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Opinioni

Altro che moderati o draghiani: la lista dei ministri del governo Meloni ci dice che è il tempo della destra

Giorgia Meloni sarà la presidente del Consiglio di un governo politico, fortemente orientato a destra e con chiari riferimenti culturali e ideologici. La lista dei ministri ne è la conferma: nessuna operazione novità, questo è il momento della destra italiana, reazionaria e sovranista.
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Il conferimento dell’incarico per la formazione del nuovo governo è la consacrazione della già lunga carriera politica di Giorgia Meloni, che ha portato il suo partito al 26% dal 4% di quattro anni prima, riuscendo a imporsi in una coalizione litigiosa, tra leader di lungo corso o aspiranti tali. La futura presidente del Consiglio è riuscita a gestire bene la campagna elettorale e soprattutto la fase di avvicinamento alle consultazioni, mostrando non solo una padronanza delle dinamiche politiche, ma anche la consapevolezza di avere margini di manovra piuttosto ampi, a differenza dei suoi alleati.

E queste cose le stiamo in effetti leggendo un po’ ovunque, con toni di ammirazione e giubilo che fanno a gara con quelli riservati a Mario Draghi, al suo ultimo giro di giostra a Chigi. Il mood che sta accompagnando le gesta della leader di Fratelli d’Italia somiglia a quello riservato all’ex numero uno della Bce: se Draghi era “il migliore” chiamato a salvare il Paese vittima dell’inettitudine di un’intera classe politica, Meloni è la leader illuminata di una coalizione litigiosa e inconcludente, la sola in grado di mettere a posto personaggi che hanno fatto il loro tempo.

La realtà è ovviamente più complessa, così come lo era nei giorni della beatificazione di Draghi. L’ascesa di Giorgia Meloni è il risultato di una serie di fattori, tra cui le scelte autolesioniste dei principali attori sulla scena politica. Diciamoci la verità, finora non è stato così difficile. Il suo principale competitor a destra, Matteo Salvini, ha demolito il proprio consenso personale collezionando errori su errori, in particolare dopo l’all-in del Papeete (quando ha provato a capitalizzare l’enorme seguito di cui godeva nel Paese, senza fare i conti con la capacità di autoconservazione della classe politica italiana). La scelta dell’intero centrodestra di imbarcarsi nell’esperienza draghiana ha aperto praterie che Fratelli d’Italia ha occupato senza neanche troppa fatica, sfruttando anche l'autosabotaggio di un Movimento 5 stelle in piena crisi di identità. La debolezza del centrosinistra è stato un aiuto ulteriore, forse neanche necessario. A confluire naturalmente sul carro meloniano è stato l'elettorato in uscita dalla Lega e deluso dalla svolta "istituzionale" dei grillini: un successo frutto non di un riposizionamento ideologico, di un restyling identitario o di chissà quale intuizione, ma di scelte di coerenza e di integrità. Il tutto sussunto alla perfezione dalla figura di Meloni, la cui autenticità è stata vista come un porto sicuro in un mare in tempesta: nell'assenza di prospettive politiche di ampio respiro o anche solo di un'idea diversa di società e Paese, l'approccio conservatore e di "buonsenso" (altra parola chiave) è bastato a catalizzare speranze e aspettative. È un passaggio importante: Meloni non ha vinto le elezioni perché ha convinto i moderati o si è portata su posizioni diverse, bensì perché è rimasta coerente in scelte ideali e proposte programmatiche.

Ora però viene il difficile, perché istanze e aspettative devono avere adeguata risposta. Meloni, che è ben consapevole di aver risicati spazi di manovra su settori fondamentali (con impegni inderogabili in tema di politiche economiche, alleanze internazionali e gestione del Pnrr), ha fatto la scelta più semplice e conservativa nella formazione del nuovo governo: nessuna avventura, nessuna scelta sorprendente, ma nomi che rimandano a un orizzonte politico ben definito. Perché è questo un elemento essenziale: è un esecutivo politico, saldamente collocato a destra, che lascia ben poco spazio a suggestioni o influenze di diversa provenienza. Il cambio di denominazione di alcuni dicasteri (l’inserimento dei concetti di merito, natalità e sovranità) non è solo una scelta simbolica, ma sostanziale: la politica di Meloni si muoverà nel solco della piattaforma ideologico – programmatica della destra conservatrice e reazionaria. Quello è l’ambiente da cui proviene lei e in cui si è formata la classe dirigente di Fratelli d’Italia, attesa peraltro a una durissima prova di maturità.

È legittimo, dato il risultato elettorale. E non poteva essere altrimenti, malgrado in molti avessero ipotizzato improbabili conversioni di Meloni e della destra italiana, magari folgorate dalla figura di Draghi. Quella che ha vinto le elezioni è la classe dirigente della destra nelle sue due forme: quella post fascista che ha sposato tesi reazionarie e in molti casi oscurantiste, quella sovranista/populista che costituisce un corpo fluido tra Lega e Fratelli d’Italia. Della destra liberale e moderata non resta che qualche suggestione, non è un caso che Meloni abbia scelto gli uomini di Berlusconi per gli incarichi più blindati e in continuità con le esperienze precedenti (Esteri e Pnrrr su tutti). Peraltro, il taglio dei parlamentari e una legge elettorale indecente che regala ai segretari di partito la possibilità di selezionare gran parte dei parlamentari hanno reso la legislatura attuale la riserva dei politici di lungo e lunghissimo corso. È la stessa classe dirigente di sempre, con poche eccezioni e con sempre meno disponibilità al cambiamento.

Tocca ribadirlo: è molto improbabile che questo governo cambi radicalmente il posizionamento del Paese in ambiti quali la politica estera o di difesa; sarà molto complesso per Meloni e i suoi intervenire in materia di politiche fiscali o industriali. Dove invece l’impronta sarà più netta è nel campo sociale, culturale, civile e politico in senso ampio. È il tempo dei Fontana e delle Roccella, insomma.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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