La Camera dei deputati ha approvato a larga maggioranza il cosiddetto Decreto Minniti sulla sicurezza urbana, che dunque necessita solo l'ok del Senato per il via libera definitivo. Si tratta di un provvedimento molto controverso, come indirettamente dimostra anche l’apprezzamento trasversale, anche da parte di forze politiche che, teoricamente, non dovrebbero condividere la stessa concezione di legalità e sicurezza con il Partito Democratico e con le altre forze della maggioranza che sostiene il Governo Gentiloni. Mentre continua la mitopoiesi di Minniti, “l’uomo forte che risolve i problemi”, proviamo a dare un’occhiata ad alcuni aspetti del suo decreto.

Il primo concetto intorno al quale ruota il decreto è quello di “sicurezza integrata”, definita come “l'insieme degli interventi assicurati dallo Stato e dagli enti territoriali nonché da altri soggetti istituzionali, al fine di concorrere, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e responsabilità, alla promozione e all'attuazione di un sistema unitario e integrato con la finalità del benessere delle comunità territoriali”. Il testo si occupa appunto di predisporre le linee generali per la promozione della sicurezza integrata, per attuare le quali possono essere sottoscritti dei patti tra i vari soggetti istituzionali, Stato, Regioni, Comuni.

Nell’ottica di Minniti, la cooperazione fra i diversi livelli è fondamentale per garantire maggiore sicurezza, laddove per sicurezza si intende “non più soltanto la sfera della prevenzione e della repressione dei reati (e, quindi, la sfera della sicurezza «primaria»), ma anche il perseguimento di fattori di equilibrio e di coesione sociale, di vivibilità e di prevenzione situazionale connessi ai processi di affievolimento della socialità nei territori delle aree metropolitane e di conurbazione”. È questo “nuovo” modo di intendere la sicurezza il punto centrale intorno a cui ruota il decreto, come si evince dalla discussione in sede referente, che ha determinato la scelta di emanare linee generali che “tengano conto della necessità di migliorare la qualità della vita e del territorio e di favorire l’inclusione sociale e la riqualificazione socio – culturale delle aree interessate”.

La sicurezza urbana, i poteri ai Sindaci, la tutela del "decoro"

L’approccio integrato vale anche e soprattutto per la sicurezza urbana, che viene definita come “bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell'ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale”. L’articolo 4 del decreto, ad esempio, accanto alla parola vivibilità, introduce anche il concetto di decoro delle città, aprendo la strada a tutta una serie di interventi e interpretazioni. Come del resto è evidente dalle cosiddette aree di intervento:

  • la riqualificazione sociale, culturale e urbanistica e il recupero delle aree o dei siti degradati;
  • l'eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale;
  • la prevenzione della criminalità, in particolare dei reati ad alto tasso di allarme sociale quali furti e rapine;
  • la promozione della cultura del rispetto della legalità;
  • l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile.

Per il contrasto alla criminalità diffusa e predatoria, il decreto fa leva su “servizi e interventi di prossimità” nelle aree maggiormente esposte, ovvero l’aumento della copertura dei territori da parte delle forze dell’ordine, anche attraverso il ripescaggio di esperimenti come quello del poliziotto / carabiniere di quartiere. Inoltre, i Comuni vedranno stornate dal patto di stabilità interno le spese per l’installazione dei sistemi di videosorveglianza, che probabilmente avranno una diffusione capillare nei prossimi anni.

Per tutelare il “decoro”, in particolare nei siti a rischio “degrado”, si prevede “il coinvolgimento, mediante appositi accordi, delle reti territoriali di volontari, per la tutela e la salvaguardia dell’arredo urbano, delle aree verdi e dei parchi cittadini”. Il pensiero va alle associazioni che in questi anni si occupano di riqualificazione urbana, retake eccetera, anche se non è chiarissimo in che modo il Governo pensa di delegare a tali enti la gestione e il controllo dei siti. A tal proposito, il deputato di Possibile Andrea Maestri ha parlato di una norma che "apre persino la strada ad una privatizzazione strisciante della sicurezza nelle città, perché consente il sostegno strumentale, logistico e finanziario dei privati con il rischio concreto di condizionamenti e, nella peggiore delle ipotesi, persino di fatti corruttivi".

La lotta senza risparmio al "degrado" porta Minniti a modificare l'articolo 639 del codice penale, "Deturpamento e imbrattamento di cose altrui". Con il decreto, infatti, al posto della multa fino a 100 euro e della eventuale querela, arriva la possibilità che il giudice disponga "l'obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi", oppure il "rimborso delle spese sostenute", oppure i lavori socialmente utili fino al raggiungimento della somma equivalente. Una modifica che peraltro non tiene conto dei rilievi all'articolo 639 fatti recentemente in relazione "all'eccessiva gravità" della pena per i writer, tanto per citarne alcuni.

Ma l’impegno di Minniti per il decoro urbano si desume anche dalla volontà di estendere le aree urbane su cui si applica il famigerato articolo 9 del decreto. È uno dei passaggi più controversi dell’intero impianto del provvedimento, non solo per la questione del cosiddetto “daspo urbano”. Il comma 1 dell’articolo 9 prevede infatti molte da 100 a 300 euro, nonché l’allontanamento dal luogo per chi “ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture (fisse e mobili, ferroviarie,aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze, ndr) in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti”. Con il comma 3 si estende la portata di tali sanzioni ad “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico”. L’autorità competente nell’accertamento della violazione è il Sindaco (i proventi vanno al Comune, tra l’altro), e un ordine di allontanamento può essere disposto per un periodo fino a 48 ore dall’accertamento del fatto. In caso di reiterazione del reato il Questore può disporre il divieto di accesso alle strutture per un periodo fino a 6 mesi, che diventa fino a 2 anni se il fatto è commesso da un condannato per reati contro la persona o il patrimonio (FONTE). L’allontanamento da uno a cinque anni (anche con obbligo di firma) può essere disposto invece nei confronti di chi è stato condannato per vendita cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope, anche se minorenne (ovvero maggiore di 14 anni), e riguardare locali pubblici o luoghi a essi vicini.

In pratica, multe e allontanamenti per ambulanti, mendicanti (purché "l'accattonaggio avvenga con metodi vessatori" o "simulando infermità"), spacciatori o presunti tali, writer, prostitute, ma anche persone trovate in stato di ebbrezza, parcheggiatori o guardamacchine abusivi. La logica del decreto è che si tratti di misure di "prevenzione" e che possa essere nella facoltà di un Sindaco emanare ordinanze di questo tipo. È evidente come una formulazione così ampia, tenendo anche conto della vastità delle aree nelle quali potenzialmente si applicherebbero le sanzioni, non può che portare a una sorta di caccia agli ultimi, agli emarginati, a coloro che rappresentano una insidia al concetto di decoro urbano. Un approccio che legittima finanche ipotesi come l'introduzione del divieto di rovistaggio, avanzata da Raggi a Roma.

Ma c'è un altro aspetto che rende bene l'idea del collocamento ideologico del decreto, quello dell'uomo forte al comando, del Sindaco sceriffo. L'ampliamento del potere delle ordinanze del Sindaco non si limita solo ai mini – Daspo, infatti. Come spiega il Centro Studi della Camera, "si prevede che il sindaco possa adottare ordinanze extra ordinem qualora vi sia urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti".

Con l’articolo 8 del decreto si dà al Sindaco, ad esempio, la possibilità di intervenire in materia di vendita e somministrazione di bevande alcoliche con “ordinanze di ordinaria amministrazione” per un massimo di 30 giorni (va detto che, come nel caso della determinazione degli orari di apertura e funzionamento dei locali che ospitano slot machine, ci sono diverse sentenze e orientamenti che autorizzano già alcune ordinanze per “comprovate esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica). Nel caso in cui l’esercizio commerciale non si adegui, il questore può disporre la chiusura dell’attività per 15 giorni.

I Sindaci oltre a emanare ordinanze come rappresentanti della comunità, possono farlo anche in qualità di ufficiali di Governo (come spiega l’articolo 54 del TUEL). Il decreto Minniti, che in questo si muove in perfetta conti unità col decreto 92/2008 di Maroni, amplia il potere di intervento dei Sindaci nel caso in cui vi sia necessità di emanare provvedimenti per “prevenire e contrastare le situazioni che favoriscono l'insorgere di fenomeni criminosi o di illegalità, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l'accattonaggio con impiego di minori e disabili”, oppure nel caso in cui riguardino fenomeni di abusivismo, quale l'illecita occupazione di spazi pubblici, o di violenza, anche legati all'abuso di alcool o all'uso di sostanze stupefacenti”.

A eccezione della questione degli sfratti, che, a parere di chi scrive, è stata affrontata in maniera razionale, normando alcune pratiche già in essere, e dell'approccio integrato alla questione della sicurezza (con i patti che potrebbero servire ad aumentare lo scambio delle informazioni), il provvedimento è stato finanche peggiorato dalla discussione alla Camera. Con la figuraccia del ritiro dell'emendamento per inserire il codice di identificazione sulle divise di polizia e carabinieri e con le tante ambiguità in quella "partecipazione" dei privati al circuito della sicurezza integrata.

Di destra, incostituzionale, inutile: un decreto da buttare

Ci sono molte ragioni per giudicare pericoloso un decreto del genere, a partire dai tanti dubbi sulla costituzionalità di alcuni passaggi (per esempio la dotazione di poteri ordinari di intervento extra ordinem dei Sindaci in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana è già stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta). Del resto, il provvedimento di Minniti segue quasi a ruota il pacchetto sicurezza predisposto da Maroni nel 2008 e fatto a pezzi dalla Corte Costituzionale nel 2011.

Ma a essere incomprensibile è la ratio di un testo che chiaramente considera povertà e disagio sociale come un crimine, un’offesa al decoro, qualcosa da non mostrare ai bravi e tranquilli abitanti delle nostre città. È del resto imbarazzante la tesi secondo cui l’idea di sicurezza non è “né di destra né di sinistra”, soprattutto se declinata attraverso un provvedimento del genere. Lo ha ricordato Fratoianni nel corso delle dichiarazioni di voto alla Camera:

Per la sinistra, tutta, per la sinistra riformista o radicale che dir si voglia, il dramma delle vite abbandonate, delle vite di scarto, chiamava alla pratica sociale, alla costante progettazione di reti complesse, fatte di associazioni, servizi sociali, istituzioni, volontariato. Chiamava alla costruzione, all'immaginazione, di risposte capaci di intervenire punto su punto sulle difficoltà che via via si aprivano nei nostri territori. Un senzatetto che dorme in una stazione non è mai stato un problema di decoro per la sinistra, sempre una persona a cui trovare un alloggio e un pasto caldo nel tempo più breve possibile. Un alcolista, un tossicodipendente, una prostituta, non sono mai stati un problema di decoro, ma fragilità da assistere con servizi per le tossicodipendenze, unità di strada contro la tratta, reti di accoglienza e di inclusione.

C'è poi un controsenso evidente nell'impostazione del decreto che lo rende completamente inutile. Come e in che modo l'allontanamento da un luogo e la sanzione amministrativa possano costituire fattore di prevenzione o scongiurare la reiterazione di un (ipotetico) reato non è dato sapere. Così come non si capisce in quale universo parallelo possa avere un senso l'idea che nascondere alla vista ciò che turba la tranquillità delle persone sia un modo ragionevole di affrontare il nodo del degrado, della disperazione e del disagio sociale. La verità è che il decreto Minniti non è pensato per essere un provvedimento efficace tout court, ma bensì come un placebo per l’esteso “sentimento di allarme e di preoccupazione circa l’insorgere delle nuove e vecchie emergenze (immigrazione, prostituzione, droga)”, come candidamente ammesso dal deputato di Area Popolare Marotta nel corso della discussione d’Aula.

Minniti non ha reagito bene alle critiche e a Repubblica ha rilasciato un commento per certi versi illuminante: “Chi dice che rinuncia alla libertà per la sicurezza è un cattivo maestro. Sicurezza è libertà. Non c'è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c'è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare”. Il ministro dell'Interno vorrebbe difendersi dall'accusa di aver scritto un decreto di destra, ma, per paradossale che possa sembrare, lo fa usando due concetti appartenenti alla sfera classica della destra, libertà e sicurezza, appunto. Ma il punto è proprio questo: la ratio del decreto, la giustapposizione di "decoro" e "sicurezza", l'idea per la quale basta non vedere il degrado per farlo scomparire, l'idea che vivibilità e tranquillità siano valori sui quali costruire una campagna che fa leva sull'emotività e sulla "esasperazione" dei cittadini. Minniti non introduce nuovi reati e fa largo uso di sanzioni amministrative, vero. Ma amplia le distanze sociali, approfondisce il solco fra gli ultimi e quelli che sono "un gradino sopra", quelli che ce l'hanno fatta e quelli che hanno paura di non farcela. Ecco:

Ciò che si sta imponendo come diritto umano centrale nelle società del tardo capitalismo è il diritto di non essere molestati, ossia il diritto di essere tenuti a distanza di sicurezza dagli altri. (S. Zizek)