Abolizione delle province: ok entro marzo o si andrà al voto

A cura di D. F.
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L’allarme è stato dato dal sindaco di Bologna Virginio Merola: “Se non si approva il ddl Delrio entro fine marzo si andrà a votare per le Province. Senatori, togliete gli emendamenti, l’occasione di abolire le Province attesa da 20 anni e istituire le ‘città metropolitane’ è adesso”.

Se entro la fine di marzo il governo non approverà in via definitiva la legge sull'abolizione delle province scatterà l'indizione dei comizi elettorali. I consigli provinciali, infatti, sono in scadenza e in linea teorica andrebbero rinnovati se, entro la fine di marzo, l'esecutivo non ne ufficializzerà l'addio. A dare per primo l'allarme è stato il sindaco di Bologna, Virginio Merola, renziano di ferro che ha chiesto al Presidente del Consiglio di fare in fretta: "Se non si approva il ddl Delrio entro fine marzo si andrà a votare per le Province – ha affermato – Senatori, togliete gli emendamenti, l’occasione di abolire le Province attesa da 20 anni e istituire le ‘città metropolitane’ è adesso”. Il tempo però scorre: il 25 marzo sarà terminato il lavoro della commissione, quindi sarà la volta di una lunga discussione e l'indomani delle dichiarazioni di voto. Il voto finale è atteso per il 26 marzo.

Un vero e proprio calvario quello dell'abolizione delle province. Tre anni fa, con il governo Monti, arrivò il decreto Salva Italia che, tra le altre cose, prevedeva la cancellazione della giunta provinciale e e dell’elezione diretta di consiglio e presidente. La Corte Costituzionale, però, impose uno stop lo scorso anni: la forma del "decreto" può essere usata per fronteggiare le emergenze, non per riforme organiche. Così la palla è passata al ministro Graziano Delrio, oggi tra gli uomini più fidati di Renzi: nel gennaio del 2014 il disegno di legge arriva al Senato.

Il democratico Giorgio Pagliari spiega che poi c'è stato un nuovo stop, dovuto alla crisi del governo Letta e all'avvento di Matteo Renzi: "Il quadro – afferma il membro della prima Commissione permanente sugli affari costituzionali del Senato – è problematico perché a Palazzo Madama le perplessità sul ddl attraversano la nuova maggioranza di governo”. Basti pensare che gli emendamenti sotto esame sono 4mila, presentati da Nuovo Centrodestra, Forza Italia, Scelta Civica, Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Pagliari dichiara: "E’ stato fatto un gran lavoro fino ad ora sul tema, soprattutto dell’ex relatore il senatore Luciano Pizzetti, ma non siamo mai stati in dirittura d’arrivo. Avere la maggioranza al Senato e ancora più improbabile che averla in Commissione: siamo in 27, votano in 26 escluso il presidente, e a sostenere il disegno di legge ci siamo solo noi del Pd”.

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