Nessuno poteva essere preparato a vivere tempi del genere, figuriamoci a gestire una crisi di portata globale, destinata a cambiare per sempre il volto dell’intera società. Per questo, e nella considerazione che si tratta di una crisi che coinvolge pressoché in egual misure tutte le nazioni occidentali, abbiamo sempre ritenuto si dovesse adoperare un minimo di cautela in più prima di esprimere giudizi senza appello nei confronti dei politici e dei rappresentanti istituzionali che hanno l’onere di tentare di governare i processi in atto. Ciò che ci è toccato vedere in queste ore ha avuto però del paradossale, dell’assurdo, dell’inconcepibile.

Conte si è presentato in Parlamento per illustrare un DPCM non solo senza un testo di riferimento, ma senza neanche un accordo di massima con le Regioni. È stato costretto a tenersi sul vago, parlando di misure durissime ma senza dire quali e dove: ha letteralmente gettato un Paese nel panico, ancora di più. Il confronto con le Regioni è stato durissimo, caratterizzato da personalismi e rimpalli di responsabilità, complicato anche dall'atteggiamento sfascista di gran parte dell'opposizione, che ha dimostrato una pochezza imbarazzante, provando a cavalcare incertezze e problemi oggettivi per puro tornaconto elettorale.

Una commedia che speriamo di non vedere in scena mai più, proprio nella consapevolezza della gravità del momento. Senza giri di parole: è inammissibile che la politica dia questo spettacolo mentre si appresta a chiedere sacrifici durissimi ai cittadini. E dopo aver tergiversato per settimane, tra indegni scaricabarile e misure ridicole nel contesto di una situazione che appare grave da tempo. Perché quella che Conte in Parlamento ha definito "evoluzione repentina del quadro epidemiologico" è stata tutto tranne che repentina e imprevista: era leggibile dai numeri da settimane, forse mesi. E andava aggredita prima, ce lo siamo ripetuti fino alla sfinimento, senza minimizzazioni e parlando il linguaggio della verità con gli italiani.

Le misure che prendiamo oggi sono inevitabili, è la Covid-19 ad aver deciso per noi: dobbiamo piegare la curva dei contagi, abbassare lo stress del sistema sanitario, proteggere noi e i nostri cari assieme, limitare la circolazione del virus. Costeranno immensi sacrifici, aggraveranno una crisi già profondissima e renderanno più incerto il futuro di milioni di italiani. Lo sappiamo e non possiamo gioirne. Ma l'alternativa non c'è, o almeno non c'è più. Illudere gli italiani che vi sia un'altra strada, negare che i numeri siano più che preoccupanti e che lo scenario in caso di inazione possa diventare drammatico è semplicemente mentire. Non è allarmismo né terrorismo, ma la semplice osservazione del reale e la drammatica constatazione del fatto che siamo in uno scenario lose-lose in cui ogni mossa porta alla sconfitta. Aumentano i contagi, cresce l'occupazione delle terapie intensive e dei posti letto negli ospedali, diminuisce la capacità di cura del sistema, sale il numero dei morti, chiusure e limitazioni affossano attività commerciale e produttive, quasi conseguentemente. In questo contesto, la priorità deve essere la salute dei cittadini, deve essere la tutela dei soggetti più esposti, deve essere il bene collettivo.

Per settimane ci siamo sentiti ripetere che occorreva trovare un equilibrio fra salute ed economia, litania che analisti e politici ripetevano per non spaventare gli italiani e non interrompere i cicli produttivi, in modo contenere i danni al sistema economico, non pregiudicare la fiducia dei consumatori e salvaguardare i comparti produttivi. La linea del "niente panico" e della convivenza col virus. Può non piacerci, ma questa strategia è fallita, non solo perché preparata male e gestita peggio. È fallita ovunque in Europa, perché non in grado di proteggere la comunità di fronte a un virus spaventoso e ancora misterioso. È questa la consapevolezza che manca a proteste pur legittime e per tanti versi sacrosante: conservare l'esistente non è più possibile, continuare a eludere il problema significa moltiplicare il rischio di un default sistemico e determinare una vera catastrofe sanitaria.

Nelle scorse settimane ci si è affidati a blande misure di contrasto e alla "responsabilità" dei cittadini, mentre il sistema sanitario perdeva quasi completamente la capacità di gestire la diffusione del contagio: saltava il tracing, si inceppavano le macchine del testing e si perdeva progressivamente l'efficacia della sorveglianza domiciliare. In questi giorni abbiamo raccolto centinaia di testimonianze sulle difficoltà delle ASL, sul caos tamponi, sull'inefficienza del contact tracing; abbiamo ricevuto migliaia di segnalazioni di contagiati completamente abbandonati a loro stessi in casa, senza indicazioni chiare su come curarsi, in attesa per giorni e giorni dei tamponi di controllo; abbiamo osservato l'intensificarsi del ricorso ai centri e alle strutture private, di certo non alla portata di tutti; abbiamo registrato le difficoltà delle aree interne, di chi ha il primo ospedale a 50 chilometri e posti di intensiva e sub-intensiva ridotti all'osso.

L'Italia a novembre del 2020 è un Paese in cui aumentano i contagiati e i morti giorno dopo giorno, mentre diminuisce la capacità di cura del sistema nel suo complesso. Ogni minuto che passa costa in termini di vite, di salute e di certezze che togliamo a decine di migliaia di persone, spesso le più fragili anagraficamente e socialmente. Proteggere e curare queste persone significa proteggere e curare l’intera collettività, significa proteggere e curare noi stessi. E dobbiamo farlo a ogni costo, così come dobbiamo proteggere anche quei lavoratori, imprenditori e cittadini che stanno pagando un peso tremendo in termini economici, di sicurezze e certezze: le vittime indirette della pandemia, la prossima emergenza di un anno tremendo.