Il Partito Democratico non ha futuro, è poco attrattivo sul piano della proposta politica, non è rappresentativo della società italiana e non può essere una vera alternativa alla destra populista, per limiti strutturali, ideologici ed elettorali. Allo stato attuale, il PD è una creatura sclerotizzata: ostaggio di notabili e portatori di voti sul livello territoriale, incastrato in una alleanza dal respiro corto col Movimento 5 Stelle, nata ufficialmente per garantire un minimo di stabilità al Paese, più realisticamente per preservare centinaia di poltrone in Parlamento e impedire una comoda vittoria elettorale di Matteo Salvini. Sul piano programmatico, i democratici hanno una piattaforma confusa e piuttosto disarticolata, complicata anche dall'alleanza di governo e dalla necessità di ricorrere a compromessi continui con i tre, forse quattro, alleati di governo. Dal punto di vista ideologico, il progetto PD è impantanato da anni, con le orme dei carriarmati renziani ancora ben visibili.

Anche ammettendo che questa analisi sia molto severa, non cambierebbe la questione di fondo: il progetto Partito Democratico è su un binario morto e una svolta radicale non è soltanto auspicabile, ma necessaria. Anche perché, a ben guardare (e come riconoscono in molti), le due scissioni, a destra e a sinistra (diciamo così), non sono la causa di questa involuzione ma la conseguenza.

Il progetto di Nicola Zingaretti

Dopo la bomba sganciata tramite La Repubblica, Zingaretti è tornato sulla questione nel corso della due giorni milanese “Nord Face. Lavoro, sviluppo, ambiente: il Nord per l’Italia”, con un intervento che, però, sembra aver alimentato la confusione rispetto al destino del Partito Democratico. “Non credo in processi distruttivi o in passi indietro o rinunciatari ma al ritornare al Dna del Pd – spiegato Zingaretti -, con la necessità di continuare a cambiare, rinnovare, aprire per fare tutto ciò che è utile per il nostro Paese”, spiegando di voler scongiurare il rischio di ridursi a “a forza di testimonianza e di nobili argomenti, per fare poi vincere gli altri e dare il Paese a chi non se lo merita”. Un approccio che sembrerebbe diverso da quello “iniziale”, secondo un copione già seguito più volte nel centrosinistra italiano e nel Partito Democratico.

Probabilmente la cosa migliore sarebbe andare oltre le formulette e tornare al nocciolo della sostanza: serve un nuovo partito, ma anche / oppure un partito nuovo. Il punto è che capire cosa ha in mente Zingaretti e cosa invece hanno in mente quelli che sono (o sarebbero) i suoi interlocutori. Qui andrebbe fatta una premessa: il segretario del PD non si rivolge a Renzi e ai suoi, che considera ormai "andati", ma a tutto ciò che gravita a sinistra del PD, sia nel campo politico che nella società civile, e a quell'elettorato "governista" che in qualche modo giudica positivamente la reggenza di Giuseppe Conte.

È questo il "campo largo" di cui parla Zingaretti, la cui costruzione prevede due passaggi essenziali. Prima di tutto il rafforzamento dell'esperienza di governo e della figura di Giuseppe Conte, già bollato come punto di riferimento per l'intera area progressista (definizione che solo sei mesi fa avrebbe fatto storcere il naso al 99,9% degli elettori democratici e che ora genera solo timide obiezioni). La strada è quella di rendere questa alleanza di governo un progetto credibile per il Paese e non soltanto una temporanea e stentata opposizione alla destra salviniana. Il percorso è tortuoso, perché oltre all'opposizione interna al PD c'è da fare i conti con le resistenze dei grillini e con un Luigi Di Maio che non ha la minima intenzione di consegnare le chiavi del M5s.

Ma una spinta alla trasformazione del quadro politico può arrivare dalla trasformazione del sistema elettorale. È questo lo snodo decisivo per il piano di Zingaretti e (si dice, si mormora, si sussurra) dell'area grillina che guarda a Conte: la modifica del sistema elettorale in chiave proporzionale renderebbe infatti molto più credibile la costruzione di una ampia forza di centrosinistra, che si apra ai movimenti civici (le sardine) e che sia "naturalmente alleata" tanto dei centristi (Italia Viva, Azione eccetera) quanto di ciò che resta del Movimento 5 Stelle. La soglia di sbarramento alta, poi, sarebbe la chiave per il ritorno nella "cosa zingarettiana" di tante componenti di sinistra che, grazie al paravento della "necessità della rappresentanza", non avrebbero difficoltà eccessive nel giustificare tale scelta con il proprio elettorato.

La trasformazione del sistema politico per il tramite esclusivo della trasformazione del sistema elettorale, però, oltre a essere discutibile sul piano strettamente politico, è sempre un rischio, perché il rischio di bruciarsi e alienarsi le simpatie dell'elettorato è altissimo. Anche per questo Zingaretti sa che a una operazione strettamente politicista deve seguire una vera riflessione programmatico-ideologica, il vero "momento ri-fondativo" di cui si parla in questi giorni. Come (congresso a tesi?), quando (dopo il referendum?), in che termini (come la mettiamo sul livello territoriale?) e a che livello di profondità (togliere partito dal nome sembra pochino): sono le vere domande cui il segretario e il suo inner circle dovrebbero rispondere.