Donne in piazza a Perugia per protestare contro la decisione della giunta regionale umbra guidata dalla leghista Donatella Tesei, che ha stabilito l‘obbligo di ricovero ospedaliero per chi sceglie l'aborto farmacologico, abrogando la decisione dell’amministrazione precedente di centrosinistra, che permetteva invece di ricorrere al trattamento in day hospital. Di fatto un passo indietro, per un Paese come l'Italia, che nel confronto con altri Paesi europei appare arretrato.

La nuova disposizione ha subito scatenato le polemiche, dal mondo delle associazioni. Perché la notizia ha scoperchiato un problema ben più profondo, che travalica i confini della singola Regione del centro Italia. La situazione per le donne che sono intenzionate a interrompere la gravidanza è critica anche in altre parti d'Italia. Come risulta dai dati dell'Associazione Luca Coscioni, solo Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio consentono alle donne di sottoporsi ad aborto farmacologico in day hospital. In pratica secondo le linee di indirizzo del ministero, che si basano sul parere espresso dal Consiglio superiore di Sanità dieci anni fa (18 marzo 2010), prevedono che l'aborto farmacologico venga effettuato con un ricovero ospedaliero di tre giorni; anche se poi alle Regioni è stato lasciato un margine decisionale, con la possibilità di consentire, a loro discrezione, di adottare per l'aborto farmacologico il regime di day hospital. Quelle "virtuose" sono solo quattro. In Regioni come la Sicilia poi il farmaco, la RU486, non è nemmeno arrivato.

C'è poi un altro dato: l'Italia sul fronte dei diritti delle donne in gravidanza non è al passo con i tempi: le donne da noi ricorrono all’aborto farmacologico solo nel 18% dei casi, contro il  66% della Francia e il 95% della Svezia. Come ha messo ancora una volta in luce l'Associazione Coscioni, in molti Paesi il limite di tempo per ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza è di 9 o 10 settimane di gestazione. Da noi 7.

Lo scorso 16 giugno il ministro Roberto Speranza ha richiesto al Consiglio Superiore di Sanità un nuovo parere sull’aborto farmacologico, per valutare se la salute della donna sia tutelata anche con il semplice day hospital o se, invece, siano necessari tre giorni di ricovero. In tempi di pandemia un ricovero prolungato in una struttura sanitaria potrebbe moltiplicare i rischi di contagio. Senza contare i costi per il Servizio Sanitario Nazionale, evitabili secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che ha sottolineato come il ricovero non sia una garanzia di maggiore sicurezza e tutela della salute delle donne.

In attesa del parere del CSS è stata organizzata una manifestazione a Perugia, per domenica 21 giugno, dalle ore 17:00, in Piazza IV Novembre. "Quelle che possono, dall’Umbria vanno a Firenze, oppure a Bologna, Roma, Nottola (in Toscana). Ci sono politici che si mostrano scandalizzati davanti all’aborto, io mi scandalizzo di fronte al fatto che abbiano distrutto i consultori, che seguono anche le gravidanze, e messo a pagamento la contraccezione", ha detto Marina Toschi, ginecologa di Pro-choice RICA (Rete italiana contraccezione e aborto), impegnata anche nel neonato coordinamento locale, la RU2020 Rete Umbra per l’Autodeterminazione. "Perché la libertà delle donne vi fa paura? Saremo in piazza nel giorno più lungo dell’anno, il giorno della nostra lotta per l’autodeterminazione, vestite con accessori o abiti di colore rosso come il sangue" hanno detto le promotrici della mobilitazione, come riporta il Fatto Quotidiano.

"La giunta regionale guidata dalla presidente Tesei ha reso alle donne più difficile applicare la legge 194. L'interruzione volontaria di gravidanza in Umbria non è già un intervento a cui si accede facilmente, il 65% dei medici sono obiettori di coscienza. Eliminando la possibilità per le donne di ricorrere all'aborto farmacologico in day hospital la Tesei ha dimostrato come a volte le donne possono essere le peggiori nemiche di se stesse e dei loro diritti faticosamente conquistati", ha denunciato, nel suo intervento nell'Aula di Palazzo Madama, la senatrice umbra del MoVimento 5 Stelle Emma Pavanelli.

Di fatto, ha spiegato, "la giunta regionale, ha privato le donne umbre di percorsi discreti e psicologicamente meno devastanti rispetto al dover obbligatoriamente ricorrere ad una ospedalizzazione di almeno tre giorni. Che cosa racconteranno queste donne durante la degenza forzata in ospedale, in un momento di estrema difficoltà psicologica, a datori di lavoro, familiari, conoscenti? Peraltro siamo di fronte a una vera e propria gaffe. Perché la giunta leghista in una delibera di maggio, in piena Fase 2, tra le Linee Guida sull'Igv promuove la pillola abortiva come servizio ‘tutelato e garantito'. Poi la marcia indietro. Mi sono interrogata più volte sull'intento di tutto questo: con la scusa di una maggiore tutela della salute delle donne, il percorso di interruzione volontaria della gravidanza è stato reso più difficile da percorrere, sperando così di scoraggiare il ricorso alla pillola RU486. Il Movimento 5 Stelle si batterà per rimediare a questa assurda decisione e farà di tutto per ristabilire la più ampia possibilità di scelta decisionale in tema di interruzione volontaria della gravidanza. Che, voglio ricordarlo, è un momento drammatico per tutte le donne che scelgono, per motivi personali e dolorosi, di ricorrervi".