video suggerito
video suggerito

Fabrizio Barca: “È falso che i giovani non vogliano occuparsi di politica, ci sono ostacoli che li bloccano”

L’ex ministro e co-coordinatore del Forum Diseguaglianze Diversità Fabrizio Barca ha scritto insieme alla ricercatrice Caterina Manicardi un saggio per indagare, dati alla mano, il tema della partecipazione dei giovani nella sfera pubblica. Abbiamo chiesto agli autori di discutere con noi i risultati della loro ricerca.
Immagine

L'ex ministro e co-coordinatore del Forum Diseguaglianze Diversità Fabrizio Barca ha scritto assieme alla ricercatrice Caterina Manicardi il saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica”. Attraverso l'analisi di studi e ricerche esistenti e aggiungendo di una serie di dati raccolti sul campo, i due autori indagano l'atteggiamento di ragazzi e ragazze verso la politica nelle sue diverse declinazioni e le difficoltà che impediscono una maggiore partecipazione giovanile alla sfera pubblica.

Qual era l'obiettivo del vostro lavoro e come lo avete portato avanti?

Caterina Manicardi: La nostra idea era quella di incrociare fonti esistenti – sia nazionali che europee – con dati nuovi, che abbiamo raccolto in ventuno incontri nelle scuole di tutto il Paese, dove abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con ragazzi tra i 17 e i 19 anni.  L'idea era fare un po' d'ordine rispetto agli stereotipi che sono ripetuti  nel dibattito pubblico, come il fatto che i giovani siano disinteressati, che non capiscano l'efficacia della politica, che non vogliano contribuire al cambiamento.

Fabrizio Barca:  Il Forum Diseguaglianze Diversità ha dedicato attenzione per i giovani dal primo giorno, come dimostra la nostra proposta di legge del 2019 per un'eredità universale da 15mila euro per i neo diciottenni. Sette anni dopo la situazione del mondo e del Paese è peggiorata e una delle ragioni sta nel fatto che una grande massa di persone non ha la possibilità di esprimere il proprio potenziale collettivo. Tutte le fasi storiche gravi come questa hanno visto giocare un ruolo molto importante le nuove generazioni, in questa fase ciò non sta avvenendo e quindi diventa urgente chiedersi il perché.

Come accennavate, i risultati della vostra ricerca smentiscono alcuni luoghi comuni associati alle nuove generazioni, quali?

Barca: Il primo stereotipo che affrontiamo è che non esisterebbe tra i giovani una profonda consapevolezza sociale. I dati dicono altro. Per fare un esempio, alla semplice domanda che abbiamo fatto ai ragazzi incontrati: “cosa ti viene in testa se ti dico disuguaglianza?” la risposta più forte di tutte è stata “il colore della pelle”. Anche sul clima, molte altre indagini hanno già rilevato una sensibilità particolare delle nuove generazioni. Nelle nostre interviste sono emersi due elementi in più: il primo è che questa sensibilità invece non ce l'ha la generazione precedente e questo segna uno sfasamento significativo, perché la voce di chi vivrà di più il cambiamento climatico non è ascoltata. Inoltre i ragazzi sanno che sul cambiamento climatico pesano i comportamenti individuali, ma il peso maggiore lo attribuiscono al modo di produzione estrattivo. Non è una risposta da poco.

Anche sul rapporto con la politica, la fotografia è più complessa di come si potrebbe immaginare.

Barca: È vero che i ragazzi non credono nei soggetti che oggi interpretano la politica, nei partiti ma anche in altre organizzazioni. Però la consapevolezza che solo la politica cambia il mondo esiste. Altro elemento, pur passando molto tempo sul web, non credono che si esprima lì o si esaurisca lì l'impegno politico. Un altro stereotipo che smontiamo è  che i giovani siano egoisti o individualisti. Questo non trova riscontro, perché il loro contributo personale al cambiamento delle cose lo danno, anche a costo di sacrifici, come rinunciare a determinati consumi. Il pregiudizio confonde l'individualismo con il fatto che se tu sei in condizioni disagiate, se non riesci a trovare una casa o un lavoro, devi per forza curarti molto di te stesso, sottraendo tempo al collettivo a favore di quelle che definiamo “strategie di sopravvivenza individuale”. Va poi considerato il costo di fare politica nelle piazze, per la preoccupazione che una propria azione possa domani riflettersi negativamente sul proprio percorso professionale. E poi anche per la difficoltà di rientro nel mondo del lavoro, dopo aver assunto un impegno pubblico temporaneo, anche solo come consigliere comunale.

E però voi registrate una diminuzione netta non solo dell'impegno diretto dei partiti, fenomeno già in atto da tempo. Ma anche in associazioni o organizzazioni del terzo settore, che fino a qualche tempo fa fornivano ai ragazzi un'alternativa valida alla militanza partitica.

Manicardi: Esatto. Noi passiamo in rassegna l'incidenza dei giovani nei sindacati e – nonostante un lieve aumento all'interno della Cgil – si parla ancora di una percentuale molto minoritaria, che riflette anche una frammentazione delle carriere lavorative. Analizziamo poi l'età media dei legali rappresentanti negli enti del terzo settore che è di 58 anni, con un numero di impiegati delle classi di età più basse attorno solo al 33 percento. E vediamo una traiettoria discendente nell'impegno delle fasce 18-19 ma anche tra gli under 35 nelle associazioni e nel volontariato.

Barca: Parlando con i ragazzi è uscito fuori che alcuni di loro fanno volontariato – collaborando con associazioni, Croce Rossa, organizzazioni internazionali – ma non sono iscritti, perché dicono: veniamo usati, non abbiamo dei ruoli, la nostra voce non conta neanche con loro. Quindi rispetto ai partiti c'è un'apertura verso queste organizzazioni, ma non sono considerate sufficientemente porose da  far venire voglia di dedicare loro più tempo.

Qual è invece il rapporto con il lavoro?

Manicardi: Quello che emerge è che c'è un approccio al lavoro prevalentemente strumentale, cioè nella misura in cui mi dà un reddito sufficiente, io poi non faccio investimenti ulteriori di identità, anche di fronte a livelli di professione considerati almeno medi. Questo senza voler assolutamente sottostimare il problema della qualità del lavoro e delle retribuzioni, che in Italia sicuramente esiste.  A ciò va accompagnato il fatto che soggetti prima capaci di dare continuità lavorativa come i partiti, i sindacati, le organizzazioni di cittadinanza, offrono oggi possibilità molto più limitate, rispetto a un passato in cui sembrava molto più semplice conciliare i valori e i principi con un impiego a lungo termine.

Barca: Il punto non è che i ragazzi oggi non vogliono fare sacrifici, come si dice da cliché, ma che non vogliono andare oltre quello che è contrattualmente pattuito. Questo però è un gioco che coinvolge entrambe le parti, anche nelle imprese. In un pezzo dell'impresa italiana che funziona esiste ancora l'intelligenza o la furbizia – chiamala come vuoi – di creare un contesto dove se tu lavoratore dici una cosa qualcuno ti sta a sentire. Oggi però questa cosa c'è molto meno e non c'è affatto nel mondo del terziario, dove ragazzi e ragazze che ci lavorano sanno perfettamente che sono sfruttati.

Dicevate prima che i giovani sono coscienti di come ciò che fanno sul web non può esaurire il loro impegno sociale. E però passano sicuramente molto tempo in rete, tanto che ci sono proposte di legge in tutto il mondo per limitare l'utilizzo delle piattaforme digitali. Come le valutate?

Manicardi: Io penso che i social possano essere una risorsa  per aiutare l'impegno e anche per raggiungere alcune fasce di popolazione. Dopodiché trovo auspicabile agire sugli under 16 – anche con misure forti – per salvaguardare dai rischi della rete, in un periodo in cui è necessario formarsi dal punto di vista relazionale, dell'educazione alla lentezza, della persistenza della soglia d'attenzione.

Barca: Non va scordato che  la proprietà e il controllo dei mezzi digitali è in mano a un numero limitatissimo di soggetti. I ragazzi e le ragazze che li usano devono farlo nonostante il disegno delle piattaforme, le loro regole del gioco. Questa consapevolezza c'è, come emerge dalle risposte a una ricerca di Eurobarometro.  I giovani sanno che sul web gli arriva una montagna di schifezze di informazioni e sanno quanto è difficile distinguerle.  Quindi si ritrovano sostanzialmente soli davanti a questo strumento e lo usano come possono. Andrebbero almeno attrezzati fino dalla giovanissima età a capire quali sono le conseguenze dei loro atti, di quello che fanno e mettono in rete, a crearsi una coscienza digitale critica. Altrimenti sei costretto per forza a misure limitative, ma sono inevitabilmente rimedi, non toccano la sostanza della questione.

Gli ultimi due anni e mezzo sono stati caratterizzati dalle imponenti manifestazioni contro il massacro di Gaza. Proteste che hanno visto soprattutto le nuove generazioni in prima fila.  Cosa manca a quell'onda per trasformarsi in qualcosa di più stabile e organizzato?

Manicardi: Quelle della cosiddetta generazione Gaza sono state mobilitazioni sicuramente potenti e c'è stata anche una sinergia interessante con i movimenti, ma anche le organizzazioni del lavoro e alcuni partiti. Quindi c'è stato un ecosistema che ha ricominciato a funzionare, in maniera inedita negli ultimi decenni. Però c'è stata poi una fatica a sedimentare ad esempio i 2 milioni di persone in piazza a Roma del 3 ottobre 2025. Questo è in linea con le tendenze di medio periodo che evidenziamo. Chiaramente pesa anche il fatto che veniamo da una stagione che ha visto la sconfitta di  grandi mobilitazioni di piazza: quelle contro il G8, sul referendum in Grecia, gli Indignados in Spagna, le cosiddette Primavere Arabe. Tutti eventi a cui non è seguita la capacità da una parte dei movimenti di strutturarsi e dall'altra delle organizzazioni di aprirsi e rendersi permeabili alle sollecitazioni che arrivavano.

Barca: Ci sono stati nella storia del Dopoguerra dei momenti di forte mobilitazione giovanile che hanno avuto impatti, penso alla guerra in Vietnam, ma mano a mano è successo sempre meno. Ora sicuramente vedere compiere atti feroci a Gaza, uccidere sistematicamente bambini, distruggere le case, ha determinato un momento di rottura. Un momento che ha avuto degli effetti non irrilevanti sul senso comune,  penso ad esempio all'apertura per la prima volta all'interno della comunità ebraica italiana di un dibattito tra posizioni differenziate, dopo un lungo periodo di silenzio e di omertà. Sono però effetti che poi non diventano una modifica sulla politica, non vengono tradotti in azioni che pretendano dalla politica e dai partiti che vengano fatte delle cose piuttosto che altre.

E qua arriviamo alla parte di diagnosi del vostro studio. Voi scrivete che la mancata trasformazione delle energie che esistono nel mondo giovanile in un fattore attivo di cambiamento non è un destino, ma è frutto di una serie di ostacoli che è necessario rimuovere. Quali?

Barca:  C'è innanzitutto lo scontentismo, chiamiamolo così,  cioè vedere che non ci si riesce, non ce la si fa. Questo deriva anche dal fatto che c'è solitudine.  Esistono tante micro battaglie senza una connessione tra loro, e così appena chi le conduce, quella battaglia viene meno e non ha un impatto di sistema. In questo modo una singola sconfitta assume più peso, di quello che dovrebbe avere. Inoltre  se per quarant'anni si è ripetuto in tutti i modi che lo Stato è sfasciato, i partiti sono sfasciati, la politica è sfasciata, questa cosa  alla fine pesa sui  giovani. Non hanno fiducia nel fatto che con le politiche si possano cambiare le cose, perché non le hanno viste e non le vedono agire, ma anche perché gli è stato detto che le politiche non servono. Se invece li portassimo a discutere veramente facendogli sentire che quello che dicono peserà, estrarremmo forza e sapere.

Nel saggio si fa un confronto tra la situazione attuale e gli anni '60.

Barca: Anche in quegli anni i partiti di massa come Pci e soprattutto la Dc erano conservatori, hanno resistito al cambiamento. Il tema è che quei partiti avevano delle complessità, delle frizioni, si scontravano al loro interno e con i movimenti giovanili. Lo  stesso per il sindacato. L'origine di molte delle riforme degli anni '70 non è in un'accoglienza festosa del movimento giovanile, ma in un conflitto, che era aperto e pubblico. Oggi dove sono i luoghi di conflitto e di dialogo dei partiti, non solo di Pd o Movimento 5 Stelle, ma anche di Fratelli d'Italia? Ricordo che Giorgia Meloni nel discorso di insediamento disse che sarebbe stata contenta di essere contestata, perché viene da un partito che aveva una componente conflittuale. Ma oggi dove è la disponibilità a discutere o a scontrarsi? Oggi queste organizzazioni non si mettono a repentaglio.

Manicardi: Questa è la conseguenza anche di una debolezza strutturale. Se un partito è forte, con un radicamento sul territorio, un  blocco sociale di riferimento non ha paura a confrontarsi con le spinte che vengono dalle altre parti. Un partito debole invece non vuole essere messo in difficoltà. Questo non è un destino, ma è frutto di scelte politiche, sono tutti ostacoli che si possono rimuovere.

Ma a chi tocca rimuovere questi ostacoli? È una cosa che può fare chi sta sopra o invece non dovrebbero essere i giovani dal basso ad aprirsi la strada?

Manicardi: Il punto per me è che c'è questo velo di pacificazione sociale che va squarciato ed è però una cosa che deve venire da più parti. Quello che noi possiamo fare oggi come Forum è cercare di parlare a un'audience più ampia possibile che va dai  movimenti giovanili fino ai partiti.

Barca:  Noi certo vorremmo che i partiti non continuassero a lamentarsi che i giovani non vanno a votare e che invece proponessero qualcosa che serve a liberare queste potenzialità, ma i partiti non lo fanno. Allora questa dovrebbe diventare una rivendicazione del movimento giovanile, ma se i giovani fanno fatica ad organizzarsi e non credono che le politiche cambino qualcosa, non si muoveranno. Questo circolo vizioso va spezzato in qualche modo. Una cosa non ci potete venire a dire, che l'attuale equilibrio sfavorevole non si può rompere e che non sappiamo cosa fare per romperlo, quello che serve è la volontà di farlo.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views