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Presunti pestaggi a Opera

Presunti pestaggi nel carcere di Opera, la moglie di un detenuto: “Un agente mi ha detto: ti chiamerà l’obitorio”

“Detenuti picchiati, spogliati e trasferiti”: i familiari hanno denunciato a Fanpage.it “violenze” e “silenzi” a Opera dopo la “brutale aggressione” che si sarebbe verificata la scorsa vigilia di Natale nel carcere milanese.
A cura di Giulia Ghirardi
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Non sono solo i racconti dei detenuti e delle denunce a descrivere la presunta aggressione – descritta come "una spedizione punitiva" – che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa vigilia di Natale. A dare corpo e voce a quelle ore sono anche i familiari dei detenuti che a Fanpage.it hanno parlato di corpi "segnati", "trasferimenti improvvisi" e presunti silenzi istituzionali. Testimonianze che, se confermate in sede giudiziaria, darebbero concretezza a quello che la Commissione speciale in tutela dei diritti delle persone negli istituti penitenziari ha già definito a Fanpage.it come "un racconto dell'orrore".

Il racconto dei familiari

La prima a prendere la parola è stata Sara (nome di fantasia), moglie di uno dei quaranta detenuti che – stando alle denunce che Fanpage.it ha potuto visionare – lo scorso 24 dicembre sarebbero stati "colpiti con calci e pugni" e poi fatti spogliare: "Siamo rimasti nudi al freddo […] non potevo neanche pulirmi dal sangue", aveva riferito uno dei detenuti coinvolti.

Quando Sara rivede il marito dopo la presunta aggressione, il 27 dicembre, nel carcere di Busto Arsizio, fatica a riconoscerlo. "Aveva lividi evidenti sulla schiena, all'altezza del rene, e una specie di strisciata lungo la spina dorsale", ha raccontato a Fanpage.it. Questi, però, non sarebbero gli unici segni: protuberanze sulla testa, un occhio tumefatto, lividi nella zona delle basette. "Hanno detto che è caduto dalle scale, ma non è vero", ha aggiunto Sara, sottolineando che il marito sarebbe giunto nel nuovo carcere "senza nulla: soltanto con le mutande addosso".

Durante il colloquio con Sara, il marito ha ripercorso le ore della presunta aggressione, definendola "brutale" e "disumana": isolamento, freddo, immobilità forzata. Secondo quanto le è stato riferito, il marito sarebbe, infatti, rimasto per ore in una stanza con la finestra aperta, completamente nudo, nel pieno dell'inverno: "Picchiato e lasciato per ore al freddo, a dicembre".

Alla voce di Sara, ha poi fatto eco quella di Laura (nome di fantasia), che a Fanpage.it ha descritto un clima ancora più teso e carico di paura. Le prime informazioni non le sarebbero arrivate dalle istituzioni, ma da altri detenuti. Sarebbero stati loro a raccontare a Laura che dentro "li stavano ammazzando di botte". Poi, una frase che "non dimenticherò". Un agente, stando alla sua testimonianza, le avrebbe detto che presto avrebbe "ricevuto una chiamata dall'obitorio".

Laura avrebbe quindi provato a denunciare l'accaduto. Gira diverse caserme, cerca di formalizzare quanto ha appena appreso, ma – sostiene – "nessuno ha raccolto la mia denuncia". E nessuno ha voluto fornire informazioni. Così, di quei giorni e quelle ore, Laura ricorda "il silenzio totale" e "l'indifferenza istituzionale". Poi, però, arriva una telefonata. Non da Opera, ma da un altro Istituto penitenziario: il carcere di Brescia. Le chiedono di portare vestiti al marito e di farlo "entro mezzanotte". "Mi hanno detto che era stato trasferito", ha riferito ancora Laura a Fanpage.it, prima di aggiungere: "Peccato che lo avevano trasferito senza vestiti".

I mariti di Sara e Laura, però, non sarebbero stati gli unici a subire tale trattamento. Secondo quanto riferito dai familiari e dall'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, sarebbero state una quarantina le persone trasferite dopo la presunta aggressione natalizia. Tutte, hanno riferito, in condizioni simili: c'è chi parla di "ferite evidenti", di trasferimenti "senza effetti personali", spesso "senza vestiti". Li avrebbero "torturati e trasferiti al 14bis (in isolamento, ndr)", ha rincarato Laura. "Alcune di noi li hanno visti dopo settimane".

È a questo punto che ha preso la parola il nonno di Stefano (nome di fantasia), detenuto nel carcere di Opera che "è stato operato allo stomaco poco prima della vigilia, dopo l'operazione è stato riportato in carcere". Così, lo scorso 23 dicembre Stefano sarebbe tornato a stare male: sarebbe stato prelevato dagli agenti intorno all'ora di pranzo e agli altri detenuti sarebbe stato riferito che sarebbe stato portato in ospedale. Nel giro di poche ore, però, sarebbe cominciata a circolare un'altra versione: "Un agente ci ha detto che non era stato trasportato in ospedale, ma in isolamento", ha riferito Luca (nome di fantasia) nella denuncia visionata da Fanpage.it. È questa la miccia che avrebbe innescato prima l'agitazione dei detenuti e quindi la presunta aggressione della vigilia di Natale. Un gesto, quello di "battere i blindi per chiedere spiegazioni", che sarebbe stato di "salvataggio" nei confronti di Stefano, ma che – secondo i familiari – avrebbe invece portato i detenuti a subire "brutali violenze" e, in molti casi, "trasferimenti".

Così, di fronte al silenzio istituzionale, non rimangono che le loro voci di denuncia: "stremate" di fronte al fallimento di un sistema che sembra strutturarsi, sempre più profondamente, su standard brutali e disumani che – di fatto – si dimostrano incapaci di tutelare quei diritti che dovrebbero essere garantiti a qualunque essere umano. Ed è anche per questo, per le voci di chi cerca di resistere, che non si può parlare di questa "brutale" vicenda come di un caso isolato, ma come il riflesso, più ampio e trasversale, di ciò che uno Stato è disposto ad accettare e ciò che, invece, sceglie di ignorare.

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