Conte avverte il Pd: “Se non vogliono le primarie ce lo dicano”

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Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte lancia un avvertimento al campo largo: “Se non vogliono le primarice ce lo dicano”. L’ex premier parla in generale ma il destinatario del suo messaggio è chiaro: il Partito democratico, principale forza dell’opposizione.

Primarie sì, primarie no. L'impasse nel centrosinistra va avanti da mesi ormai ma ora il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte lancia un avvertimento. "Se non le vogliono ce lo dicano". L'ex premier parla in generale, non fa nomi, ma è chiaro a chi si rivolge: il Partito democratico, principale forza dell'opposizione.

"Se l'unica possibilità che ci viene offerta è dire che il partito più forte prende tutto, questa è una cosa che nel momento in cui si sta costruendo un'alleanza con forze politiche che hanno diverse sensibilità non è sostenibile", dice ospite a In Onda su La7. "Tutte le altre forze rispetto al partito più forte sarebbero automaticamente degradate a cespugli e l'elettorato si sentirebbe di recitare una parte non da protagonista".

Conte respinge l'ipotesi di un eventuale ritiro dalla competizione per lasciare il passo alla leader del partito che al momento raccoglie il maggior numero di consensi nel centrosinistra, Elly Schlein, e chiede chiarezza alle altre forze progressiste. "Noi abbiamo detto ‘facciamo una grande partecipazione di popolo e facciamo le primarie, troveremo il candidato più competitivo'. Se poi, però, a un certo punto non si vogliono fare ci venga detto e ne prenderemo atto, e ne parleremo chiaramente non sui giornali, occorre chiarezza e lealtà".

Finora nei sondaggi Conte è risultato il favorito, seppur con pochi punti di distanza dalla segretaria dem e con esiti incerti a seconda del profilo degli altri partecipanti in gara (la sindaca di Genova, Silvia Salis, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, per citarne due). "Come facciamo noi altre forze politiche che per la prima volta dobbiamo costruire un programma accettare che il partito più forte decide tutto?", chiede.

Se nel centrodestra funziona da 30 anni la regola che il leader del partito più votato è il candidato "è perché l'hanno applicata nel tempo, l'hanno sperimentata e a rotazione può succedere a tutti" e perché "ci sono travasi" tra i partiti "e tutti possono partecipare e sentirsi co-protagonisti. Se noi usassimo questa regola comprometteremo fin dall'origine la possibilità di essere tutti competitivi. Qui non è in gioco la mia ambizione, ma la volontà di essere al servizio di un progetto coerente e solido che mandi a casa Meloni. Per farlo dobbiamo dare la possibilità a tutti di sentirsi rappresentanti e co-protagonisti", aggiunge.

Il presidente del Movimento nega inoltre, di aver mai vagliato l'ipotesi di una candidatura di Sigfrido Ranucci. "Questa notizia è trapelata e addirittura è stata associata al M5s credo in modo molto evidente per cercare di indebolire la sua figura professionale. Per quanto mi riguarda non ho mai parlato né con Ranucci né con nessuno del Movimento sulla possibilità che Ranucci fosse candidato nel Movimento".  E sull'estromissione del conduttore da Report aggiunge: "Avevano preso di mira" la trasmissione, "che dava molto fastidio, ora sono riusciti a distruggere il prodotto di punta della Rai grazie all'editto Meloni. I vertici della Rai hanno preso una decisione non si capisce su quali basi per distruggere una trasmissione". Una scelta che produce un "danno erariale".

Oltre al dibattito sulla leadership, che Conte definisce "snervante e stucchevole", gli interrogativi riguardano anche il programma, attorno al quale cresce l'attesa con il passare dei mesi. "Abbiamo detto che settembre era dedicato a convergere su un programma condiviso. Noi il 19 e il 20 avremo il completamento di questo progetto per un programma alternativo al governo Meloni", dice, riferendosi alla kermesse del Movimento che si terrà tra qualche settimana a Milano.

Un'altra data per il campo largo sarà la Festa dell'Unità di Reggio Emilia, dal 1° al 13 settembre, in cui i leader avranno modo di confrontarsi.

La discussione però, sembra tutt'altro che risolta. Il governatore della Toscana, Eugenio Giani (Pd) pone il tema della legge elettorale, che attende il via libera del Senato. "Sono freddo in questa frenesia, in questo dilaniarsi sui giornali sui candidati alle primarie: perché, dico, finché non c'è questa legge elettorale" proposta dalla maggioranza con l'indicazione del candidato premier, "le primarie che senso hanno? Dobbiamo invece come centrosinistra essere molto concentrati sui problemi".

Oggi alle 12 scadranno i termini per proporre delle modifiche al testo. "Se non passa nessuna legge noi andiamo a votare con questo sistema elettorale, le primarie non devono essere fatte perché sarebbero una violazione, un voler farsi avanti rispetto ai poteri del Presidente della Repubblica. Diverso se passasse un testo come quello che era in discussione, identificando solo da un punto di vista elettorale il fatto di avere nella scheda la designazione di un candidato premier: allora i partiti possono organizzarsi per questo", aggiunge.

Il presidente della Puglia Antonio Decaro invece, rinvia la questione al momento in cui si sarà costruito un programma. "Le primarie non mi spaventano ma credo sia più opportuno costruire il programma e cercare magari un nome condiviso. Dopo, se non ci riusciamo a farlo, si faranno le primarie", dice l'esponente dem.

Insomma, a distanza di due mesi e mezzo dalla foto di quel pranzo con cui i leader di Pd, M5s e Avs lasciavano intendere di voler fare sul serio, il nodo delle primarie continua ad attanagliare il centrosinsitra.

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