Perché in Friuli Venezia Giulia si torna a votare per le Province e in altre Regioni no

È ufficiale: il Friuli-Venezia Giulia tornerà alle province, con l'elezione diretta da parte dei cittadini. Dopo un periodo di stallo durato circa dieci anni, il Consiglio regionale ha votato per il ritorno di quattro amministrazioni provinciali: Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine, le stesse che erano in vigore prima della riforma Delrio del 2014.
Alcuni potrebbero chiedersi se adesso, a ruota, altre Regioni seguiranno l'esempio del Friuli, ma non è così semplice. Solo le Regioni a statuto speciale, infatti, hanno il potere di muoversi in autonomia sugli enti territoriali. Per tutte le altre, serve una legge del Parlamento.
Le nuove Province in Friuli-Venezia Giulia: le prossime tappe
A seguito della legge Delrio del 2014 e della mancata riforma costituzionale nel 2016, il Friuli aveva soppresso le sue province tra il 2017 e il 208. Prima erano nati diciotto enti chiamati Uti (Unioni intercomunali), poi nel 2019 si era passati agli attuali quattro Enti di decentramento regionale (Edr), che a livello di territorio corrispondevano alle vecchie Province.
Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia ha approvato la legge regionale che torna alle quattro Province di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine. Ha votato a favore il centrodestra (il ritorno delle Province è da tempo una battaglia della Lega, che guida la Regione), ma anche Avs.
Concretamente, in Friuli si tornerà ad avere un Consiglio provinciale, una giunta e un presidente eletto direttamente dai cittadini, con un mandato di cinque anni e un limite di due mandati consecutivi. Ad oggi mancano ancora diversi dettagli – ad esempio, il numero di consiglieri provinciali – che saranno stabiliti più avanti con altre sei leggi regionali.
Perciò, dal 1° gennaio 2027 inizierà una fase transitoria. Le Province si prenderanno tutte le attuali funzioni degli Edr (cioè le strade e l'edilizia scolastica) e anche i loro dipendenti. Inizialmente ci saranno giunte ridotte, almeno fino al 31 dicembre 2028: un presidente e tre assessori. Solo quando le Province saranno del tutto costituite si svolgeranno le prime elezioni dirette. Infine, c'è la questione stipendi: l'indennità sarà uguale a quella dei Comuni più grandi della Provincia in questione.
La situazione delle Province nelle altre Regioni italiane
Il motivo per cui altre regioni, come Lombardia o Lazio, non possono seguire la stessa strada è che non sono Regioni a statuto speciale. L'articolo 133 della Costituzione, infatti, dice che "il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la istituzione di nuove Province nell'ambito di una Regione sono stabiliti con leggi della Repubblica". Ovvero, spetta al Parlamento decidere. La questione è diversa per le Regioni a statuto speciale, che hanno molta più autonomia sugli enti locali.
Non a caso, negli ultimi anni ci sono state situazioni molto diverse in Sicilia, in Sardegna e in Friuli. Le altre due Regioni a statuto speciale non sono interessate per ovvie Ragioni: la Val D'Aosta già prima non era suddivisa in Province, mentre il Trentino-Alto Adige è suddiviso in due Province autonome, quindi la questione non si pone.
Un breve riassunto dei passaggi precedenti: nel 1993 le Province diventarono a elezione diretta da parte dei cittadini; nel 2001, la riforma della Costituzione gli diede la stessa ‘dignità' istituzionale delle Regioni. Nel 2011, però, anche su pressione dell'Europa che chiedeva di ridurre i costi dell'amministrazione pubblica, il governo Monti varò un decreto che di fatto toglieva tutti i poteri alle Province. Due anni dopo la Corte costituzionale bocciò la norma, perché era incostituzionale intervenire con un decreto-legge su una materia così delicata.
Nel 2014, la riforma Delrio di fatto abolì le province per come erano esistite nei vent'anni prima, in preparazione della riforma costituzionale del 2016 che avrebbe dovuto cancellarle definitivamente dalla Costituzione. Ma quel referendum non passò, e così le amministrazioni provinciali rimasero in una sorta di ‘limbo': non eliminate, ma non più elettive, e con poteri ridotti all'osso.
Da allora, la Sicilia nel 2015 ha cancellato le Province e ha creato sei Liberi consorzi comunali e tre città metropolitane. L'attuazione di questa riforma è andata a rilento: solo ad aprile dello scorso anno si sono tenute le prime elezioni dirette. La Sardegna invece è di fatto tornata ad avere sei Province e due città metropolitane.
Nelle Regioni a statuto ordinario, le Province non sono più tecnicamente enti territoriali. Sono elette con elezioni ‘di secondo grado', in cui cioè votano solo gli amministratori locali. E la situazione non cambierà presto. Il governo Meloni aveva avanzato delle idee per tornare alle Province, ma quando manca un anno alla fine della legislatura è evidente che questa non sia tra le priorità del centrodestra.