Phillip Prioleau, 1982 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by Permission
in foto: Phillip Prioleau, 1982 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by Permission

Non una semplice mostra, non il solito vernissage di arte contemporanea con la solita gente ben vestita delle occasioni mondane quella che ha aperto la grande retrospettiva "Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra", dedicata a uno dei più grandi fotografi del XX secolo. Ma anche – e soprattutto – giovani, persone comuni, visitatori a digiuno di arte contemporanea.

Tutti in fila – una fila che dall'ingresso del museo Madre nel ventre di Napoli arrivava a via Duomo – per prendere parte venerdì scorso a un racconto che non è solo quello offerto dalle straordinarie opere di un genio della fotografia qual è stato Robert Mapplethorpe, ma al racconto di una città che grazie alla presenza e all'azione di questo museo oggi si riscopre meno provinciale e più cosmopolita, senza cedere nel suo afflato metropolitano alla vacuità o presunta tale degli "incomprensibili" eventi di arte contemporanea, e mantenendo la sua dimensione popolare viva, autentica.

Perché Napoli è Napoli e il suo modus vivendi ironico – il modus vivendi di una città-cipolla fatta di mille strati – filtra e contamina tutto, anche se parliamo di un artista simbolo della scena newyorchese anni Ottanta, che ritrasse Andy Warhol e raccontò fino alla morte prematura nel 1988 la profonda umanità dei corpi maschili e femminili. Che, nella mostra partenopea, come già nella precedente Pompei@Madre mette a puntino uno storytelling che spagina il concetto di linearità e spinge sulla verticalità del confronto (più che un confronto, una eco multidisciplinare) tra archeologia, scultura e arte moderna proveniente dai musei nostrani, in relazione alle immagini di Mapplethorpe. Che pure a Napoli venne proprio per confrontarsi con le preziose sculture in marmo del Museo Archeologico Nazionale.

Ma se la carta vincente del Madre è Napoli, una delle carte vincenti di Napoli oggi è proprio il Madre – museo d’arte contemporanea Donnaregina della Regione Campania – che può fregiarsi di quell'etichetta tanto abusata di eccellenza, in grado di portare il mondo a Napoli e proiettare Napoli nel mondo senza fingere che Napoli non sia se stessa. La Napoli migliore, che riecheggia l'arte moderna e i marmi antichi ma anche l'opera di Lucio Amelio e dei suoi tanti – tantissimi – artisti di livello, oltre che una voglia di partecipazione e di conoscenza di se stessa da parte del "pubblico". Ma anche la Napoli dell'oggi con i suoi immensi problemi, che fa del Madre una sorta di perla di frontiera: dal traffico al parcheggio, dalle condizioni dei marciapiedi inaccessibili a chiunque non sia in perfetta forma, questo museo oggi con i progetti sul muralista di Scampia Felice Pignataro, nel sociale, si è fatto carico di un racconto nuovo, originale della città. Sarebbe utile che la città adesso seguisse il Madre. E tutte quelle esperienze di arte e cultura che oggi rappresentano la nuova pelle di Partenope.