Definì San Paolo un “camerata”, Vannacci fa infuriare i sacerdoti: “Rispetti le Sacre Scritture e la Chiesa”

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“Le Sacre scritture non sono un manifesto politico, associare San Paolo al fascismo è inaccettabile”. Lo scrivono undici sacerdoti in una lettera aperta inviata a Roberto Vannacci. Il generale aveva definito l’apostolo un “camerata” durante una conferenza stampa per presentare le proposte di Futuro Nazionale su immigrazione e crisi energetica.

La storia della Chiesa va rispettata: associare San Paolo al fascismo è un'operazione inaccettabile. È quanto scritto da undici sacerdoti in una lettera aperta inviata a Roberto Vannacci. Qualche settimana fa, il generale aveva definito l'apostolo un "camerata" durante una conferenza stampa alla Camera, in occasione della presentazione del programma politico di Futuro Nazionale su immigrazione e crisi energetica.

Nel tentativo di giustificare l'intenzione di modificare i sussidi per i migranti previsti oggi in Italia, Vannacci aveva richiamato un principio pronunciato dal Santo. "Cito un paese che non fa parte dell’Ue ma che è molto vicino, la Norvegia", aveva esordito. "La  Norvegia ha deciso di non concedere sussidi prima dei cinque anni di permanenza nel paese perché cito il camerata San Paolo: chi non lavora neppure mangi", aveva aggiunto, ricordando il passo della Seconda Lettera ai Tessalonicesi. "Gli stranieri che vanno in Norvegia e non lavorano non avranno accesso ad altri sussidi. Non mi pare che la Norvergia sia uno Stato totalitario".

Un passaggio che ha fatto infuriare i rappresentanti della Chiesa. Con una lettera, undici sacerdoti di diverse diocesi italiane, aderenti alla Fondazione ‘Interesse Uomo' che opera tra Sicilia e Basilicata per il contrasto all'usura e al sovraindebitamento, hanno deciso di esprimere il loro "profondo dissenso e sconcerto" nei confronti del leader di Futuro Nazionale.

"Associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più all'interno del programma di una fazione politica – hanno scritto – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. La citazione da Lei utilizzata viene completamente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d'esclusione sociale".

I sacerdoti contestano l'interpretazione del passo biblico e ricordano che San Paolo "non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri, si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso agli altri, non è stato l'esponente di un pensiero politico, né il militante di una fazione contrapposta a qualsivoglia nemico umano".

Nella lettera vengono richiamati altri passi delle Scritture per sottolineare la centralità, nel pensiero paolino, della solidarietà e dell'uguaglianza e dell'accoglienza. Valori decisamente distanti dalla proposta politica vannacciana. In particolare, viene ricordato il passo della Lettera ai Galati secondo cui "non c'è più giudeo né greco; non c'è piu' schiavo né libero", a sottolineare che il pensiero dell'apostolo non ha nulla a che vedere con ideologie fondate "supremazia, esclusione o divisione in blocchi contrapposti".

Per questo motivo "associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede", si legge. "Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale, né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni", proseguono i sacerdoti. E rivolgendosi direttamente al generale, aggiungono: "La invitiamo, pertanto, a rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa, ricordando le parole stesse dell'apostolo: ‘nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri'. Le Sacre Scritture – concludono – non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico".

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