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Opinioni
24 Giugno 2022
20:00

Ci dite che siamo esagerate, ma abbiamo ragione: noi donne siamo sotto attacco

“Figurati se diventerà illegale”. “Figurati se si torna indietro”. “Figurati se è possibile”. Queste cose se le sentono ripetere da una decina di anni le femministe americane, che da oggi vivono in un Paese in cui non esiste alcuna tutela federale del diritto all’aborto.
A cura di Jennifer Guerra
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Se c’è una cosa che l’attivismo femminista mi ha insegnato, è di non aver paura di sembrare esagerata. Nelle reazioni ai miei articoli, nelle discussioni che ne seguono, a volte anche negli eventi questa parola torna e ritorna: “Secondo me stai esagerando!”. Non importa quante prove o dati porti a sostegno delle mie posizioni, per molte persone quello che dico è “impossibile” o “al limite della paranoia”. Uno degli argomenti intorno al quale si svolgono la maggior parte di queste discussioni è l’aborto. Figurati se diventerà illegale. Figurati se si torna indietro. Figurati se è possibile. Queste cose se le sentono ripetere da una decina di anni le femministe americane, che da oggi vivono in un Paese in cui non esiste alcuna tutela federale del diritto all’aborto.

La Corte Suprema ha infatti sostanzialmente confermato il contenuto della bozza divulgata a inizio maggio dal quotidiano Politico, secondo cui “la Costituzione non fa alcun riferimento all'aborto”. Da anni si attendeva questo giorno fatale per i diritti delle donne: i gruppi conservatori e antiabortisti hanno infatti attuato una strategia efficace grazie alla quale la tutela dell’aborto è stata erosa progressivamente fino a portare la questione alla Corte
Suprema, lo stesso organo che nel 1973 sancì la legittimità dell’interruzione la gravidanza con la sentenza Roe v. Wade. L’obiettivo era proprio quello di ribaltare la sentenza e tornare alla legislazione precedente al 1973 o approvare le cosiddette “leggi trigger”, divieti che sono entrati in vigore automaticamente alla pronuncia della Corte.

A nessuno sembrava possibile uno scenario del genere, tutti pensavano che le solite femministe stessero esagerando, eppure eccoci qui. Oggi le donne americane cancelleranno le app per tenere traccia del ciclo mestruale, che potrebbero diventare uno strumento utile per i “cacciatori di taglie” che vogliono denunciare le donne che abortiscono. Si chiederanno se anche in Missouri o in Texas il governo creerà un registro delle gravidanze, come è successo in Polonia perché nessuna interruzione passi inosservata. Scongiureranno di non trovarsi incinte in uno Stato in cui ai medici è vietato intervenire in presenza del battito fetale e di non fare la fine di Andrea Prudente, una loro connazionale che è quasi morta a Malta dopo che le sono state negate le cure in seguito a un aborto spontaneo.

Dovranno prevedere in media un viaggio di 400 chilometri per raggiungere la clinica abortiva più vicina, sempre che anche questa non sia stata chiusa. Intanto fioccano manuali su come interrompere la gravidanza nella “Post-Roe America” e ci si organizza per acquistare scorte di pillole abortive. E, dall’altra parte della barricata, chi ha lavorato per ribaltare questa sentenza cosa fa? Sostanzialmente nulla. Intervistati dal New York Times, alcuni attivisti antiabortisti hanno ammesso di non aver ancora pensato alle alternative all’aborto, cioè a come dare assistenza alle migliaia di donne che non riusciranno a interrompere la gravidanza perché non hanno le risorse per potersi spostare, oltre che ai figli che nasceranno. Gli Stati che hanno approvato nuove restrizioni per l’aborto sono anche quelli in cui ci sono meno tutele per le famiglie povere. Si stima che 75mila donne porteranno a termine una gravidanza indesiderata nel primo anno di illegalità dell’aborto: per quattro anni diventeranno più povere, aumenteranno la probabilità di contrarre debiti o addirittura di diventare nullatenenti. Entro cinque anni dalla nascita sarà più probabile che si troveranno a crescere il figlio da sole e l’impatto negativo toccherà anche i figli già avuti in precedenza.

Mentre si prodigavano a distruggere i diritti riproduttivi in nome del “diritto alla vita”, i politici conservatori non hanno pensato né alla vita delle donne né a quella dei bambini che un giorno smetteranno di essere feti ed embrioni. In uno studio del 2018, la docente di Yale Reva Siegel ha rilevato che su dieci stati che hanno introdotto restrizioni all’aborto, nessuno ha approvato alcuna forma di congedo parentale. Solo uno su dieci ha introdotto tutele per la maternità, che negli Stati Uniti non esistono. Gli stati in cui l’aborto sarà vietato sono anche quelli dove ci sono i più alti tassi di povertà infantile.

Niente di nuovo per noi “esagerate”, abituate a vivere nel costante controllo dei nostri corpi, con diritti concessi anziché garantiti. In un famoso libro della Libreria delle donne di Milano era riportato come esergo un testo di Simone Weil: “Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia”. Queste parole oggi suonano come un monito.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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