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Opinioni
16 Luglio 2021
16:36

Covid-19, il pericoloso equivoco della “convivenza” con la variante Delta

La frase “dobbiamo convivere con il virus” non significa nient’altro che accettare migliaia di contagi, ospedalizzazioni e morti. Il problema è che la variante Delta e l’aumento della mobilità dovuta ai mesi estivi dovrebbero costringere le istituzioni italiane a rivedere i piani nel breve e medio periodo: ma andare fino in fondo, ovvero limitare davvero la variante e contrastare una nuova ondata, comporterebbe decisioni dure, decise e impopolari. Che nessuno prenderà, ancora una volta.
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Come ampiamente previsto, la variante Delta sta determinando la crescita dei contagi in diversi Paesi europei: nel Regno Unito, in Spagna, in Olanda e in diverse zone della Francia e del Portogallo l'aumento dei casi si accompagna anche alla risalita delle ospedalizzazioni e degli ingressi in terapia intensiva, seppur in maniera minore rispetto alle precedenti ondate (con buona probabilità per effetto della diffusione dei vaccini). Pochi giorni fa, l'ISS ha annunciato che la Delta è dominante anche in Italia e l'ultimo monitoraggio evidenzia la crescita dell'indice Rt (ufficialmente a 0,91, dato che peraltro si riferisce a settimane fa, mentre è ragionevole ipotizzare che Rt sia già sopra uno). L’arrivo di una nuova ondata della Covid-19, dunque, è una certezza, un fatto con cui l’intera Europa è chiamata a fare i conti, in piena stagione estiva e dunque con l’aumento sensibile della mobilità tra le nazioni e delle occasioni di socialità.

Contrariamente a quanto accaduto a settembre / ottobre, quando il governo fece poco o nulla per arginare la devastante seconda ondata, stavolta le nostre istituzioni politiche e sanitarie sembrano aver capito almeno in parte che occorre sfruttare il più possibile il vantaggio determinato dalla possibilità di vedere cosa sta accadendo nei Paesi europei colpiti dalla Delta. Una variante che fa paura, non soltanto per le sue caratteristiche intrinseche (una maggiore contagiosità, la capacità di penetrare la prima difesa dei vaccini, rendendo meno efficace la copertura di chi ha fatto una sola dose tanto di Pfizer e Moderna quanto di Astrazeneca), ma anche perché rischia di essere una mazzata decisiva per il racconto del Paese che riparte e che si lascia definitivamente alle spalle l’incubo Covid-19. Non è finita finché non è finita, insomma, e la Delta rischia di ricordarcelo in modo drammatico. Perché fingere di non vedere cosa sta arrivando non cambierà di certo le cose in meglio.

La discussione sul green pass a cui stiamo assistendo in questi giorni, però, non sembra tener conto del decorso ineluttabile della Delta, ma rimanda più all'equivoco mai chiarito della "convivenza" con il virus, frase che ci sentiamo ripetere da mesi, ma che significa poco o nulla. È una sorta di specchietto per le allodole, il miraggio di una vita normale in cui la Covid-19 diventa un'influenza innocua, che magari comporta qualche seccatura o fastidio (come indossare le mascherine al chiuso) ma tutto sommato non incide sulla nostra quotidianità. Ed è anche la linea su cui spingono praticamente tutte le forze politiche, le Regioni e i gruppi di interesse per chiedere la fine delle restrizioni e delle misure di contenimento giudicate invasive per la sfera individuale e penalizzanti per le attività economiche. Del resto, si ragiona, il progredire della campagna vaccinale garantisce ampi margini di manovra, perché riduce in modo sensibile ospedalizzazioni e decessi, rendendo gravose le limitazioni soprattutto per chi si è già immunizzato. Il correlato è di grande effetto: perché insomma io, che ho sempre rispettato le regole e mi sono vaccinato, dovrei pagare per colpa dei no-vax che non hanno voluto vaccinarsi o per preservare soggetti che comunque non rischiano molto in caso di infezione, come i giovanissimi?

Il problema è che le cose non sono così semplici, anzi. E dovremmo guardarci intorno.

Cosa significa davvero convivere con la variante Delta

Nei giorni scorsi si è molto parlato della svolta impressa da Boris Johnson nel Regno Unito, che potremmo tradurre in modo grossolano (ma corretto) con l'eliminazione di ogni tipo di restrizione e di controllo (addirittura i casi positivi registrati nelle scuole non saranno neanche registrati come "contatti"), in modo da lasciare che l'infezione si propaghi tra i non vaccinati, nella speranza/valutazione che la Covid-19 non provochi danni gravi tra i giovani e che il sistema sanitario sia in grado di reggere la risalita delle ospedalizzazioni causate dalla Delta, che il governo stima sia molto contenuta grazie alla copertura vaccinale. In buona sostanza, siamo di fronte a una versione riveduta e corretta della strategia "iniziale" UK , che prevede il raggiungimento dell'immunità di comunità per il tramite delle infezioni della popolazione giovane non vaccinata, confidando nell'esiguità dei casi gravi garantita dai vaccini e dando per scontato che possano esserci nuovi decessi.

Una strategia fortemente avversata dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale, che ne rileva non solo le fallacie e i rischi sul piano scientifico, ma anche l'inadeguatezza su quello etico. Come ha avuto modo di spiegare l’epidemiologa Deepti Gurdasani, il governo Johnson ha “scelto una strategia immorale, che prevede che milioni di giovani si infettino velocemente in modo da diventare immuni prima dell’inverno; la tesi è che l’immunità tramite infezione sia più semplice e veloce della vaccinazione, ma ciò comporterà lasciare una giovane generazione con disabilità croniche”, a causa degli effetti della Long Covid e non solo. La lettera inviata a Lancet e sottoscritta da centinaia di scienziati è ancora più chiara ed elenca tutte le ragioni per cui l’infezione di massa sia una scelta tragica, che potrebbe avere conseguenze catastrofiche. In primo luogo, scrivono gli scienziati, non mitigare la trasmissione della Delta comporterà l’infezione di milioni di persone, lasciando centinaia di migliaia di individui, anche giovani, con disabilità croniche o comunque esponendole a forme severe della malattia. Peraltro, alti tassi di trasmissione nelle scuole determineranno chiusure e isolamenti, pregiudicando davvero la formazione e l’apprendimento degli studenti. Tutto ciò comporterà la crescita della pressione sul sistema sanitario, considerando anche che i primi studi mostrano che la correlazione fra casi e ospedalizzazioni è ancora forte; in generale, l’aumento inevitabile delle ospedalizzazioni causa Covid si tradurrà in una maggiore difficoltà di accesso agli altri servizi medici, aggravando il carico di lavoro degli operatori sanitari, già provati da mesi e mesi di sacrifici e privazioni.

Il problema centrale è però costituito dal fatto che una strategia di questo tipo sembra fornire il terreno di coltura migliore per l’emergere di nuove varianti, potenzialmente anche resistenti al vaccino, finendo col mettere tutti a rischio, vaccinati e no. Senza contare il fatto che la diffusione di nuove varianti rappresenta di per se un problema per le nazioni più povere, che hanno un accesso limitato ai vaccini. Insomma, l’ennesimo atto egoistico e intollerabile da parte di un Paese avanzato, con conseguenze potenzialmente devastanti per le altre comunità.

Ecco, per quanto non ci faccia piacere metterla in questi termini, diremmo che “convivere” con la variante Delta al momento significa tutto questo. Accettare il pericolo di collasso del sistema sanitario, centinaia di morti al giorno e danni permanenti sulle generazioni future.

L'Italia, l'Europa e la variante Delta

Sperando che nessuno nel resto d'Europa scelga di seguire l'esperimento di Johnson, resta da capire come ci muoveremo per modellare uno scenario meno drammatico. Come dicevamo, da giorni la discussione ruota intorno al green pass, più nello specifico alla possibilità di impostare restrizioni solo per i non immunizzati, garantendo una vita "normale" alla popolazione vaccinata con due dosi.

Una questione decisamente complessa, perché investe l’intera organizzazione della società e presenta problematiche di non semplice definizione, che chiamano in causa la sfera dei diritti individuali e quella della salute pubblica. Servirebbe ben altra profondità, per non ridurre la discussione a mero scontro politico e a semplificazioni che disorientano l’opinione pubblica. L’idea che il Green pass sia l’uovo di Colombo per gestire le prossime settimane è infatti abbastanza peregrina. Le limitazioni per l’accesso ad alcuni servizi o spazi possono avere senso solo come parte di un approccio integrato, ovvero come ulteriore strumento per controllare la diffusione del contagio.

Siamo sempre allo stesso punto: non si può pensare di gestire questa fase puntando esclusivamente sulla campagna vaccinale, peraltro scaricando ogni responsabilità sul generico calderone dei “no vax”. Per inciso, è vero che c’è una fetta di popolazione che in modo ostinato (e in barba a ogni riscontro scientifico ed etica del vivere in società) rifiuta di vaccinarsi, ma c’è un cospicuo numero di persone che o sta ancora attendendo il proprio turno a causa di errori e lentezze delle Regioni, o semplicemente non sta ricevendo la necessaria “assistenza” dal nostro sistema sanitario (resta a mio modo di vedere imperdonabile lo scarso coinvolgimento dei medici di base, che avrebbero potuto svolgere un ruolo decisivo, anche solo per convincere la popolazione anziana a vaccinarsi). I vaccini funzionano e salveranno decine di milioni di vite, ma da soli non ci regaleranno la "normalità" in tempi brevi.

Serve un approccio integrato, è necessario proteggere la campagna vaccinale continuando a tenere basso il livello del contagio, non solo puntando sulla responsabilità individuale, ma anche ipotizzando interventi mirati e soprattutto rafforzando i sistemi di tracciamento dei contatti (che non funziona neanche con mille casi, visto che ISS registra l'aumento di quelli non legati a catene note), sequenziamento per capire con cosa abbiamo a che fare e isolamento dei casi.

Manco a dirlo, stiamo andando nella direzione opposta, non solo restituendo un’idea da liberi tutti e da ritorno alla normalità che è intrinsecamente pericolosa, ma addirittura pensando di modellare gli interventi non tenendo conto dell’andamento dell’epidemia, bensì della necessità di non determinare ulteriori aperture e chiusure. Se qualche mese fa Regioni e partiti politici avevano spinto per l’accantonamento dell’algoritmo che determinava i “colori” (sistema comunque dall’efficacia discutibile), ottenendo una sorta di sostituzione dell’indice Rt con il parametro dell’incidenza, ora si sta passando allo step successivo. Considerando inevitabile l’aumento dell’incidenza e il raggiungimento delle altre soglie che determinerebbero il cambio di zona, infatti, lo stesso ministro della salute ha annunciato la revisione dei parametri con un’attenzione maggiore al tasso di ospedalizzazione. La scelta è motivata dalla constatazione dell’alto tasso di vaccinazione raggiunto, ma appunto rischia di ricreare in piccolo una situazione simile a quella del Regno Unito: in assenza di limitazioni, infatti, il contagio non potrà che crescere specie nella popolazione giovane e non vaccinata, determinando uno scenario potenzialmente molto pericoloso. È un piano inclinato, lo sappiamo e nonostante ciò, continuiamo a dibattere come se la decisione su eventuali chiusure o limitazioni non debba essere determinata da null'altro che non dalla salvaguardia della salute collettiva.

Ecco, la polarizzazione fra amanti del lockdown e aperturisti è una fallacia logica e concettuale. Nessuno vuole rinunciare alle proprie libertà, men che meno in estate e dopo mesi massacranti e frustranti da ogni punto di vista. Ma questa gestione, che alcuni chiamano “centrismo” (ovvero bilanciamenti di aperture e chiusure a seconda del quadro epidemiologico e della convenienza politico/economica del momento) è in realtà la strategia delle ondate multiple, determina morti e contagi probabilmente evitabili e spesso finisce per portare direttamente ai lockdown, che non sono la soluzione, ma appunto il fallimento delle politiche pubbliche.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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