Papa Francesco torna sul tema dell'eutanasia e lo fa con molta nettezza. "Alcune sentenze – dice – inventano un ‘diritto di morire privo di qualsiasi fondamento giuridico". Secondo Bergoglio si tratta di una giurisprudenza che si "autodefinisce creativa" la quale produce sentenze "che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici". Queste deliberazioni, secondo il Papa, si baserebbero sul presupposto per il quale l'interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire o di non essere curato. Queste sentenze quindi, affievolirebbero gli sforzi per lenire il dolore e "non abbandonare a se stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza". Le parole di Papa Bergoglio sul tema arrivano a circa due mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale che aveva stabilito la non legittimità dell'articolo 580 del Codice penale che punisce l'istigazione o l'aiuto al suicidio. La sentenza, a cui comunque Papa Francesco non fa mai specifico riferimento, in sostanza aveva dato ragione a Marco Cappato sulla vicenda che aveva coinvolto lui e Dj Fabo.

Le dichiarazioni di Bergoglio si ispirano alla lezione morale di Rosario Livatino, giudice ucciso dalla mafia che ora la Chiesa si prepara a proclamare beato. Ricordandone la figura, il pontefice ha sottolineato che Livatino in una conferenza, riferendosi alla questione dell'eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l'introduzione di un presunto diritto all'eutanasia, gli faceva questa osservazione: "Se l'opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana è dono divino che all'uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l'opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni ‘indisponibili', che né i singoli né la collettività possono aggredire".

Le considerazioni di Livitino, secondo il Papa, sarebbero un esempio "non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l'attualità delle sue riflessioni". L'attualità di Rosario Livatino è "sorprendente", ha commentato ancora Bergoglio, "perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, e non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti ‘nuovi diritti', con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo". Quest'ultimo passaggio si riferisce alle pagine in cui il giudice vittima di mafia scriveva che il magistrato "altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni". Tuttavia, ammoniva il magistrato: "Si è venuta sempre più affermando una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, secondo la quale quest'ultimo, pur rimanendo identica la lettera della norma, possa utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente".