Con il nuovo Dpcm firmato da Giuseppe Conte, facciamo un altro passo verso il lockdown totale, che appare ineluttabile visto il modo in cui progrediscono i numeri su contagi, ospedalizzati, terapie intensive (il dato più preoccupante) e decessi. Siamo ancora molto lontani dalla fase calante, in piena dinamica di crescita esponenziale: sarà lunga, durissima e dolorosissima. Il provvedimento di stasera non va letto dunque per quello che è (l'azzeramento degli esercizi commerciali non essenziali, in pratica), ma per ciò che prepara: la serrata generale del Paese. Leggendo tra le pieghe del Dpcm, infatti, si capisce cosa accadrà ai trasporti pubblici (Regioni e ministero della Salute potranno intervenire per "rimodularli" o bloccarli), alle aziende private (con chiusura reparti non essenziali alla produzione) e ai servizi pubblici in generale. Insomma, la strada appare segnata, si sceglie di arrivarci all'italiana: un passo alla volta, sperando di non farsi troppo male ma sapendo che comunque finirà male. Per ragioni anche legittime, intendiamoci: il blocco totale del Paese determinerà contraccolpi devastanti per l'intera economia e non basteranno i 12-25 miliardi messi sul tavolo dal governo, che dovrà chiedere e pretendere altra flessibilità dall'Europa. Un destino segnato, ineluttabile, che è quello dello scenario a tinte fosche: debito pubblico alle stelle, crollo del PIL, impoverimento delle famiglie e boom della disoccupazione. Ma sull'altro piatto della bilancia ci sono centinaia di migliaia di vite.

L'unica domanda che abbia senso in questo momento è anche quella con la risposta più spiazzante: è davvero necessario bloccare l'Italia, paralizzando tutto sul modello Wuhan? Sì, è necessario. Lo è perché ce lo consigliano gli esperti, ce lo chiedono gli addetti ai lavori e coloro i quali sono in prima linea sul campo contro il coronavirus, ma soprattutto perché ce lo stanno dicendo i numeri. Quegli stessi numeri che da settimane fingiamo di non vedere e comunichiamo poco e male. I dati, in situazioni del genere, sono tutto, perché altrimenti ci si muove al buio, non si capisce se le misure prese funzionino o meno e si rischia di non vedere ciò che arriverà fra 7, 15, 30 giorni. E fanno bene anche all'opinione pubblica, che ha bisogno di istituzioni in grado di parlare il linguaggio della verità. Le persone devono sapere la verità, devono conoscere quanto è vasto l'abisso che ci si prospetta, devono avere la consapevolezza di cosa stia accadendo e di cosa sia necessario fare per impedire il disastro. 

Settimane dopo lo “scoppio” dell’epidemia, invece, ci siamo trovati nella situazione di non sapere praticamente nulla sulle peculiarità italiane di contagio, diffusione e letalità, e siamo costretti a ragionare su ipotesi e su modelli matematici fatti non dalle autorità, ma da persone di buona volontà (che dobbiamo solo ringraziare). Perché? Essenzialmente perché non abbiamo avuto dati a disposizione e non sapevamo neanche chi dovesse darli o aggregarli. Il momento della conferenza stampa giornaliera di Borrelli è stato da questo punto di vista semplicemente emblematico: un evento durante il quale si snocciolano numeri senza contestualizzazione, non si capisce da cosa dipenda la fluttuazione del numero di tamponi effettuati, non c’è uno straccio di ragionamento sulla correlazione tra positività e tamponi effettuati (a un certo punto salita a percentuali record, manco avessimo assunto dei cecchini dell’indagine epidemiologica), non vengono date quasi mai tutte le indicazioni su base provinciale. Con il passare dei giorni, le cose sono migliorate e anche la comunicazione è sembrata adeguarsi alla gravità e serietà del momento. E finalmente si è data qualche informazione più chiara su questioni molto controverse, come la letalità apparente, grazie a uno studio un minimo più dettagliato fatto dall'ISS sui primi 107 malati deceduti e alle parole di Rezza, Brusaferro e altri in conferenza stampa.

I numeri, dicevamo, hanno guidato anche le scelte del governo, con tre Dpcm in sequenza che hanno restituito ai cittadini la portata della crisi in corso: la più grave dal secondo dopoguerra a oggi. Che dobbiamo superare come comunità e come democrazia, come ha ribadito Conte, senza rinunciare alla nostra libertà, ma senza cedere di un centimetro a pressioni e suggestioni che rischierebbero di allontanarci dall'unico obiettivo: salvare decine, forse centinaia di migliaia di vite umane, impedendo che il nostro sistema sanitario collassi. Certo, è fondamentale che siano i cittadini a rimboccarsi le maniche e rispettare indicazioni e protocolli di sicurezza. E che il futuro ci scampi dai blindati nelle strade e dal coprifuoco militare. Ma le istituzioni e le autorità devono fare di più: rendere possibili le condizioni per controllare il contagio, tutelare chi deve (già, deve) andare al lavoro, prendendo mezzi pubblici ed entrando per forza a contatto con gli altri, sostenere chi necessita di cure e assistenza, elaborare, insomma, strategie efficaci e decise. Il lockdown ha funzionato, la zona rossa ha funzionato.