A sinistra l’assistente sociale Alessandra Romano, a destra Serena Rossi nelle vesti di Mina Settembre
in foto: A sinistra l’assistente sociale Alessandra Romano, a destra Serena Rossi nelle vesti di Mina Settembre

“Mina Settembre è una bella fiction tv. Da assistente sociale a Napoli mi riconosco per alcuni aspetti in Mina: la motivazione e la sensibilità che ha credo accomunino tante colleghe e colleghi. Ma svolgere la nostra professione qui non è facile. È un lavoro di frontiera, purtroppo fatto con poche risorse e sempre a rischio aggressioni. Io stessa ho vissuto momenti di alta tensione a dicembre al campo rom di Secondigliano dichiarato zona rossa, sfociati in aggressioni fisiche tanto da dover far intervenire reparti di Forze dell'Ordine per sedare gli animi”. Racconta così Alessandra Romano a Fanpage.it la sua esperienza da assistente sociale del Comune di Napoli. Alessandra è sindacalista della Uil Fpl e svolge ogni giorno il suo lavoro con passione e dedizione. Qualità che si ritrovano anche in Mina Settembre, l’assistente sociale detective interpretata da Serena Rossi, protagonista della serie di Rai Uno ispirata ai romanzi di Maurizio De Giovanni. Fiction girata a Napoli e apprezzata anche dalle assistenti sociali partenopee, come raccontato in un'altra intervista a Fanpage.it.

Mina Settembre racconta le avventure di una assistente sociale, quali sono però le reali difficoltà a Napoli di questo lavoro?

Le difficoltà sono dovute a molteplici fattori: scarsa attenzione, in generale, per le politiche di Welfare, tagli nel settore che non consentono di investire in servizi adeguati a favore delle fasce disagiate, criticità connesse all'intervenire in contesti socio-ambientali di già elevata problematicità. Noi assistenti sociali ci interfacciamo con problemi, non solo sociali, che presuppongono una presa in carico del singolo e della sua rete o contesto. L'esiguità degli strumenti, economici e non, disponibili spesso rende difficile la presa in carico ed il trattamento. Inoltre, molte sedi di servizio sociale sono carenti di spazi idonei e di strumentazioni informatiche adeguate e questo appesantisce lo svolgimento della nostra attività.

Negli uffici si svolge un lavoro di frontiera, ci sono aggressioni? 

Siamo una categoria ad alto rischio. Si lavora anche in situazioni limite. Nella maggior parte delle sedi dei servizi sociali comunali mancano adeguati presìdi a tutela della incolumità dei lavoratori. Abbiamo avuto numerosi episodi di aggressione, anche recentemente, nelle sedi di Scampia, San Pietro a Patierno, Barra e Vico Santa Margherita a Fonseca.

Perché questa professione è così difficile?

Il nostro è un settore di frontiera, data la delicatezza dei casi trattati. Sono frequenti le situazioni in cui la tensione si innalza e sfocia in forme di aggressioni. Talvolta, con un certosino lavoro di mediazione con le parti si riesce a mitigare o contenere il potenziale di aggressività insito nell'intervento. Ciò nonostante non sono pochi i casi di aggressione fisica avvenuti ai danni di colleghi nell'esercizio della professione. Non solo negli uffici, ma anche nei contesti di vita dell'utenza, come ad esempio accaduto di recente in uno dei campi rom della città, dichiarato zona rossa per contagio da Covid. Si sono vissuti momenti di alta tensione sfociati in aggressioni fisiche tanto da dover far intervenire reparti di Forze dell'Ordine per poter completare gli interventi e sedare gli animi.

Cosa bisognerebbe fare per evitare queste situazioni?

Sarebbe opportuno adeguare ogni sede con strumenti di prevenzione. Penso a telecamere o a presidi e favorire, utilizzando protocolli operativi, interventi delle forze di polizia locali, al pari di quanto accade per esempio negli ospedali.

Tra le varie puntate si affronta anche il problema dei minori. Come vi approcciate a queste tematiche?

L'esercizio dei diritti dei minori, quale gruppo fragile ed in evoluzione, è alla base di molti interventi di servizio sociale. Da ciò deriva anche la necessita di adottare accurate valutazioni e strumenti per approcciarle. Quando trattiamo nuclei familiari in difficoltà, con alle spalle problematiche di arretratezza ed indigenza, adottiamo sempre strumenti che alla base hanno il rispetto e la valorizzazione del ruolo dei genitori. Lo sforzo comune è quello di costruire una rete a supporto del nucleo, coinvolgendo anche altre istituzioni come le scuole, gli uffici sanitari, il privato sociale. Solo in situazioni di estrema gravità e di elevato rischio per i bambini, si ricorre a strumenti più stringenti, come ad esempio la messa in sicurezza.

Cosa le è piaciuto della serie?

Ho apprezzato la semplicità romanzata che non annoia, oltre che l'ambientazione e gli attori. Certo, in alcune puntate abbiamo assistito a situazioni limite che non potrebbero mai corrispondere alla realtà ma si tratta pur sempre di una fiction, per cui la leggerezza di alcuni passaggi è accettabile. Bisogna sottolineare però che dietro il lavoro di un assistente sociale c'è un apparato deontologico e normativo che non può non essere tenuto in considerazione. È positivo che questa serie abbia fatto emergere l'esistenza di una professione spesso sconosciuta, confusa con altri ruoli del settore sociale o non ben considerata.

Cosa cambierebbe?

Focalizzerei forse di più l'attenzione sulla realtà napoletana, con le sue mille sfaccettature.

Suggerimenti per la seconda stagione di Mina Settembre?

Mi piacerebbe che fossero approfonditi i temi che riguardano i minori e gli adolescenti, calati nel contesto specifico napoletano. Ma anche l'immigrazione. Mentre si potrebbe far luce sulle risorse presenti sul territorio, ad esempio l'istituzione scolastica, l'associazionismo, lo sport.

Con il Covid il vostro lavoro è cambiato?

L'emergenza sanitaria in atto ha inevitabilmente influito sull'operatività dell'assistente sociale. I contatti diretti con l'utenza avvengono con modalità regolamentate, con le dovute accortezze e con l'utilizzo di dispositivi di protezione individuale. Il lavoro ha subìto delle limitazioni nella mobilità e nell'adempimento di alcuni interventi, ad esempio per le visite domiciliari. Le riunioni d'equipe avvengono prevalentemente da remoto ed è ormai diventata ordinaria la modalità di lavoro agile.

Inoltre le criticità sanitarie sono diventate, come prevedibile , anche criticità di tipo sociali. La perdita dei lavori, il mancato introito dei redditi, ha acuito la crisi economica che irrimediabilmente attanaglia le già provate fasce deboli del contesto locale. Il nostro lavoro non si è mai fermato e proprio per questo, è bene sottolineare come la nostra sia una professione a rischio di contagio come altre categorie professionali (personale medico, scolastico, forze dell'ordine). Per questo anche la UIL FPL ha legittimamente richiesto agli uffici preposti di ricomprendere nel piano vaccinale la nostra categoria professionale.