Dall’ossessione per i confini al controllo totale della Casa Bianca: chi è Stephen Miller, il nuovo capo di gabinetto di Trump

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Chi è l’ideologo più radicale del trumpismo e perché la sua promozione alla West Wing, all’indomani della batosta alle midterm, preannuncia una stagione di scontro istituzionale a colpi di decreti e contenziosi legali.

Stephen Miller è il nuovo capo di gabinetto di Donald Trump. Ideologo dell'ala più intransigente della destra repubblicana e mente della linea dura sui confini, assume la guida della West Wing proprio nel momento in cui la presidenza, uscita sconfitta dalle urne di metà mandato, abbandona ogni ipotesi di mediazione parlamentare per affidarsi alla sola leva dei poteri esecutivi.

Chi è Stephen Miller

Lontano dal profilo del politico da comizio o del mediatore in cerca di compromessi, Miller ha impostato l'intera carriera sull'ossessione per i confini nazionali e l'identità. Cresciuto in California in una famiglia democratica che ne ha preso pubblicamente le distanze, si è formato come speechwriter del senatore Jeff Sessions prima di entrare nella cerchia ristretta di Trump. La sua specialità consiste nello spulciare i codici e le pieghe del diritto federale per tradurre l'ideologia in atti amministrativi e regolamenti inattaccabili.

Dalla "carneficina americana" a Breitbart fino ai bambini separati al confine

Nel 2017 è stato l'estensore del discorso inaugurale con cui Trump descrisse gli Stati Uniti come una "carneficina americana". Due anni più tardi, un'inchiesta del Southern Poverty Law Center ha svelato centinaia di email in cui Miller indirizzava la redazione del sito Breitbart verso testi del suprematismo bianco e tesi legate alla teoria complottista della "sostituzione etnica".

Miller è stato l'artefice della direttiva di "tolleranza zero" del 2018, la misura che impose la separazione forzata di oltre cinquemila minori dai genitori al confine con il Messico, impiegando il trauma familiare come deterrente psicologico. I bambini vennero trattenuti all'interno delle recinzioni metalliche dei centri di smistamento, con falle burocratiche tali da rendere impossibile per anni rintracciare i genitori già espulsi. Porta la sua firma anche il blocco dei visti dai Paesi a maggioranza musulmana. Durante gli anni all'opposizione ha guidato l'organizzazione legale America First Legal, promuovendo decine di ricorsi contro programmi di diversità, atenei e normative pubbliche per collaudare le armi del ritorno al potere.

L'uscita di Susie Wiles dopo le midterm

La nomina arriva subito dopo il voto delle midterm, risoltosi in una pesante batosta elettorale per i Repubblicani. Di norma, un risultato avverso spinge l'esecutivo a cercare figure di raccordo per negoziare con un Congresso ostile. Trump ha invece scelto di allontanare Susie Wiles (finora garante dei rapporti con donatori e moderati e cuscinetto verso gli strappi istituzionali) per affidare la gestione dello Studio Ovale al suo esecutore più intransigente.

Il metodo: governare per decreti presidenziali

Con il percorso parlamentare di fatto bloccato dall'esito delle urne, l'amministrazione non punterà su nuove leggi ordinarie. Miller è stato chiamato per muovere l'apparato burocratico federale dall'alto, ricorrendo a ordini esecutivi, fondi di emergenza e poteri speciali per scavalcare deputati e senatori.

Sul fronte interno lo scenario più probabile vede il tentativo di forzare le regole per avviare raid mirati dell'ICE nelle grandi città, attivare la Guardia Nazionale e subordinare i finanziamenti federali a Stati e atenei alla piena collaborazione con le agenzie di espulsione. Ogni misura dovrà tuttavia fare i conti con la risposta dei governatori e con l'immediata opposizione dei giudici federali, prefigurando una paralisi nei tribunali.

All'estero la linea di Miller si fonda su una concezione a somma zero delle relazioni internazionali, priva di mediazioni multilaterali. Lo scenario aperto coinvolge direttamente l'Europa e i partner storici attraverso la minaccia di dazi punitivi e continue pressioni sulle spese militari della NATO. Resta da vedere quanto la reazione dei mercati finanziari e gli equilibri internazionali consentiranno alla Casa Bianca di mantenere una simile rigidità negoziale.

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