Ddl antisemitismo alla Camera, Schlein fissa le condizioni: senza modifiche sarà voto contrario
Il percorso parlamentare del ddl sull'antisemitismo arriva a uno snodo cruciale nel passaggio alla Camera dei Deputati, segnando un netto cambio di rotta all'interno del Partito Democratico. Se al Senato i dem si erano attestati sulla linea dell'astensione, pur con alcune vistose defezioni a favore del testo, il lungo e teso confronto di oltre quattro ore nel gruppo di Montecitorio ha prodotto una svolta. La segretaria Elly Schlein ha infatti stabilito che il partito voterà contro il provvedimento se la maggioranza di centrodestra non accetterà di stralciare la controversa definizione di antisemitismo elaborata dall'IHRA. Si tratta di un ultimatum politico preciso, pensato per disinnescare quella che dal Nazareno viene letta come un'operazione strumentale pensata per spaccare le opposizioni. Qualora il centrodestra dovesse respingere l'emendamento dei dem, volto a integrare o sostituire quel testo con formulazioni come la Dichiarazione di Gerusalemme, che tutelano la libertà di critica, il "no" del PD in Aula diventerà inevitabile.
Le tensioni interne e la spaccatura dell'ala riformista
La decisione di compattare il partito sul voto contrario nasce dalla volontà di riallineare il PD alle posizioni già assunte da Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, accogliendo al contempo i forti allarmi sollevati dal mondo associativo. Durante la discussione a porte chiuse, la maggioranza dei deputati intervenuti, tra cui Arturo Scotto, Laura Boldrini, Gianni Cuperlo, Matteo Orfini e Debora Serracchiani, ha ribadito come l'adozione degli indicatori IHRA rischi di trasformarsi in uno strumento di compressione della libertà d'espressione. Ben 7 degli 11 esempi applicativi di quella definizione tendono infatti a sovrapporre l'odio razziale alla legittima critica verso le politiche del governo di Israele. Ciò significa che la denuncia del genocidio a Gaza, dell'espansione illegale degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, la condanna dell'apartheid o la richiesta di rispetto del diritto internazionale rischierebbero di essere perseguite come minacce alla sicurezza o atti di odio, scavalcando la tutela costituzionale dell'articolo 21.
Nonostante l'orientamento prevalente verso il "no", l'ala riformista guidata da Lorenzo Guerini e Piero Fassino avrebbe comunque manifestato "perplessità", prefigurando una spaccatura che continuerà a far discutere internamente nelle prossime settimane.
Oltre trecento realtà in piazza: la spinta della mobilitazione
A rafforzare la svolta del Partito democratico e a stringere i tempi del confronto è stata anche l'imponente mobilitazione della società civile, con oltre trecento realtà associative scese in piazza in più di cinquanta città italiane. Sindacati come CGIL e USB, Ong del calibro di Amnesty International, Emergency e Oxfam, insieme all'ANPI e al mondo dell'informazione, hanno denunciato senza mezzi termini il rischio che la legge si trasformi in una "norma-bavaglio". Nel ricordare come l'ordinamento italiano sia già dotato di strumenti efficaci contro i reati d'odio (a partire dalla Legge Mancino), le piazze hanno respinto l'uso strumentale della lotta all'antisemitismo per silenziare le denunce sui crimini di guerra e sulle violazioni del diritto internazionale a Gaza.
Una spinta collettiva che accompagna ora il testo verso l'Aula di Montecitorio per il voto decisivo di metà ottobre: se la maggioranza sceglierà di tirare dritto respingendo ogni modifica, l'ultimo presidio a garanzia della libertà di manifestazione del pensiero resterà il vaglio di costituzionalità del Presidente della Repubblica.