalmente, senza alcuna motivazione, senza alcuna prova sulle accuse mosse ad entrambi. La detenzione è stata estesa fino a domenica mattina, l’appello che avevano fatto i legali è stato respinto: i giudici israeliani hanno detto che in realtà le prove le hanno, ma sono segrete.
Saif, pur avendo un passaporto spagnolo e anche svedese è nato in Cisgiordania. Per il governo e per i tribunali israeliani è soggetto a una serie di leggi di apartheid, cioè leggi che sono diverse per i palestinesi e gli israeliani. Solo poche settimane fa è stata approvata una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo. Quindi se i giudici israeliani si inventassero qualche accusa di quel tipo, Saif rischierebbe anche la pena di morte. Questa escalation di violenze e violazioni hanno una sola ragione, cioè l’impunità che noi concediamo, noi come governi e istituzioni. Nemmeno il governo italiano ha detto una sola parola su Saif e Thiago. Pensate se la stessa cosa l’avesse fatta qualsiasi altro Paese del mondo.
Difficile pensare che altri Paesi possano compiere azioni simili nella totale impunità. Che possano inviare le forze militari centinaia di chilometri al di fuori dei propri confini, sequestrare dei cittadini stranieri, dei civili, e incarcerarli senza alcuna accusa. Quello che è accaduto è un precedente pericoloso, che alza l’asticella nella lista delle violazioni del diritto internazionale, commesse da Tel Aviv senza alcuna ripercussione.
Anche le Nazioni Unite hanno chiesto il rilascio immediato dei due attivisti e hanno espresso preoccupazione per le denunce che sono arrivate di torture in carcere: privazione del sonno, isolamento prolungato, minacce di morte. A Fanpage siamo riusciti a parlare con le avvocate che sono riuscite a incontrare Thiago e Saif e anche loro hanno parlato di pratiche che possono essere descritte solo come tortura: le loro celle sono illuminate in modo potentissimo 24 ore su 24, per impedire loro di dormire, gli iterrogatori durano anche otto ore di fila, sono estenuanti e i militari israeliani minacciano i due attivisti dicendo loro che verranno uccisi il giorno seguente o che resteranno in prigione per il resto della loro vita.
Il ricorso che era stato presentato dagli avvocati di Thiago e Saif è stato respinto e la loro detenzione prolungata fino a domenica. Almeno, ma non è chiaro se possa essere estesa. Il rischio è che si cementifichi sempre di più il silenzio assordante che già c’è sul caso di Thiago e Saif. Per fare in modo che questo non accada è importante tenere alta la voce sulla loro detenzione illegale e tenere gli occhi sulla Flotilla. Perché la missione umanitaria per rompere l’assedio di Gaza non si è fermata.
Alcune barche sono state messe fuori uso a largo delle coste greche, è vero, ma non tutte. Una parte della Flotilla è ancora a sud di Creta. In particolare, una trentina di barche, quelle che la notte dell’abbordaggio sono riuscite a fuggire dalla Marina israeliana e rifugiarsi in acque territoriali greche. Ora quelle navi sono pronte a ripartire. La destinazione è la Turchia, dove altre imbarcazioni cariche di aiuti si stanno preparando. Stanno aspettando di essere tutte riunite, poi salperanno insieme. Ancora alla volta di Gaza.
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