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Negata la sospensione della pena a un detenuto gravemente malato nel carcere di Opera, la denuncia: “Così morirà”

Un detenuto del carcere di Opera con una grave patologia ha denunciato “forti dolori e depressione”. La ONG bon’t worry iNGO ha segnalato il caso a Fanpage.it, parlando di “abbandono istituzionale” e di un contesto “incompatibile con le sue condizioni cliniche”.
A cura di Giulia Ghirardi
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Immagine di repertorio
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"Sto cadendo in depressione. Ogni giorno che passa sto sempre peggio". A parlare è Fabio M., detenuto nel carcere di Opera e affetto da una grave patologia pancreatica con dolori continui dovuti a un intervento al pancreas al quale è stato sottoposto lo scorso 3 febbraio, che ha comportato diverse complicanze post-operatorie. Nonostante questo, come emerge dalla corrispondenza tra il detenuto e la ONG bon't worry iNGO che Fanpage.it ha visionato, continua a essere recluso in un contesto "incompatibile con le sue condizioni cliniche".

Per questo, la ONG e i legali del detenuto hanno chiesto il differimento della pena per Fabio M. che, però, è stato rigettato per una presunta "ripresa". "Non c'è miglioramento, anzi. Se non si farà qualcosa al più presto, uscirà orizzontale dal carcere", ha commentato a Fanpage.it la presidentessa della ONG, Bo Guerreschi, che si sta occupando del caso, portando avanti una battaglia legale e, prima di tutto, umanitaria per il riconoscimento del diritto alla salute.

La storia di Fabio

Tutto ha inizio nei primi mesi del 2026 quando a Fabio M. viene diagnosticata una pancreatite paraduodenale recidivante, caratterizzata da dolori intensi e persistenti, dai medici del carcere. Le sue stesse parole, affidate a una lettera datata 20 gennaio e indirizzata alla ONG, restituiscono l'immagine di una sofferenza quotidiana: "Ho forti dolori addominali e diarrea continua". Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, in un'altra lettera parla di un'assenza di informazioni chiare sul percorso sanitario da parte della direzione del carcere: "Mi hanno detto che il San Raffaele non ha inviato nessuna relazione medica per l'intervento. Non so cosa fare, ma ogni giorno che passa sto peggio".

È in questo quadro che la ONG bon't worry iNGO e i legali del detenuto chiedono il differimento della pena, temendo che un eventuale rientro in carcere dopo un intervento così invasivo possa risultare fatale. Poi, il 2 febbraio, alla vigilia dell'operazione, Fabio M. scrive un'altra lettera: "Domani mi operano, sono al San Raffaele dove starò almeno 10 giorni. È un intervento difficile, spero che dopo avrò la possibilità di essere seguito dalla mia famiglia a casa".

Il giorno successivo viene sottoposto a un intervento di alta complessità che comporta l'asportazione della testa del pancreas, del duodeno e della colecisti. Dopo l'operazione, però, si apre un vuoto nella corrispondenza. Le complicanze sono immediate e gravi: pancreatite del moncone pancreatico, dolori acuti, fistola chilosa e fuoriuscite dalla ferita chirurgica. A tutto questo si aggiunge anche un'infezione del sangue. Nonostante ciò, il 12 febbraio il Magistrato di Sorveglianza rigetta il differimento della pena, parlando di una "graduale ripresa".

La voce del detenuto riemerge il 22 febbraio, in una lettera che segna un punto di svolta clinico ed emotivo: "Sono stato molto male. Venerdì è scoppiata la ferita, ho avuto per due giorni la febbre alta. Sto cadendo in depressione, non riesco a dormire, fate qualcosa". Parole che restituiscono non solo la gravità delle complicanze fisiche, ma anche il deterioramento psicologico del detenuto. Poi, nel mese di marzo, il quadro peggiora ulteriormente. La famiglia riferisce di un dimagrimento estremo, l'impossibilità di alimentarsi per via orale e segni di ittero. In una lettera dell'11 marzo, Fabio M. denuncia anche presunte lacune nella gestione sanitaria: "In cartella clinica non segnano le punture, le crisi epilettiche, segnano solamente le visite".

Per tutti questi motivi, la difesa e la ONG sottolineano l'incompatibilità del carcere di Opera con le condizioni del paziente, descrivendo un ambiente caratterizzato da forti criticità igienico-sanitarie e assistenziali che potrebbero esporlo a rischi infettivi fatali. "A Opera fa freddo, non c'è riscaldamento né acqua calda. I materassi sono talmente umidi che i detenuti sono costretti a mettere i cartoni". Inoltre, "non c'è vigilanza medica costante né la possibilità di parlare con educatori. C'è gente che sta male e nessuno ad assisterli", ha riferito a Fanpage.it la presidentessa di bon't worry iNGO, sottolineando che, in tali condizioni, la detenzione violerebbe principi fondamentali come il diritto alla salute e il divieto di trattamenti inumani e degradanti. Per questo, "è stata chiesta una perizia medico-legale indipendente e sono state diffidate le autorità dal disporre il rientro in carcere al momento delle dimissioni". La soluzione proposta è la detenzione domiciliare nella casa della madre a Taranto, considerata dalla ONG l'unica in grado di "garantire un ambiente salubre e cure continuative".

L'udienza decisiva è fissata tra due giorni, il 22 aprile. "Se nulla cambierà, uscirà orizzontale dal carcere", ha commentato ancora la presidentessa. Nel frattempo, però, l'infezione rimane così come il contesto detentivo che sembrerebbe essere incompatibile con la condizione di vulnerabilità del detenuto. "La detenzione, in queste condizioni, si trasforma in una condanna ben più grave di quella stabilita dalla legge", ha concluso a Fanpage.it Bo Guerreschi. "È una forma di abbandono istituzionale". E accettarlo non indebolisce solo il sistema di tutela dei detenuti, ma l'idea stessa di giustizia su cui si fonda o, perlomeno, dovrebbe fondarsi.

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