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Se Daniel, lo smemorato svedese dell’aeroporto di Napoli, si fosse chiamato Youssef

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Capo cronaca Napoli
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Dice di non ricordare nulla e a Capodichino tutti hanno provato ad aiutarlo. Con un altro nome, con un’altra faccia, la sua amnesia sarebbe sembrata un sospetto.

Daniel ha venticinque anni, dice di essere svedese. Noi gli crediamo. Gironzola da mesi intorno all'aeroporto di Napoli, a Capodichino, e tanto è bastato per costruirgli intorno una sceneggiatura da film. Ma siamo sicuri di raccontarlo correttamente? Lui è biondo, alto, magro, ha gli occhi chiari e qualcuno giura che somiglia a Chris Martin, il cantante dei Coldplay. Qualcun altro dice che la sua storia è pari pari quella di Tom Hanks in The Terminal, il film di Steven Spielberg. Il paragone cinematografico tanto affascinante, però, non regge. Viktor Navorski, il protagonista, resta bloccato allo scalo JFK di New York perché i suoi documenti non valgono più e nessun Paese è disposto a riconoscerlo. Quella non è la storia di Daniel. Semmai è la storia di qualcun altro.

Comunque sia, Daniel, che fatica a ricordare chi è e perché è qui, ha avuto aiuto. Gli hanno offerto pizzette e bibite, gli addetti alle pulizie hanno pensato a una colletta per riportarlo a casa. Il console onorario di Svezia ha regalato a lui un giubbotto e ai media tante interviste, il Comune di Napoli a tempo record gli ha trovato un letto al dormitorio di via de Blasiis. È una storia di gentilezza, e lo dico sul serio: la mia Napoli ha fatto quello che una qualsiasi città dovrebbe fare con chi si perde. La sua storia ha commosso in tanti, e a ragione.

Dopodiché proviamo a cambiare una cosa sola di questa vicenda. Non l'età, non l'abbigliamento o il luogo, non i ricordi che mancano. Cambiamo il nome. Youssef, chiamiamolo così. E con il nome, cambiamo anche le sue fattezze, la sua pelle.

Youssef non si sarebbe mica confuso tra i passeggeri. Nessuno avrebbe scritto di lui che non sembrava un senza dimora, che aveva un aspetto curato. Lo avrebbero notato la prima settimana, non il terzo mese. Un agente gli avrebbe chiesto i documenti, e lui non ne ha. Da lì la strada è tracciata e la conosciamo bene: identificazione, fotosegnalamento, qualche ora in questura. Se Youssef avesse detto di non ricordare, nessuno lo avrebbe raccontato come un mistero. Avrebbero scritto che non collabora. La stessa frase che per Daniel suona come un enigma quasi romantico, «chissà se non ricorda o non vuole ricordare», per Youssef sarebbe diventata un sospetto, poi una riga di verbale.

Senza documenti e senza un Paese disposto a riconoscerlo, il passo successivo sarebbe stato un decreto di espulsione e, in attesa di un volo che magari non parte mai, un Centro di permanenza per il rimpatrio. Uno di quei posti dove si può restare per mesi non per aver commesso un reato ma per non essere riusciti a dimostrare chi si è. Che poi è esattamente la condizione di Daniel.

Nessun console avrebbe diffuso le foto di Youssef sperando che una madre lo riconoscesse. Le sue foto, se mai fossero uscite, sarebbero finite in un altro tipo di articolo. Nessuno al bar si sarebbe chiesto ogni giorno se da qualche parte ci fosse una famiglia che lo cercava disperatamente. Eppure anche le famiglie dei Youssef cercano, quasi sempre senza un'ambasciata che risponda ai giornali.

Si dirà che il paragone non regge, che uno svedese è cittadino europeo e un magrebino senza permesso no, che la legge distingue e deve distinguere. È vero. Ma a Capodichino nessuno ha mai visto il passaporto di Daniel. È stato trattato da cittadino europeo sulla fiducia, per la faccia, mesi prima che qualcuno potesse verificarlo.

Ed è questo il punto.

Nessuno, in questa storia, ha deciso di discriminare. È andata così perché un ragazzo biondo con lo sguardo perso sembra uno che si è smarrito, mentre un ragazzo scuro con lo stesso sguardo sembra uno che non dovrebbe essere lì. La differenza non è solo nelle norme sempre più cattive e respingenti di questo Paese dopo cinque anni di governo di destra: sta nello sguardo che arriva prima delle leggi e sceglie quale applicare.

Daniel adesso ha un tetto e un letto, e gli auguriamo di ritrovare presto il suo nome, la sua memoria e la strada di casa. Youssef, quello che questa storia ha solo immaginato ma che esiste in mille altre storie quotidiane, forse è ancora dietro una rete ad aspettare un aereo. O forse è uscito con un foglio di via in tasca e si è perso di nuovo, stavolta senza che nessuno se ne accorgesse. Il vero Viktor Navorski è lui, solo che non c'è nessun Tom Hanks a interpretarlo. Anche lui, a guardarlo bene, somigliava a qualcuno. A un figlio, per esempio. Solo che nessuno lo ha guardato abbastanza a lungo.

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Giornalista professionista, capo cronaca Napoli a Fanpage.it. Insegna Etica e deontologia del giornalismo all'Università LUMSA di Roma. È autore del libro "Se potessi, ti regalerei Napoli" (Rizzoli). Per Fanpage cura "Tufo", newsletter (e tanto altro) su Napoli.
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