Classe 1921, partigiana, prima donna vicepresidente della Camera, europarlamentare, deputata, senatrice. Marisa Cinciari Rodano ha 100 anni compiuti quest'anno. È nata il 21 gennaio del 1921, lo stesso giorno in cui è nato il Partito comunista italiano, di cui è stata dirigente. Cinque figli, undici nipoti e altrettanti pronipoti e una vita a lottare per i diritti delle donne. Praticamente una roccia. Tra le fondatrici dell'Unione donne italiane, fu lei a scegliere il simbolo della mimosa, l'8 marzo del 1946, per festeggiare la Giornata internazionale della Donna. Si è sentita antifascista fin da quando era tra i banchi del liceo classico Visconti di Roma. Insieme al marito, Franco Rodano, dirigente cattolico del Pci, venne arrestata nel maggio 1943 per attività antifasciste e detenuta nel carcere delle Mantellate fino al 25 luglio.

Oggi è il suo 76esimo 25 aprile. Testimone diretta della Resistenza, ci racconta al telefono cosa è stata per lei la Liberazione. Ripercorre quei momenti, i ricordi scorrono nitidi. La voce arriva ferma, si accende quando si passa a parlare dell'attualità che non smette di incuriosirla e appassionarla. Militante sempre e comunque.

Il 25 aprile è stata scelta come data simbolo per celebrare la fase finale della lotta partigiana, quella in cui i territori ancora occupati dai nazifascisti vennero liberati. Cosa ricorda di quel periodo?

Mi trovavo a Roma, noi eravamo stati già liberati il 4 giugno del 1944. Mi ricordo la soddisfazione di vedere i nazisti che avevano occupato il Piemonte che se ne andavano scappando. A Genova erano stati cacciati dai cittadini. Provavamo tutti un'immensa gioia, finalmente era arrivata la liberazione.

Quando capì per la prima volta di volersi opporre al regime? C’è un momento in particolare in cui ha capito di sentirsi profondamente antifascista?

Fin da quando andavamo a scuola, al liceo Visconti, io e i miei compagni eravamo costretti a indossare la divisa, ci dava fastidio. Detestavamo le sfilate in via dei Fori Imperiali, le manifestazioni allo stadio dei Marmi. Sentivamo che ci mancava la libertà.

Lei è stata arrestata nel maggio del 1943 per attività antifasciste. Anche suo marito Franco Rodano finì in carcere. Una volta tornata in libertà il 25 luglio come ha vissuto i mesi successivi, prima della Liberazione?

Siamo stati in clandestinità per parecchio tempo. Ci nascondevamo in case di amici, qualche volta fuori Roma, in qualche convento. Cambiavamo rifugio quasi tutti i giorni.

Cosa le ha insegnato la Resistenza?

Mi ha lasciato la convinzione che se si vuole un Paese civile, dove si possa vivere, bisogna combattere per conquistarlo.

Per il secondo anno questo sarà un 25 aprile in tono minore, senza cortei. Grazie a testimonianze come la sua si tiene vive la memoria. Negli anni ha perso vigore secondo lei l’interesse per questa ricorrenza nelle nuove generazioni?

Io ho l'impressione che la generazione precedente, cioè i genitori degli attuali giovani, non abbiano trasmesso la loro esperienza. Quindi i ragazzi hanno un po' l'idea che sia sempre stato tutto così, non sanno che c'è voluta una lotta per ottenere le libertà di cui loro oggi godono. O meglio godevano, prima della pandemia (dalla cornetta si percepisce un sorriso ironico).

Il 26 aprile, il giorno dopo la Liberazione, è la data fissata dal governo per l’inizio delle riaperture. Oggi come allora sembra che il Paese si trovi a un punto di svolta. Quando lei è entrata in Parlamento l’Italia usciva dalle macerie della guerra. Ci sono dei punti di contatto tra quello che stiamo vivendo e quel momento storico? Le sembra forzato come accostamento?

Sì, mi sembra assolutamente forzato. In quel momento uscivamo dalla distruzione, dall'occupazione nazista, non penso si possa fare un paragone.

Un anno fa si diceva che sarebbe andato tutto bene. Oggi vediamo un’Italia più stanca e sfilacciata. Aumenta il disagio psichico e la sfiducia proprio tra i più giovani. Si può pensare a una ricostruzione con un po’ di ottimismo?

Bisogna per forza pensare a una ricostruzione, avere un progetto per il Paese, che parta dalle libertà e dai diritti.

Tra le tante battaglie che ha portato avanti quale considera la sua più grande vittoria?

Non mi pare il caso di parlare di vittorie. Qualche volta ci sono stati dei risultati positivi, altre volte meno. Questo succede, è normale. In generale sono soddisfatta del fatto che negli anni la situazione delle donne sia molto cambiata, nel senso che sono diventate più autonome, hanno conquistato il diritto di lavorare e nello stesso tempo di essere madri, hanno ricevuto misure di sostegno, di tutela della maternità. Penso per esempio a una cosa molto importante come il divieto di licenziamento in caso di matrimonio, che prima non c'era.

Le donne sono la categoria che più si sta facendo carico dell'emergenza, dividendosi tra lavoro da casa e cura dei familiari. Le sembra che con Draghi ci sia un’attenzione diversa a questo problema?

È vero che chi ha potuto ha lavorato da casa, entro certi limiti però. Molte donne erano comunque costrette a muoversi. Di certo sono state una categoria penalizzata. Sempre quando le cose vanno male le difficoltà ricadono principalmente sulle donne. Bisognerà vedere quali misure concrete prenderà Draghi, perché non basta dire che si è contro la disparità di genere. Se mancano i provvedimenti a sostegno delle donne lavoratrici, per la cura dei figli, degli anziani, dei malati che loro hanno a carico, quelle di Draghi restano parole vuote.

Secondo lei oggi è cambiato il ruolo dei padri all’interno delle famiglie e nelle dinamiche di coppia?

Indubbiamente nel corso di questo secolo qualcosa è cambiato, però non si può mai generalizzare. Ci saranno famiglie in cui il ruolo dei padri è cambiato, famiglie in cui non è cambiato, famiglie in cui si è modificato parzialmente. Ma ancora secondo me c'è da lavorare.

Quale consiglio darebbe alle donne che oggi sono costrette a scegliere tra la maternità e la carriera?

Non credo si possa dare un consiglio su una scelta del genere, che riguarda le più intime aspirazioni di ognuno. Quello che dobbiamo fare però è creare le condizioni per cui le donne non siano obbligate a scegliere tra maternità e carriera.

Degli esponenti dei partiti di oggi le piace qualcuno in particolare?

Mah, "piace" non mi sembra il verbo adatto. Ero iscritta al Partito democratico, sono rimasta orientata in quell'area, quello è il mio punto di riferimento.

Gli ultimi congressi del Pd hanno avuto ciascuno tre candidati uomini alla segretaria. Enrico Letta ha fatto da subito capire l’importanza di porre la questione della presenza femminile nei ruoli chiave, nominando due capigruppo donne. Cosa ne pensa?

Mi sembra un'iniziativa positiva, bisognerà vedere il seguito.

Esiste un'alternativa alle ‘quote rosa'?

Io sono sempre stata contraria al termine ‘quote rosa', perché non utilizzare l'espressione ‘quote azzurre' per gli uomini? Non è un problema di quote, è un problema di uguaglianza sostanziale.

Pochi giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha subito un grave sgarbo da Erdogan, che l’ha lasciata senza poltrona costringendola a sedersi sul divano. Cosa ha pensato?

Ho trovato assolutamente scandaloso quello che è successo, una vera vergogna. È il segno di una cultura maschilista e patriarcale, ma lì secondo me ha pesato di più il fattore politico.

Pensa che la presidente della Commissione Ue avrebbe dovuto reagire?

E che cosa avrebbe dovuto fare, poveraccia…

Come festeggerà quest’anno il 25 aprile?

Ma cosa vuole festeggiare! (ride) Sono a casa come sono a casa tutti. Senza dubbio con la mia famiglia.