Lo stiamo vivendo da oltre una settimana: questo senso di impotenza, privazione, quell’incertezza che viene fuori dalla mancanza di una data di scadenza. Eppure siamo nelle nostre case, circondati dalle nostre cose. Non per tutti, però, essere tra le proprie quattro mura vuol dire sentirsi al sicuro. Per alcune donne, la reclusione in casa è una vera e propria prigione. Sono quelle donne che hanno un compagno violento e con cui ora, dall’inizio dell’isolamento da Coronavirus, sono costrette a condividere ogni singolo momento della giornata. Sui social, nei giorni scorsi, sono apparsi più volte post di sensibilizzazione al problema, dove si invitava qualsiasi persona vittima di abuso domestico a chiamare l’apposito numero verde. Ma quando non si ha la libertà di poter uscire di casa, come si arriva ad averla per rivolgersi telefonicamente ai centri antiviolenza?

Le denunce in calo, sintomo dell'isolamento forzato

La situazione è drammatica, in ogni parte della penisola. I centri D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che da anni si occupano di contrastare la violenza sulle donne, ci aiutano a fotografare esattamente la situazione. “All’inizio di questa sorta di quarantena, il flusso di chiamate è drasticamente diminuito. I nostri telefoni hanno taciuto per giorni. Solo dopo un po’ abbiamo iniziato a sentirli squillare di nuovo”. Cristina Carelli di CADMI Milano, racconta a Fanpage.it come stanno andando le cose sul suo territorio, quello lombardo, il più colpito dal Coronavirus. L’immagine che ne viene fuori è profondamente allarmante. Perché se è vero che qualche telefonata c’è, sono quelle di donne che già conoscono il centro antiviolenza, che già hanno istaurato un rapporto profondo con le volontarie e che conoscono, quindi, ogni sorta di escamotage per poter telefonare. Sono le nuove denunce che sembrano essersi completamente fermate.

Questa situazione di isolamento casalingo ha inasprito la classica forma di violenza che l’uomo maltrattante mette in atto come prima cosa: quella dell’estremo controllo. Le donne che sono in questa situazione e vorrebbero chiamarci per la prima volta, non hanno modo di farlo. Spesso non sanno neanche riconoscere bene che quella che stanno vivendo è violenza.

Mariangela Zanni, coordinatrice dei centri D.i.Re del Veneto, mette a fuoco un aspetto fondamentale: “Durante le vacanze di Natale, o in quelle estive, abbiamo sempre registrato un aumento importante delle denunce. Ma tutto questo avviene sempre a posteriori. Solo una volta che l’isolamento sarà terminato sapremo con certezza cosa sta succedendo all’interno di molte case. E questo ci preoccupa.” Se il campanello d’allarme c’è sempre stato durante i periodi di ferie, a preoccupare è anche il portato emotivo dell’emergenza. Perché un uomo violento, in una situazione di costrizione generale come questa, non può che acuire i suoi atteggiamenti. Perché aumentano le frustrazioni, le incertezze lavorative, il timore sanitario: tutta benzina gettata su un fuoco già acceso.

Gli sportelli antiviolenza: tra chiusura forzata e le mascherine che mancano

Per non parlare poi dell’emergenza legata agli sportelli dei centri antiviolenza. Nonostante il ministero delle Pari Opportunità abbia espressamente detto di lasciarli aperti anche durante l’emergenza, non tutti possono far fronte alla richiesta. Elisa Viscogliosi, del centro D.i.Re di Sora e del frusinate, è stata costretta a chiudere i battenti. “Il nostro sportello si trova all’interno della sede comunale. Nel momento in cui hanno chiuso questi uffici, anche noi siamo stati costretti a farlo.” Inutile dire che nessuno spazio alternativo sia stato messo a disposizione. Continuano a essere presenti costantemente le linee telefoniche, i colloqui via skype, ma abbiamo già visto che sono mezzi che non possono essere usati in questo momento di convivenza forzata con un compagno abusante. In Veneto, i centri periferici sono stati chiusi, resta aperto solo quello di Padova, ma che deve anche far fronte a tutte le norme igienico sanitarie che un’epidemia richiede: distanza di sicurezza, nessun affollamento, protezioni.

E le mascherine? Altra emergenza ovunque. “Ci siamo rivolti al nostro partner, l’Unhcr, perché ce ne mandi un bel po’. Dovrebbero arrivare a giorni. Qui non se ne trovano” racconta Cristina Carelli di Milano. Ma anche recarsi ai centri, per alcune donne è una vera e propria impresa. L’autocertificazione con cui dobbiamo dotarci per poter uscire, naturalmente contiene tutti i dati personali e una donna che subisce violenza ha timore per la sua privacy. “Non sottovalutiamo anche il fatto che capita che i partner violenti lavorino proprio nelle forze dell’ordine, quindi essere fermate da qualcuno che può essere un collega di tuo marito terrorizza”. La situazione è davvero complicata su più fronti. L’appello che le operatrici di ogni centro fanno è unanime: “Il supporto fondamentale è quello dei vicini di casa. Se chiunque sente urla o rumori molesti chiamate il 112 e fate in modo che qualcuno intervenga”. Un modo per aiutare qualcuno in trappola e che rischia la vita è, di nuovo, la solidarietà e il senso civico.

Il Coronavirus e quell'impatto devastante sulle donne nelle case rifugio

Un altro aspetto che preoccupa è quello delle case rifugio, gli alloggi cioè dove le donne vittime di violenza trovano riparo una volta che sono riuscite ad andare via di casa. È una rete enorme all’interno del nostro Paese, che accoglie madri con i loro figli e a cui viene concesso un tetto, vengono organizzate delle attività, un supporto legale e psicologico. Racconta Elisa Viscogliosi:

Dallo scoppio del Coronavirus abbiamo chiuso, ovviamente, tutte le porte delle nostre case. Le volontarie fanno a turno per portare la spesa e così anche la nostra psicologa che è l’unica che va di persona per assistere le donne.

In situazioni di convivenza forzata, come quella in cui tante si trovano all’interno delle case rifugio, spesso gli equilibri sono precari, in un momento come questo ancora di più. Se tutto poteva essere superato grazie alle attività e i laboratori organizzati, ora gli assembramenti sono vietati quindi ogni attività sospesa. “L’aspetto psicologico è fondamentale. In questo momento la magistratura è ferma e queste donne erano tutte in attesa della conclusione del loro processo che le avrebbe portare alla libertà” continua Cristina Carelli. All’interno di queste case, dove spesso convivono otto o dieci donne, si resiste ognuno con il proprio conto alla rovescia che gli consente di riappropriarsi della loro vita. Aver fermato e rinviato i processi (con il marito violento imputato) ha un impatto devastante. Tutto sembra sospeso. Le volontarie si fanno in quattro tra bambini che non hanno scuola, assistenza individuale, la spesa per tutte, o anche per il supporto psicologico che una situazione delicata come questa emergenza comporta. Tra l’altro, tutte quelle donne che sarebbero dovute entrare nelle case rifugio a breve, sono state fermate e l’accoglienza sospesa. D’altronde il decreto parla chiaro: nessuno spostamento possibile. Elisa racconta:

Domenica ci è arrivata una chiamata dai carabinieri che avevano in questura una donna che stava denunciando il proprio compagno. In quel caso darle supporto psicologico è stato complicatissimo, perché in cinque minuti si dovrebbe fare quello che richiede settimane di colloqui in condizioni normali. Fortunatamente in quel caso lei si è potuta rivolgere ai propri parenti per essere ospitata in casa, perché noi non possiamo far entrare nessuno in casa rifugio. Ma per tutte le altre come faremo?

Tra la denuncia e l’accoglienza nella casa rifugio poi, c’è un passaggio intermedio, per il benessere della donna che sta uscendo da una situazione di violenza. Forzarla immediatamente alla convivenza con altre persone potrebbe essere troppo pesante, motivo per cui D.i.Re, come altri centri, si appoggia per qualche settimana e strutture alberghiere. “Ora gli alberghi sono chiusi. A Padova abbiamo dovuto prendere in affitto una casa su Booking per accogliere una vittima di abusi.” Mariangela Zanni sta cercando di sensibilizzare le istituzioni perché vengano messe a disposizione delle strutture fino a che questa emergenza sanitaria non sarà finita. “Il prefetto può requisire delle strutture che ora sono sfitte per la quarantena, perché non metterne alcune a disposizione per queste donne che necessitano di protezione?” Le istituzioni ascoltino l'allarme dei Centri antiviolenza, quelli che da anni subiscono tagli incondizionati e che ora sono costretti a vivere un'emergenza nell'emergenza.